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“Le lettere a Theo”. Segni dall’inferno… anelando l’Eternità

Tosi Siragusa

“Le lettere a Theo”. Segni dall’inferno… anelando l’Eternità

venerdì 03 Settembre 2021 - 09:01

Toccante e soggiogante piece, questa produzione Nutrimenti Terrestri, al Cortile del Palazzo Calapaj-D’Alcontres, con uno straordinario interprete monologante, immerso in toto nella resa dell’artista maledetto Vincent Van Gogh alle prese con l’ingombro esistenziale, all’ombra dell’incapacità di accomodarsi alla routinaria normalità degli altri, nell’ urgenza incombente d’espressione geniale dell’ arte visiva pittorica.

Van Gogh,pur prendendo le mosse dall’impressionismo francese, man mano che sviluppa la Sua Arte se ne discosta, gettando le basi dell’ Espressionismo, e, tuttavia non potendosi identificare in nessuna corrente specifica, restando unico e inconfondibile(taluna critica lo definì simbolista)

Le missive intercorse con il fratello Theo, fortunosi resti a futura memoria di quel legame a doppia mandata fra i due (con focus su quelle di Vincent, percorse da impeto, ribellione, gratitudine, rara pacatezza, sfiducia e arrendevolezza a moti di speranza) offrono un lucido spaccato dell’universo vangoghiano e ci mostrano con rigore le tante luci, giunte fulgide e folgoranti a noi ( e di certo illumineranno anche il cammino dei posteri), ma in uno la pesante e ingombrante cupezza interiore, con picchi di follia, e non può valere a tacitare l’assonanza genio/sregolatezza la ovvia evidenza di riferirsi a formula atta a facile uso e consumo, anche a sproposito, perché proprio di questo si tratta nel caso di specie.

E bene lo spettacolo lo fa risaltare, in quella full immersion di Roca Rey in Van Gogh, ove l’uno si fa l’altro (per lo meno è assai prossimo a come comunemente ci rappresentiamo il Pittore, incerto e confuso, piagato dal bisogno pressante del minimo vitale come da quello assai urgente di “fare” Arte, raggiungendo la perfezione,ma in fondo sempre consapevole del proprio valore.)…E allora, la Vita e l’Arte non sono più distinguibili, anche la realtà esperienziale del vissuto diviene Artistica, e, viceversa, la Pittura permea di sé quell’Esistenza.

Nell’interazione eccellente fra la lettura drammatizzata delle autentiche lettere , scelte fra quelle più significanti degli ultimi otto anni di vita dell’Artista,dal 1882 al 1890- caratterizzati dai suoi tormentati soggiorni ad Anversa, Parigi, Arles , Saint Remy e Auvers-sur-Oise, fase nel corso della quale l’Arte Pittorica del Nostro ha avuto sviluppo e raggiunto l’acme, germinando in tutta la sua compiuta maturità- e la certosina ricostruzione, con libero adattamento (da plauso, di Roca Rey) del mondo dell’anima, dei pensieri e del sentire, abbiamo seguito un travagliato percorso all’interno della psiche vangoghiana, fra i suoi tormenti, nelle piaghe e le pieghe di quel vissuto, e accolto nell’intimo quell’empatica trasmissione da parte dell’emittente, anche a mezzo della sua gestualità ricercata, ma non di maniera, entrando nei dipinti, in una esperienza immersiva non solo nominalmente.

Chapeau allora alla Rassegna “Il Cortile Teatro Festival”, che una volta ancora, anche in questa seconda parte, ci ha fatto toccare altissime vette, facendo vibrare le nostre corde, all’unisono con le note del flauto – e di altri strumenti a fiato estensioni dello stesso, suonati impeccabilmente da Luciano Tristaino – che ha accompagnato o preceduto la lettura della corrispondenza, in perfetta assonanza con le alterate percezioni dell’artista olandese…E fra le melodie di Satie, Debussy e Piazzolla, si sono incastonate le concitate letture, coinvolgenti da far trattenere il respiro.

Roca Rey ha peraltro brillato anche nella direzione della mise en scene,che,nonostante la completa immedesimazione messa in atto,è rimasta in buon equilibrio,sempre ben calibrata,

Residua un interrogativo che lungometraggi più o meno riusciti hanno tentato di sviscerare…Vincent poteva essere salvato da quegli abissi e dal delirio interiori, e, in caso affermativo, con quali esiti sulla Sua produzione artistica così eccelsa? Non si può sottacere,ancora, che si deve all’opera lungimirante della cognata, dopo la dipartita di Theo,la messa in luce dell’Arte dell’Eccelso,e la sua rivelazione universale .La sua sensibilità tanto acuta, il suo andare all’essenza delle cose e la ricerca di autentici rapporti non potevano che esporlo oltre misura, come quel suo cogliere la sofferenza degli ultimi,e la complessità dell’umano,e le espressioni di vita della natura percepite come con lente deformante secondo gli stati d’animo, tutto questo fardello ci ha regalato meravigliose tele, ove, infatti, non è riportata una mera riproduzione dei soggetti di qualsivoglia natura nella reale loro rappresentazione, ma le più intime percezioni degli stessi,insieme ad una ricerca del colore che ha rasentato il sublime,con particolare riguardo alle tele degli ultimi tre anni.

Le consone scene, si sono avvalse unicamente di una sedia (che ricorda la Sedia dell’omonimo dipinto di Van Gogh), un leggio e alcuni celebri dipinti a far da sfondo, un Autoritratto, un Vaso di Girasoli, i Mangiatori di patate e la Notte stellata.

In conclusione,a buon diritto Roberto Zorn Bonaventura può essere annoverato fra le più apprezzabili espressioni di ricerca nell’arte performativa teatrale, e infatti il riconoscimento ministeriale recente ha proprio consolidato gli innegabili meriti della Rassegna e del Direttore Artistico, vere eccellenze,con valore aggiunto nella ormai riuscita combinazione fra rappresentazioni ,tutte di innegabile qualità , e momenti di sana e genuina convivialità, grazie all’apporto dell’esercizio di ristorazione “A Cucchiara” di G. Giamboi.

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