La Violenza della Luce e altre storie. Intervista a Gianluca De Rubertis

La Violenza della Luce e altre storie. Intervista a Gianluca De Rubertis

Giulia Greco

La Violenza della Luce e altre storie. Intervista a Gianluca De Rubertis

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mercoledì 13 Ottobre 2021 - 11:20

Cinico ed elegante, pignolo e anticonformista. Il panorama della musica italiana lui lo conosce bene, ma quanto invece ne sappiano della musica di De Rubertis? Questo ed altro nella nostra intervista

Il trio sperimentale composto da Lino Gitto alla batteria, Andrea Pesce per bass rhodes/synth e Gianluca De Rubertis voce e tastiera, ha fatto vibrare il palco del Retronouveau una sera di ottobre. Con la capacità di mettere in pausa il tempo per qualche ora.

Tra l’omaggio a Franco Battiato “Patriots” e la richiestissima “Pop Porno”, De Rubertis ha espresso il suo cantautorato elegante e cinico, con la delicatezza di chi rispetta la musica e la sacra unione della stessa con la poesia – per dar vita alla canzone. Il tocco a volte flebile, a volte deciso che dava alla tastiera, creava un ambiente intimo e quasi familiare, ideale per chi si fa travolgere dalle note di uno spartito.

Poco prima di salire sul palco, però, i microfoni di TempoStretto hanno “rubato” del tempo al cantautore, per una chiacchierata

Da sinistra: Lino Gitto, Andrea Pesce, Gianluca De Rubertis

A distanza di un anno dalla pubblicazione del tuo ultimo album “La violenza della Luce” hai tirato le somme riguardo una tua eventuale evoluzione rispetto agli album precedenti? E che artista sei in questo momento?

Sicuramente si imparano tantissime cose, si impara ad essere più pignoli, si cerca un’idea di perfezione. Una perfezione che però non esiste, quindi sono più delle idee estetiche che tende ad assomigliare a qualcosa che in qualche modo vorresti che sia. Tutti quelli che scrivono canzoni tendono ad amare le ultime cose che scrivono. Dato che sto scrivendo già altre cose, questo disco ancora non l’ho stancato.

Che artista sono? Non lo so. Sono chi riesco ad essere, sono me. Sono una persona molto concentrata su se stessa, quando lavora, e sulla scrittura che al momento porto avanti.

Gianluca De Rubertis – live @Retronouveau, Messina 2021

Come si sviluppa il tuo processo creativo?

Non c’è una regola, nel senso che ogni canzone nasce come vuole lei, io penso che le canzoni in qualche modo vivano di vita propria e l’artista è scelto come tramite. Certo, non si fanno scrivere da tutti. Io ci metto del mio, ma quando è intensa, mi sento come un filo elettrico che deve far passare la corrente. Se si tratta invece di canzoni prodotte per essere singoli, con uno scopo specifico, soprattutto a Milano c’è una sorta di fabbrica di musica, e un po’ si perde quella perfetta armonia tra musica e parole.

Tu e la tua musica siete stati colpiti dall’ “effetto Covid”?

Non particolarmente, io ho continuato a scrivere, lavorare, fare tutto ciò che dovevo fare. Questo pulsante “pausa” non mi ha stravolto l’esistenza, non mi ha fermato nel mio processo. L’impatto l’ho notato sugli altri, ho visto una società impazzita.

Sei un ragazzo del sud, e si sa che il sud ha una radicata tradizione popolare musicale. Qual è il tuo approccio con le melodie folkloristiche?

Non sono mai stato un appassionato di musica popolare. Un po’ per il percorso che ho avuto, un po’ per il mio stile, mi muovo più nel mondo del pop. È un mondo che non mi è mai capitato di incrociare troppo, oggi come oggi non mi sento di snobbarlo, ma sono aperto a qualsiasi cosa mi riserverà il futuro.

Questa domanda mi è venuta in mente perché ascoltando le tue canzoni, alcune sono delle storie narrate, e la musica popolare racconta sempre qualcosa: di amore, di viaggi, di ritorni e partenze, si canta una vicenda. Pensi di far parte dei cosiddetti cantastorie?

I miei pezzi sono più verticali che orizzontali, con una narrativa che cerca dei picchi di linguaggio che non considerano poi più di tanto la storia. Poi la storia la vedo come una farsa, è fallace: un po’ come una fotografia, che immortala il momento, ma non potrà mai trasmettere ciò che si è vissuto in quel momento, perché ha catturato solo l’immagine che la realizza. La realtà, quegli attimi in continuo andar via, erano già canzone, già poesia. Che però ne rendono il 5% di quel che è. La vita è sempre più importante, perché inspiegabile.

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