L'appuntamento a settembre. Il resoconto di due incontri a cura della sociologa Tania Poguisch nel segno del multiculturalismo e dei migranti
MESSINA – Pubblichiamo un resoconto di due iniziative a cura della sociologa Tania Poguisch, nel segno dei migranti, del Mediterraneo, e della nave “Tanimar”. Quest’ultima, nel solco delle rotte migratorie, riparte a settembre a Messina.
Due iniziative importanti si sono svolte a Messina su temi sociali e culturali che mettono al centro il Mediterraneo, scenario negli ultimi tempi narrato solo per parlare di sbarchi e di confini da difendere. Il 30 maggio presso la libreria Mondadori di Messina è stato presentato dalla professoressa Domenica Farinella dell’Università di Messina con il professore Luca Queirolo Palmas dell’Università di Genova, “Crocevia Mediterraneo”, un volume dell’Equipaggio della Tanimar a cura di Jacopo Anderlini e Enrico Fravega.
Mentre il 31 maggio presso la Chiesa di Sant’Elia di Messina si è tenuto l’incontro curato dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania e dall’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela, in cui sono stati presentati i risultati della ricerca etnografica condotta dall’antropologo Giovanni Cordova dal titolo “La Comunità singalese di Messina. Religione e rituali tra Oceano Indiano e Mediterraneo”.
Due momenti che ci hanno fatto riflettere su una dimensione di analisi e di ricerca che capovolgono la narrazione più diffusa in cui il Mediterraneo è un mare/ confine da difendere alzando muri di leggi che respingono chiunque sia considerato straniero non comunitario e voglia attraversarlo e oltrepassarlo.
L’equipaggio della “Tanimar” riparte a settembre da Messina.
Nella presentazione del racconto dell’equipaggio della “Tanimar”, il sociologo Luca Queirolo Palmas ci fa immergere in questa esperienza fatta da un gruppo di scienziati sociali che con un’imbarcazione percorre le rotte migratorie del Mediterraneo centrale. Un viaggio durato due settimane, dal 26 settembre all’11 ottobre 2022, con tappe nei principali snodi del controllo confinario europeo e cioè Pantelleria, Lampedusa, Linosa e Malta. “Possiamo sicuramente considerarlo un diario di bordo che ci mette in una posizione “movimentata” che è propria delle barche. Come dice Antonino Milotta,uno degli autori: “In barca lo sguardo è perennemente in movimento”.
Fuori dai confini della comunità accademica e in uno spazio in cui le maree hanno regolato i tempi della ricerca, l’equipaggio della Tanimar una volta imbarcato nello spazio ristretto della barca ha avuto diverse sfide davanti e tra queste quella di provare a rompere l’individualismo metodologico per provare a realizzare una etnografia collettiva. Come scrive Enrico Fravega lo spazio ha fatto violare “per necessità le regole della prossemica che vigono a terra, passando intere giornate assieme dal mattino alla sera, ha rappresentato una sorta di rito di passaggio che abbiamo superato mettendo a valore questa prossimità.”
Attraverso questo diario etnografico, il gruppo di scienziati che scrivono di Pantelleria, Lampedusa, Linosa, Malta, ci disvelano le proprie scelte di campo metodologiche e già dalla presentazione riescono a farci sentire quell’”Altro non appartenente a questa cerchia, presente ma non tenuto presente” a cui intendono rivolgersi e secondo me ci riescono benissimo.
Luca Queirolo Palmas che inizia la presentazione della ricerca scegliendo dei brani e leggendoli con un tono forte, si sofferma su un capitolo in particolare in cui si parla dell’allevamento dei tonni nel mare di Malta. Una vera mattanza per fornire il mercato del sushi durante la quale si incrociano lo sfruttamento degli uomini che lavorano dentro le gabbie per i tonni anche con il mare a forza cinque e l’inquinamento marino causato che colpisce quell’area. Un capitolo che ci porta ad un capovolgimento dei nostri occhiali sulla violenza necropolitica dei confini e su una mobilità umana ed economica che si muove nel mar Mediterraneo.
Bisognerà leggere il libro per capire che ci si trova davanti ad un diario di bordo veramente inedito, che ci induce a chiederci ad ogni capitolo: “vediamo dove ci porta adesso la marea”. Libri come questo ripristinano la funzione originaria della ricerca, un agire etnografico, non a caso viene usato il termine seawork, che diventa uno strumento indispensabile per acquisire una coscienza critica rispetto al mondo ed ai suoi vari dispositivi di potere e di controllo.
Infine, Luca Queirolo Palmas ci dà appuntamento a settembre comunicandoci che la prossima tappa dell’equipaggio Tanimar partirà da Messina.
Altrettanto interessante, in quanto ci offre più di uno sguardo, il lavoro dell’antropologo e assegnista di ricerca dell’Università di Catania Giovanni Cordova. Un lavoro che ha incontrato l’attivismo associativo che Migrantes svolge con costanza da anni grazie alla presenza del moderatore dell’incontro Santino Tornesi.
L’incontro si è svolto mercoledì 31 maggio nella chiesa di S. Elia che è Centro Diocesano per la pastorale delle Migrazioni, oltre ad essere anche la sede della Cappellania cattolica singalese.
