Da obeso a modello, perché la dieta non è sacrificio, ma uno stile di vita - Tempostretto

Da obeso a modello, perché la dieta non è sacrificio, ma uno stile di vita

Pierluigi Siclari

Da obeso a modello, perché la dieta non è sacrificio, ma uno stile di vita

lunedì 03 Dicembre 2018 - 06:25
Da obeso a modello, perché la dieta non è sacrificio, ma uno stile di vita

Stefano Fappiano, col suo “Quel Tunnel Benedetto”, racconta il percorso che lo ha portato a superare il problema del bullismo e a sfilare per Dolce&Gabbana

Lo scorso novembre l’Accademia delle Prefi ha conferito l’attestato di benemerenza a Stefano Fappiano come scrittore emergente del 2018. Con il libro che gli è valso questo riconoscimento, Quel Tunnel Benedetto, Fappiano, nato a Ragusa trentatré anni fa, ha raccontato di come sia riuscito a superare il problema del bullismo subito per la sua obesità adolescenziale arrivando a sfilare per Dolce&Gabbana. Il testo può essere infatti definito una via di mezzo tra un’autobiografia e un manuale motivazionale, in quanto lo scrittore – che all’inizio dell’opera, in realtà, ci tiene a non definirsi tale – parla ai lettori di sé, e al contempo cerca di stimolarli, sia tramite massime sull’impegno e sul raggiungimento degli obiettivi, sia tramite consigli pratici, a prendersi cura di loro stessi.

Nella prefazione di Quel Tunnel Benedetto, a cura del biologo nutrizionista Luigi Bonanno, si pone attenzione verso un concetto su cui, con lo scorrere delle pagine, lo stesso Fappiano tornerà più volte: la stragrande maggioranza degli utenti, e a volte anche alcuni dietologi, tendono a considerare la dieta come un sacrificio momentaneo, da patire per un determinato lasso di tempo prima di riprendere le proprie abitudini alimentare, mentre invece dovrebbe essere vista come uno stile di vita da sposare con convinzione e portare avanti costantemente.

Per Fappiano, scoprirà presto il lettore, i ricordi iniziano da “prima del tunnel”, quando, a cinque anni, inizia a praticare sia il calcio che il basket. Lo sport gli permette di conoscere tanti bambini, alcuni dei quali diventeranno poi gli amici della vita. Inoltre Stefano dimostra buone doti da velocista, come intuisce il padre. Dopo un paio di anni, però, il suo allenatore di pallacanestro lo esorta a concentrarsi su un solo sport, e Stefano sceglie proprio il basket.

“Fu quello l’inizio del tunnel” ci dice Stefano Fappiano, “Perché a dodici anni ero molto basso, e per questo venivo preso ripetutamente in giro dai miei compagni, che mi chiamavano “nano, nano”, mi davano buffetti sulla testa dall’alto in basso, e altri dispetti. Andare ad allenarmi diventò naturalmente meno piacevole, e iniziai a farlo sempre meno, dando vita a un circolo vizioso: sempre meno movimento, sempre più cibo (per i lettori più incuriositi dai dettagli, nel testo l’autore riporta la sua alimentazione tipo nel periodo dell’adolescenza), a quindici anni pesavo settantacinque chili e ero alto un metro e sessantacinque, un paio di anni dopo ero cresciuto di dieci centimetri, ma ero arrivato a novantacinque chili”.

A venire in suo soccorso, l’intervento provvidenziale del padre: “Mio padre fa il personal trainer, ed è stato molto bravo soprattutto a invertire i ruoli: non è venuto da me a impormi il suo aiuto, al contrario, è stato lui a chiedere il mio per un programma di allenamento a cui stava lavorando. Mi ha coinvolto così, evitandomi la responsabilità iniziale di agire per me stesso. All’inizio ero felice perché, in teoria, ero appunto io a aiutare lui”.

Da quel momento, Stefano è andato avanti nel proprio percorso senza tentennamenti: “Dopo avere iniziato, vedere da un lato i primi risultati ottenuti, dall’altro avere davanti quelli ancora da raggiungere, mi stimolavano a continuare sia con l’allenamento che con un’alimentazione sana. Ormai avevo assunto un determinato stile di vita, che mi faceva, e mi fa, stare bene, perciò non lo avvertivo come un sacrificio, tutt’altro. La concezione errata di molti è vedere la dieta come un “devo mangiare poco”, ma non è così. Io assumo tremila e cinquecento calorie al giorno, e non mi sento mai affamato”.

Come ciliegina sulla torta, Stefano Fappiano si è tolto la soddisfazione di sfilare per Dolce&Gabbana: “Ho partecipato a un provino fotografico a Ragusa, senza aspettarmi niente. Per quanto ne sapevo, poteva pure trattarsi di una mezza truffa. Invece, poi sono stato convocato nella sede di Dolce&Gabbana, ho incontrato i due stilisti e ho sfilato per loro al Metropol nel gennaio del 2013. Nello stesso anno ho partecipato a uno shooting fotografico a Taormina con Monica Bellucci e Bianca Balti, e sono stato richiamato da Dolce&Gabbana”.

Più di recente, invece, il ragusano ha partecipato a una pubblicità per la Vodafone e fatto da comparsa per alcuni film ambientati in Sicilia, tra cui La stagione della caccia. “Mi affascina il mondo dello spettacolo, spero di lavorarci in modo stabile, anche se ho pure altri progetti”.

Prima di salutarci, con Stefano affrontiamo il problema del bullismo. In un capitolo del suo libro, troviamo il racconto di quando un suo professore di educazione fisica delle superiori impose a tutti gli studenti di effettuare una corsa di un chilometro nel tempo limite di quattro minuti. Per Stefano, a causa dei problemi di peso dell’epoca, un’impresa impossibile in partenza. Il professore, però, legò al suo fallimento la punizione collettiva – il divieto di giocare a calcio – rendendolo di fatto colpevole agli occhi dei compagni: “Per fortuna non subii ritorsioni gravi come quelle che purtroppo a volte leggiamo nella cronaca, e me la cavai con qualche spintone e delle frasi cattive. È chiaro che fu comunque una grossa umiliazione. Ritengo che le persone incaricate dell’educazione e della formazione dei giovani devono prestare sempre il massimo dell’attenzione, non limitandosi solo agli eventi ufficialmente dedicati all’informazione, ma concentrandosi sulla vita di tutti i giorni, perché è lì che si corrono rischi ed è lì che bisogna intervenire. Un consiglio che, data la mia esperienza, mi sento di dare ai ragazzi vittime di bullismo è quello di trovare un qualcosa che aumenti la loro sicurezza, perché questo funge soprattutto da prevenzione. I bulli sono prima di tutto dei codardi, e in quanto tali fiutano le persone sicure di loro stesse e si tengono a distanza. Naturalmente, questo non significa che si debba lasciare alle stesse vittime di bullismo la risoluzione di tutti i problemi. Mi ripeto, trattandosi di un tema complesso, servirebbe un impegno profondo e proficuo di tutta la società, con un lavoro coordinato delle famiglie e delle scuole, senza dimenticare l’importanza dei media”.

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