L'accusa punta a blindare gli ergastoli di Gullotti e Di Salvo. Le novità sull'operazione Inganno
Messina – Via al processo di secondo grado per l’operazione Inganno l’indagine del Ros dei Carabinieri che ha svelato i retroscena di 13 omicidi risalenti a diversi anni fa, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Alla sbarra c’è il gotha del clan di Barcellona che in primo grado ha chiuso la partita con tante condanne e due clamorose assoluzioni. Sul tavolo dei giudici della Corte d’assise d’appello c’è la richiesta dei difensori di rivedere il verdetto del gennaio 2025 e quello della Procura di Messina di confermare le condanne emesse in primo grado e cancellare le assoluzioni.
Il processo
Al banco dell’accusa c’era il procuratore generale Lombardo che, insieme al sostituto della Direzione distrettuale antimafia Francesco Massara, ha relazionato per circa 3 ore ribadendo la necessità di condannare tutti i boss di Barcellona imputati. Il prossimo 17 marzo la Procura generale interverrà sulle due condanne, poi la parola passerà ai difensori, gli avvocati Filippo Barbera, Giuseppe Lo Presti, Tommaso Autru Ryolo, Franco Bertolone, Antonino Pirri, Giuseppe Cicciari, Luca Cianferoni, Tino Celi e Diego Lanza. Se il calendario delle udienze sarà rispettato, la sentenza della Corte (presidente Sagone, a latere Orlando) arriverà entro la metà di aprile.
La sentenza
In primo grado un anno fa la giudice Arianna Raffa aveva chiuso il processo abbreviato decidendo l’ergastolo per lo storico boss Giuseppe Gullotti e il reggente Sam Di Salvo, condanne a 30 anni per Vincenzo Miano e Giuseppe Isgrò, 15 anni per i pentiti Carmelo D’Amico, 12 anni per Salvatore Micale, mentre erano stati scagionati e assolti “Stefanino” Genovese e Carmelo Mastroeni.
Gli omicidi di mafia al cimitero
L’operazione era stata battezzata Inganno perché con un inganno sono stati attirati nella trappola mortale Antino Accetta e Giuseppe Pirri. Un delitto degno di un film dell’orrore, titolarono i giornali quel giorno di fine gennaio del 1992. Era la mattina del 21 e una telefonata anonima avvisò le forze dell’ordine del fatto che all’ingresso del cimitero di Barcellona c’erano due cadaveri. Quando le divise arrivarono, trovarono i corpi senza vita dei due giovani stesi sotto un altare di pietra sormontato da una enorme croce. Due giovanissimi, puniti con la morte per piccoli furtarelli.
Il boss si dissocia “a metà”
L’operazione Inganno, oltre a fare luce su una serie di delitti rimasti per anni nell’ombra, ha fatto registrare un’altra pagina clamorosa: ovvero il primo episodio di “collaborazione” tra Sam Di Salvo e lo Stato. Chiuso nel silenzio al 41 bis per anni, il “colletto bianco” Di Salvo ha reso la sua versione anche su episodi che non lo vedono direttamente coinvolto. In sostanza Di Salvo ha “smentito” D’Amico su alcuni punti specifici. Dopo di lui anche Mastroeni, considerato legato a doppio filo a Di Salvo anche nelle attività nelle costruzioni, ha rilasciato dichiarazioni alla Procura, rivelando i retroscena di alcuni dei delitti e confermando così il suo ruolo. “Sono stato costretto, l’ho fatto per paura di essere ucciso”, ha detto in sostanza il costruttore, dissociatosi. Sembrava una apertura ad una collaborazione vera e propria, quella di Di Salvo, che però non ha avuto poi ulteriori sviluppi.
