Erano stati denunciati da due agenti non convinti di una multa ricevuta.
Messina – E’ di condanna il verdetto di primo grado per i fratelli Maurizio e Francesco Pugliatti, rispettivamente brigadiere dei Carabinieri e sovrintendente capo della Polizia, finiti ai domiciliari nel settembre del 2018 con l’accusa di aver firmato false multe ai danni di colleghi per ritorsione.
La sentenza
Il giudice monocratico di Messina Francesco Torre li ha riconosciuti colpevoli di tutti i reati mossi nei loro confronti dalla Procura, che alla fine del processo aveva chiesto la condanna a 3 anni e 3 mesi. E questo è il verdetto: 3 anni e 3 mesi di reclusione, interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e spese legali da pagare alle parti civili, alle quali devono anche il risarcimento, da liquidare in sede civile.
I due sono difesi dagli avvocati Salvatore Silvestro ed Ugo Colonna mentre le parti civili, due poliziotti messinesi, sono assistiti dall’avvocato Nino Cacia.
La vicenda
Il processo è nato proprio dalla denuncia dei due agenti. I poliziotti avevano denunciato come responsabile di un piccolo furtarello la nipote del Pugliatti loro collega.
Tempo dopo, gli stessi agenti sono stati multati perché giravano su scooter non assicurati. Ma qualcosa a loro nel verbale non tornava. Si sono così accorti che era stato firmato da un carabiniere del Radiomobile, fratello del poliziotto, che attestava il loro passaggio in scooter sui due mezzi non assicurati. Da dove era scritto sul verbale, però, i due agenti non erano mai passati. Circostanza i due hanno dimostrato ricostruendo il loro percorso attraverso le immagini della video sorveglianza di zona. Hanno perciò denunciato i due fratelli, pensando di essere stati multati falsamente come ritorsione per la denuncia della nipote.
Una ricostruzione che ha convinto il giudice di primo grado, che ha accolto la richiesta di condanna. Si tratta ovviamente soltanto del primo grado di giudizio e ora carabiniere e poliziotto, con i propri difensori, valuteranno la richiesta di appello per far valere le proprie ragioni nei successivi gradi di giudizio.
