Beirut. Il suo video ha fatto il giro di tutti i principali periodici internazionali. Sàhêli si racconta a Tempostretto, tra paure, speranze e resistenza
Il suo video ha fatto il giro del mondo, condiviso dai principali periodici internazionali, da televisioni e social di tutto il mondo: Mahdi Sàhêli, violoncellista libanese, esegue l’«Andantino» del compositore armeno Aram Khachaturian, tra le macerie del sud di Beirut, in Libano, distrutto dai raid israeliani.
Un solo messaggio come didascalia al suo video, in arabo: “In mezzo alla guerra e alla distruzione, la musica intona una melodia di speranza, trasformando i sospiri della sofferenza in note che riflettono la tenacia dello spirito umano”.
L’arte come resistenza
L’arte, lungi dall’essere semplice forma di intrattenimento o passatempo estetico, ha, da sempre, costituito una vera e propria forma di resistenza non violenta.
Lo faceva già Aristofane, nel 411 a.c., con la Lisistrata, denunciando l’assurdità della guerra tra Atene e Sparta; Bertolt Brecht, con Madre Courage e i suoi figli, nel 1939, mentre fuggiva il nazismo. O, ancora, emblematica è l’esperienza di Sarajevo, città lacerata dalla guerra di Bosnia-Erzegovina degli anni 1992-1995, che ha trasformato le sue sale teatrali, i cinema, le biblioteche, in luoghi di incontro, denuncia, protezione, speranza e preservazione di un’identità collettiva.
Con questo stesso intento, Mahdi Sàhêli decide di suonare tra le ceneri della sua terra, sotto un cielo in cui le esplosioni non permettono più di vedere le stelle. Usa il linguaggio che meglio conosce, la musica, che, nella sua universalità, così come supera ogni limite sintattico, supera anche ogni confine, bandiera, potere o supremazia. Il suo violoncello diviene la sua sola arma non violenta in difesa della dignità dell’uomo.
Contattato da noi tramite quello stesso profilo da cui ha condiviso il video, Sàhêli si racconta a Tempostretto.

L’intervista
Il primo aspetto su cui Sàhêli pone attenzione è il valore del dare ascolto, non solo alla musica, ma alle storie di chi sta vivendo la tragedia umana che lacera la nostra contemporaneità:
“Viviamo ogni giorno tra violenza e perdite profonde: case distrutte, servizi interrotti, vite sconvolte. E come noi, più di noi, in tantissimi, troppi, oggi, nel mondo. Provo un misto di shock e determinazione: i piccoli momenti di normalità diventano preziosi mentre il dolore si accumula. A chi è lontano voglio dire: siate testimoni con umanità, ascoltate le storie personali, sostenete iniziative umanitarie affidabili e usate la vostra voce per chiedere la protezione dei civili”.
Sulla scelta di far risuonare la sua musica sulle macerie spiega invece: “Suonare tra le rovine è stato una protesta silenziosa e un conforto: un’affermazione che la nostra umanità e la nostra memoria resistono. L’arte da sola non ferma la violenza, ma muove i cuori, preserva la memoria e costruisce solidarietà. È una potente forma di resistenza simbolica, ma deve essere accompagnata da azioni politiche, legali e umanitarie per creare un cambiamento reale”.
Per tale motivo, ha deciso di utilizzare la sua musica come strumento politico, di rivolgere a questo intento tutta la sua carriera e la sua arte: “Sono un violoncellista che insegna e ha suonato in ensemble e in progetti solistici. Ho deciso di concentrarmi del tutto sul lavoro comunitario — concerti nei rifugi, laboratori per le persone colpite dal conflitto e progetti che utilizzano la musica per la guarigione e la memoria. Il mio obiettivo è usare la musica come strumento di solidarietà e resilienza. Ho dei nuovi progetti in corso. Ho in programma, se le circostanze lo permetteranno, di pubblicare diversi altri video che documentano la distruzione che colpisce le comunità in tutto il Libano, per aiutare a mantenere alta l’attenzione su ciò che sta accadendo e sostenere gli sforzi per il soccorso e la pace”.
Nonostante sognasse di poter raggiungere con il suo video quante più persone possibili, non si aspettava davvero tutto ciò che ne è conseguito: “Il livello della risposta ha superato qualsiasi cosa avessimo immaginato. Il video ha davvero raggiunto e toccato le persone, e questa connessione emotiva ha contribuito a costruire una più ampia solidarietà con il Libano e a rafforzare gli appelli per fermare l’aggressione e porre fine alla guerra. Abbiamo bisogno di questa empatia. Le notizie delle tragedie, cui siamo quotidianamente bombardati, ci portano ad astrarre il dolore, allontanarlo, renderlo impersonale, a non guardarlo negli occhi. Io, invece, mi sono sentito visto e, ovviamente, ascoltato. Credo che questa riscoperta capacità di incontrarci possa davvero cambiare le cose”.
Nel tentativo di fuggire il dolore cui ci sottopongono le immagini e le notizie della guerra, le trasformiamo spesso in semplice rumore di fondo, titoli astratti di cui dimentichiamo la realtà individuale, concreta, personale, umana. Il gesto di Mahdi Sàhêli interrompe l’assuefazione e ci costringe a fermarci, ad ascoltare davvero. Non solo la musica, ma ciò che quella musica porta con sé: vite spezzate, persone, volti, nomi, ma anche le loro memorie resistenti, le loro speranze non cancellate, una umanità che non si arrende.
