I Persiani di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa nella regia di Alex Ollè: un allestimento potente e contemporaneo che parla di guerra, potere e hybris.
Un mega tavolo lungo 20 metri largo 5 con una trentina di posti a sedere e un grande schermo sul
fondo è la scena architettata da Alfons Flores al Teatro greco diSiracusa per la più antica opera
teatrale che ci sia pervenuta per intero: I Persiani di Eschilo (472 a.C.) alla quale il regista catalano
Alex Ollè, ha dato, giocoforza, un piglio di contemporaneità, per la guerra che si racconta al suo
interno, tra la Persia e la Grecia, paragonabile a quelle che il mondo intero sta vivendo e subendo ai
giorni nostri.
Tragedia più che mai attuale
Venticinque secoli sono passati e ancora i vari dittatorelli intorno a noi, non hanno
voluto capire che quando vogliono fare guerra ad un altro Stato sovrano per farne un sol boccone, ci
perdono le penne e causano solo guai. Dovrebbero imparare questi testoni che la guerra tra greci e
persiani, persa da quest’ultimi a Salamina, già trattata quattro anni prima da Frinico nelle sue
Fenicie, diventa simbolicamente la guerra tra un re dispotico come Serse, incapace di frenare la
propria hýbris (io ce l’ho più grosso e più lungo di voi) e il sistema democratico ateniese, dove era il
popolo ad esercitare il comando.
Il Coro, i personaggi e i costumi: la struttura arcaica del testo
Per le sue forme arcaiche, ne I Persiani non c’è il prologo, i personaggi sono pochi, la trama è semplice ed è importante e preponderante il Coro, raffigurato qui da un gruppo di anziani consiglieri di Serse, accostabili ai nostri politici odierni e ai tanti militari e generali vestiti di verde, d’azzurro e di nero (i costumi sono di Lluc Castells), ignari tutti di quello che sta succedendo al proprio esercito persiano.
Anna Bonaiuto è la regina Atossa: carisma e tensione drammatica
Anche la regina Atossa, madre di Serse e sposa del defunto Dario, d’una carismatica Anna Bonaiuto fasciata da un tailleur rosso, capelli bianchi e occhiali neri, non sa nulla dell’andamento della guerra, raccontando in un’atmosfera cupa e colma di presagi funesti, d’un sogno angoscioso fatto la notte prima.
Ancora con lei in scena, giunge il Messaggero di Giuseppe Sartori, sconvolto e sanguinante nella sua dilaniata divisa militaresca, il cui racconto ricco di enfasi e di particolari bellici è in grado di non distrarre il pubblico, annunciando a quei bellimbusti di Susa, rigidi muti e ritti come dei soldatini di piombo attorno a quel tavolo, la totale disfatta della flotta persiana, analizzando l’analisi delle fasi dello scontro e il
quadro desolante delle navi distrutte, galleggianti in rottami in mare e dei soldati superstiti privi di
aiuto.
Il grande schermo e i cameramen: la scelta regististica di Alex Ollè
I racconti sin qui fatti dai vari protagonisti vengono amplificati da un paio di cameramen che
proiettano frontalmente i loro visi su quello schermo di fondo, quasi da poterli toccare, tanto
appaiono vicini agli spettatori. Un effetto voluto dal regista, perché a suo dire la distanza tra gli
spettatori della cavea e gli attori in scena era così ampia da non permettere di vedere le espressioni
dei loro visi e le parole sgorganti dalle loro bocche. Invero l’effetto è notevole alle prime, ma dopo un po’ – parlo per me chiaramente – tornavo a seguire i protagonisti senza più osservarli sullo
schermo.
