Gli "Affari di famiglia" a Mojo e Malvagna, tutti i dettagli e le intercettazioni - Tempostretto

Gli “Affari di famiglia” a Mojo e Malvagna, tutti i dettagli e le intercettazioni

Alessandra Serio

Gli “Affari di famiglia” a Mojo e Malvagna, tutti i dettagli e le intercettazioni

mercoledì 18 Maggio 2022 - 13:23

Le cimici sulle auto del sindaco svelano la "devozione" ai Pennisi, le accuse del pentito di mafia legano la famiglia ai Cinturino. Ecco i lavori pilotati a Mojo

I lavori affidati dal comune di Mojo e in parte da quelli di Malvagna erano “Affari di famiglia”, in particolare della famiglia di Carmelo Pennisi, 41 anni, già coinvolto nell’inchiesta Isolabella ma poi assolto dall’accusa di far parte del clan Cinturino di Calatabiano. Tramite la figlia Clelia vice sindaco, anche dal carcere Carmelo pilotava gli affari, facendo leva sul sindaco Bruno Pennisi, omonimo ma non parente. A Malvagna invece il referente era l’ex assessore ai lavori pubblici Orlando.

I loro contatti erano strettissimi e intercettati dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Messina, che accusa il primo cittadino di Moio di aver affidato alcuni lavori pilotando le procedure di assegnazione da un lato, in almeno un caso in cambio di tangenti. Dall’altro lato Bruno Pennisi era, secondo l’accusa, totalmente “in mano” alla famiglia di omonimi. Nei confronti di Carmelo Pennisi, infine, viene ribadita l’accusa di essere referente del clan della provincia catanese, come confermato anche dal pentito Carmelo Porto che, tra il 2019 e il 2020, ha indicato anche il nome dell’ex assessore di Malvagna.

Le cimici nella macchina del sindaco

A “incastrare” il sindaco di Mojo sono state anche le cimici piazzate nella sua auto, che nel 2020 hanno permesso ai finanzieri di sentire una conversazione tra Bruno Pennisi e la madre di Carmelo, all’epoca detenuto. “Me lo hai salutato ieri? Come sta bene?”, chiede lui alla donna, che risponde “Te l’ho salutato, tutto a posto, ti ringrazia per i soldi che gli hai mandato, meno male che li hai mandati, che gli ho messo quei 50 euro, altrimenti…si poteva arrabbiare quanto voleva”, risponde lei dopo il colloquio avuto col figlio in carcere. E’ una conversazione che testimonia, scrive il giudice Tiziana Leanza che ha firmato i provvedimenti di arresto, la “devozione” del sindaco ai Pennisi.

Devozione testimoniata anche da altre conversazioni: le tante “sfuriate” della vice sindaca Clelia Pennisi quando qualche procedura di interesse della famiglia non si sbloccava o qualche credito vantato nei confronti del Comune non veniva liquidato, per esempio. O le conversazioni tra Pennisi e Luca Orlando, a proposito dell’appoggio elettorale a Bruno Pennisi o in occasione di altre elezioni.

Le accuse del pentito del clan Cinturino

Agli atti anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Porto, storico “capobastone” dei Cinturino per la zona jonica del messinese, che indica chiaramente in Pennisi un loro referente e svela come, nel 2016, la famiglia avrebbe messo in piedi un vero e proprio tavolino di spartizione dei lavori. Si era quindi tenuto un vertice al quale avrebbe partecipato lo stesso Pennisi. “Se avevamo una ditta a noi vicina e volevamo fare dei lavori ci rivolgevamo ai Pennisi”, spiega il pentito nel 2019

Questi sono gli elementi principali che hanno spinto la Procura di Messina, guidata dal capo Maurizio De Lucia, a chiedere ed ottenere i provvedimenti di arresto nei confronti di Carmelo, come detto già assolto dall’accusa dei legami mafiosi nel processo Isolabella poi finito di nuovo in carcere per fatti di droga (e in quel periodo intercettato nei colloqui coi familiari).

Tutti i nomi e i ruoli, secondo la Procura

Il blitz di oggi ha interessato anche il padre Giuseppe, la sorella Clelia e gli imprenditori Antonio D’Amico, responsabile al Territorio e ambiente. Ai domiciliari con le restrizioni invece l’imprenditore santateresino Rosario Ferraro. La Procura aveva chiesto gli arresti domiciliari anche per Giacomo Pelleriti, dirigente comunale oggi in quiescenza. Ma il Giudice ha negato l’arresto.

I lavori pilotati

Oltre all’accusa per i Pennisi e Orlando di essere vicini al clan, al primo cittadino Bruno Pennisi, rappresentante di commercio, viene contestata la corruzione e la concussione per una serie di lavori: si assicurava anche che le ditte che vincevano l’appalto si servissero poi da altre aziende vicine per i materiali, oppure “gonfiava” il valore di alcuni lavori assegnati con la procedura d’urgenza.

Sotto la lente della magistratura sono finiti i lavori in via Roma, via Chiesa Madre e via Torre a Mojo, e il recupero del centro storico, affidato alla ditta di D’Amico.

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