In questo incontro ci parla ancora l’esperienza sul campo e quando ciò accade c’è sempre un modo più travolgente nell’ascolto, nel senso che anche il più banale senso comune con cui a volte ci approcciamo ci può fare rinominare tutto ciò che accade intorno ai vari dibattiti ed interventi sulle migrazioni. E secondo me la ricerca di Giovanni Cordova sortisce questo effetto.
Spesso si pensa alle migrazioni come a dei movimenti dettati da ragioni economiche e lavorative. In realtà studiando le comunità c’è molto altro e ciò che si è visto in questa ricerca è quanto siano forti e presenti le esigenze simboliche, come queste creino e determinino il successo del progetto migratorio e della catena migratoria. Uno studio che ci presenta chiaramente la complessità migratoria e ci svela quanto la dimensione spirituale sia importante nell’affermazione dello spazio pubblico attraverso i rituali.
L’autore della ricerca etnografica, svolta nell’ambito del Prin “Rimigra. Migrazioni, spaesamento e appaesamento: letture antropologiche del nesso rituali/ migrazioni in contesti dell’Italia meridionale”, ci presenta anche attraverso delle immagini le attività della cappellania singalese e la devozione verso santi “condivisi in contesti dell’Italia meridionale e del messinese.
All’incontro sono intervenuti Mons. Cesare Di Pietro, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela, Padre Philip Pererira, cappellano singalese a Messina dal 2019, la prof.ssa Mara Benadusi, antropologa dell’Università di Catania.
Nell’infinita ricchezza della presentazione, a questo punto mi sento di fare una scelta di campo su due fotogrammi in particolare: l’appuntamento dei singalesi di tutti i mercoledì alle 20, in cui si celebra prima la novena e poi la messa della Madonna del Perpetuo Soccorso e la festa di S. Elia, diventata la festa della parrocchia, che inizia con il rituale che è tipico dello Sri Lanka e dell’Asia Meridionale non appartenente solo ai cattolici, ma anche ad induisti e buddisti.
I rituali, come afferma Giovanni Cordova, sono molto importanti perché permettono momenti di condivisione, per ricordarsi chi si è, da dove si viene. Potremmo definirle occasioni pedagogiche, come lo stesso ricercatore ci dice. Attraverso i rituali la comunità si esprime molto, nel senso che li fa rivivere nel contesto della migrazione e li considera un modo per dire alla città in cui vivono “noi ci siamo”. Uno dei rituali è quello che si svolge ogni anno nel mese di luglio, quando ricorre la festa di S. Elia. Si tratta di un momento di grande festa che diventa appunto la festa della parrocchia come avviene in Sri Lanka. A questo proposito è interessante sottolineare che S. Elia non è un Santo conosciuto in Sri Lanka, eppure c’è un forte processo di identificazione. La festa inizia con un complesso rituale che non appartiene solo ai cattolici, ma attinge ad una ritualità induista e buddista ed è quello di issare un sistema di corde, funi e bandiere. Dalle immagini che passano in sala vediamo questo gioco di corde, di un vessillo i cui colori vengono associati al Santo.
Ci troviamo di fronte ad un’organizzazione puntuale e con un preciso codice estetico. Gli abiti vengono anche fatti arrivare o portati dallo Sri Lanka e ogni abito è diverso secondo di chi lo indossa e svolge una precisa funzione: se legge o canta o serve o ha delle particolari responsabilità.
Nel rigore della sua analisi e sull’uso delle categorie analitiche, Giovanni Cordova non rimane mai su un piano astratto, ma riesce a cogliere e a restituirci nella loro particolarità le forme di vita dei riti religiosi e non solo. Un incrocio di informazioni ed immagini che ci inducono a farci riconsiderare l’approccio culturale e religioso delle comunità che vivono a Messina ed a partecipare per vederle nella loro reale complessità sociale e culturale in cui vivono storie e sentimenti di persone che non sono dei semplici soggetti da bollare ed identificare come “stranieri”.
Infatti, questa ricerca ci dà alcune importanti indicazioni: prima fra tutte che occorre tenere conto di tutte le sensibilità per costruire nuovi processi sociali inclusivi. Secondo e non meno importante, occorre sperimentare nuovi modi di vivere per dire tutte e tutti insieme “noi ci siamo”. Nella sala erano presenti molti giovani singalesi che studiano nelle varie scuole messinesi e partecipano alle attività del doposcuola organizzate nella chiesa in cui si svolge l’incontro. Cordova afferma che la loro presenza restituisce un dato che parla chiaro e cioè le loro famiglie distribuite in un bilanciamento di genere piuttosto equo, ci mostrano il loro progetto di fare casa. Di essere cittadini nella città da loro scelta per vivere.
Per concludere, S. Elia, il santo sconosciuto ai singalesi ed oggi tanto centrale nella loro organizzazione religiosa e sociale, oggi ci ha fatto incontrare per riflettere nella chiesa a lui dedicata e la Madonna del Perpetuo Soccorso ha dettato i tempi della presentazione della ricerca, in quanto con uno scandire preciso di passaggi la sala adibita al convegno ha ripreso lo spazio della chiesa con i propri altari per poter iniziare la novena delle ore 20.
La ricerca è molto più ampia e complessa di quanto si possa riassumere in un articolo, ma le immagini fermate e raccontate ci inducono a partecipare più da vicino a questo spazio per creare confronti e scambio perché le feste dei propri Santi Patroni sono molto sentite e diffuse tra i messinesi.
Tania Poguisch