Alessio Boni è il re Dario: l’etica della disfatta
Adesso lamenti e pianti da parte d’un coro d’una trentina di elementi tra uomini e donne
in tuniche bianche, riempiono la scena diventando quel tavolo una sorta di mega-tomba in cui vi
compare Atossa/Bonaiuto di bianco vestita, portare offerte al marito, evocare l’ombra del defunto
re Dario, che ad un tratto appare sotto le spoglie militari di Alessio Boni, somigliante ad un
Gheddafi qualunque, dal viso annerito e sfuocato intenzionalmente, il quale autorevolmente dà una
spiegazione etica alla disfatta militare del figlio, giudicandola come una giusta punizione per la
hýbris di cui si è macchiato, non limitandosi, come ha fatto lui, ad amministrare il
proprio impero, ma cercando di estenderlo verso l’Europa.
Il finale: Serse, la madre e il canto luttuoso del coro
Adesso quel tavolo, per la terza volta, si trasforma ancora, diventando una sala di strategia militare per via di due carte geografiche del mondo che vi compaiono. Ma invece di vedere la raffigurazione degli eserciti in movimento, troviamo soltanto un Serse depresso e distrutto nella figura compassata di Massimo Nicolini, a cena poi su un lato di quel tavolo in compagnia della madre Atossa felice che suo figlio è scampato alla morte, mentre un canto luttuoso del coro chiude la tragedia tra gli applausi infiniti dei cinquemila spettatori che hanno affollato il Teatro.
I Persiani 2026: un classico contro la guerra
“Mettere in scena oggi I Persiani – argomenta il regista Alex Ollè – significa restituire vitalità a un classico che continua a parlare al presente, affrontando temi come tensioni politiche, conflitti armati e ferite collettive”. Ed ecco i cartelli sulla cavea contro la guerra e i tre interventi (che non appaiono nel testo di Eschilo) dei tre figuranti che testimoniano in mezzo agli spettatori gli orrori della guerra e la perdita d’una moglie, d’un marito e d’un figlio che amplificano gli interrogativi posti da Eschilo 2500 anni fa.
I PERSIANI di Eschilo. Traduzione di Walter Lapini. Regia di Àlex Ollé Collaborazione alla
regia:Ramon Simó Viñes. Scene: Alfons Flores. Costumi: Lluc Castells. Musiche: Josep Sanou.
Disegno luci: Marco Filibeck. Video: Joan Rodón. Responsabile del coro: Elena Polic Greco.
Responsabile dei cori cantati: Simonetta Cartia. Assistente scenografo: Sarah Bernardy. Assistente
costumi: Aleix Garcia. Assistente di drammaturgia: Kiara Pipino. Assistente alla compagnia:
Gaetano Cavarra. Assistente volontario alla regia: Ludovica Sarcinelli. Direttore di scena: Giuseppe
Coniglio. Interpreti: Anna Bonaiuto, Giuseppe Sartori, Alessio Boni, Massimo Nicolini, Marco
Maria Casazza e poi politici e militari: Francesco Migliaccio, Elena Polic Greco, Antonello
Cossia, Fabrizio Bordignon, Michele Cipriani, Francesco Biscione, Rosario Tedesco, Nicola
Bortolotti, Stefano Quatrosi, Giovanni Nardoni, Rosario Campisi, Simonetta Cartia, Virginia
Giannone, Margherita Cinardi, Gabriele Antonio Esposito. Cameramen: Pietro Bernetti, Giovanni
Ragusa. Coro donne: Arianna Angioli, Carla Bongiovanni, Margherita Cinardi, Alessandra
Giovannetti, Gaia Lerda, Giulia Maroni, Maria Rita Sofia Di Stasio, Francesca Totti. Coro uomini:
Samuele Cannoni, Samuele Ingrosso, Salvatore Mancuso, Riccardo Massone, Lorenzo Patella,
Tommaso Quadrella, Daniele Sardelli, Adriano Spera. Dal 13 al 28 giugno 2026 al Teatro greco di
Siracusa – 61ª Stagione Teatrale dell’INDA.
Gigi Giacobbe
Foto Pantano





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