La Sicilia ha conquistato un’ampia autonomia dallo Stato nella gestione del patrimonio culturale, ma senza trasferirla ai propri musei
di Marco Olivieri
Qual è elemento più importante legato al furto delle opere di Antonello da Messina? Intanto occorre non fermarsi all’amara certezza si intervenga solo quando il disastro è stato compiuto. L’assenza di programmazione, con una regia politica di lungo respiro, è un male che ci attraversa. Dai beni culturali alle politiche sociali e alla lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico, domina la logica dell’emergenza. Occorre dunque, quando si ragiona sul crimine d’arte avvenuto la sera del 15 agosto al Museo regionale “Accascina” di Messina, riflettere su alcuni aspetti in funzione di un cambiamento concreto, facendosi largo tra le parole spesso sterili del mondo politico. E concentrandosi sulle falle del sistema Sicilia. Da qui l’attenzione, che alcuni addetti ai lavori non hanno mancato di evidenziare, su un elemento decisivo: il rapporto tra l’ampia autonomia della Regione siciliana in materia di beni culturali e la limitata autonomia gestionale e finanziaria dei suoi musei. In sostanza, la Sicilia ha conquistato un’ampia autonomia dallo Stato nella gestione del patrimonio culturale, ma non ha trasferito una parte equivalente di questa autonomia ai propri musei.
Questa autonomia della Regione nei confronti dello Stato non si traduce automaticamente in autonomia del singolo museo
Sulla Carta del rischio da segnalare il nostro pezzo sui beni culturali e la protezione, con tantissime carenze, nell’Isola. In generale, la Sicilia, in virtù dello Statuto speciale e delle norme di attuazione del 1975, esercita direttamente gran parte delle funzioni che nel resto d’Italia spettano allo Stato in materia di tutela e gestione dei beni culturali. Il Museo regionale interdisciplinare di Messina, quindi, non dipende dal ministero della Cultura: è una struttura della Regione siciliana, inserita nel dipartimento regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana. Questa autonomia della Regione nei confronti dello Stato, tuttavia, non si traduce automaticamente in autonomia del singolo museo nei confronti dell’amministrazione regionale. L’ex MuMe, ora Museo “Accascina”, è organizzato come servizio del dipartimento regionale dei Beni culturali. E non è un istituto dotato di una propria autonomia economico-finanziaria e contabile paragonabile a quella riconosciuta ad alcuni grandi musei statali o agli stessi parchi archeologici siciliani.
Ciò non significa che il museo sia privo di capacità gestionale. La struttura museale esercita funzioni amministrative e operative rilevanti, comprese attività relative alla contabilità, ai bandi, alle gare, ai contratti, alla progettazione, alla manutenzione e ai restauri. Ma avere competenze nella gestione delle procedure non equivale a disporre di un proprio bilancio autonomo.
Anche il sistema degli introiti da bigliettazione rende evidente questa distinzione. Le entrate prodotte dall’ex MuMe non rimangono integralmente nella disponibilità diretta del museo, ma vengono acquisite al bilancio della Regione siciliana e contabilizzate nell’ambito dell’amministrazione regionale dei Beni culturali. La legislazione regionale, tuttavia, ne vincola la destinazione al settore culturale. L’articolo 7 della legge regionale n. 10 del 1999 stabilisce infatti che gli introiti dei luoghi della cultura privi di autonomia economico-finanziaria e gestionale siano destinati dall’assessorato regionale dei Beni culturali a interventi di sicurezza, conservazione, vigilanza, valorizzazione e manutenzione.
Il Museo non dispone di un proprio bilancio
Il problema, quindi, non è che gli incassi del Museo regionale possano essere liberamente utilizzati dalla Regione per finalità estranee ai beni culturali. Il punto è un altro: il museo non dispone di un proprio bilancio nel quale i ricavi prodotti dall’istituto affluiscano direttamente e sul quale la direzione possa autonomamente programmare entrate, spese e investimenti. La stessa normativa regionale conferma questo meccanismo. Dal 2018 una quota pari al 20 per cento degli introiti da bigliettazione viene destinata ai musei e alle gallerie regionali: una parte come quota fissa per il funzionamento e una parte in proporzione al numero degli ingressi, per mostre e attività didattiche. È dunque l’amministrazione regionale a redistribuire una parte delle risorse secondo criteri fissati dalla legge, non il singolo museo a trattenere automaticamente quanto incassa.
Questa struttura amministrativa rende più complessa anche la discussione sulle responsabilità relative alla sicurezza. Il Museo svolge funzioni operative importanti, ma non dispone di una piena autonomia economico-finanziaria. Occorre pertanto distinguere tra le competenze attribuite alla struttura museale e al suo dirigente e le decisioni relative alla programmazione e all’allocazione delle risorse, che restano inserite nel sistema amministrativo e contabile della Regione. Prima di attribuire eventuali carenze esclusivamente alla direzione del museo o al personale, hanno fatto notare alcuni addetti ai lavori, sarebbe quindi necessario verificare quali esigenze di sicurezza fossero state individuate, quali interventi potessero essere realizzati direttamente dal museo, quali richiedessero invece stanziamenti o autorizzazioni regionali, quali risorse fossero state richieste e quali fossero state effettivamente assegnate.
Il problema riguarda dunque non soltanto la quantità delle risorse destinate ai beni culturali, ma il modello stesso di governo dei musei regionali. Da questo punto di vista emerge un evidente paradosso istituzionale: la Regione siciliana dispone di un’autonomia particolarmente ampia nei confronti dello Stato in materia di beni culturali, ma non ha costruito per i propri principali musei un corrispondente modello di autonomia economico-finanziaria e gestionale. La questione diventa ancora più significativa nel confronto con i parchi archeologici siciliani. A questi ultimi la legislazione regionale ha riconosciuto espressamente autonomia economico-finanziaria e gestionale, comprendendo anche la gestione delle entrate che affluiscono ai loro bilanci. Un modello profondamente diverso da quello dell’ex MuMe, che continua invece a essere organizzato come servizio del dipartimento regionale.
Quali interventi di sicurezza erano nella disponibilità gestionale del Museo regionale di Messina?
Anche il confronto con il sistema statale è significativo. A partire dalla riforma del 2014, diversi musei statali di rilevante interesse nazionale hanno ottenuto autonomia scientifica, finanziaria, contabile e organizzativa. Non tutti i musei statali sono autonomi, ma il principio adottato è stato quello di riconoscere ai grandi istituti una maggiore capacità di programmazione e una responsabilità gestionale più chiaramente individuabile. Esiste inoltre un elemento storico significativo. La legge regionale n. 80 del 1977, che contribuì a costruire il sistema siciliano dei beni culturali dopo il trasferimento delle competenze dallo Stato alla Regione, prevedeva già per i musei regionali l’assegnazione di una “dotazione finanziaria” destinata ai compiti istituzionali e al normale funzionamento. Ma una dotazione finanziaria assegnata dall’amministrazione regionale non equivale a un bilancio autonomo dell’istituto.
Nel caso del Museo regionale, questa questione assume particolare rilievo. Un museo che conserva opere di Antonello da Messina e Caravaggio e che svolge funzioni scientifiche, conservative ed espositive di rilievo internazionale continua infatti a operare all’interno di una struttura dipartimentale, senza una propria autonomia economico-finanziaria paragonabile a quella riconosciuta ad altri istituti culturali. Questo non significa che l’autonomia finanziaria avrebbe automaticamente impedito il furto, né consente di stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto tra il modello amministrativo e quanto accaduto. Significa però che l’analisi delle responsabilità non può limitarsi alla domanda se il museo fosse adeguatamente sorvegliato. Occorre chiedersi anche quali interventi di sicurezza erano nella disponibilità gestionale del Museo regionale? Quali richiedevano invece decisioni, finanziamenti o autorizzazioni del dipartimento e della Regione? Quali criticità erano state eventualmente segnalate? Quali risorse erano state richieste e quali erano state effettivamente assegnate?
In tanti campi si auspica un passo indietro della Regione siciliana a favore dello Stato
Solo attraverso questa ricostruzione è possibile capire se eventuali carenze nella sicurezza derivassero da errori o omissioni della gestione museale, da limiti strutturali del sistema regionale oppure da una combinazione di entrambi. È dunque sulla distinzione tra responsabilità attribuite al museo e poteri effettivamente riconosciuti al museo che dovrebbe concentrarsi una parte rilevante dell’analisi del caso.
Altro elemento centrale, su cui ritorneremo, è auspicare un passo indietro in molti campi da parte della Regione siciliana a favore di un rinnovato ruolo centrale dello Stato. L’autonomia così non va.
Articolo scritto con il supporto dell’intelligenza artificiale.

