Messina, l’ennesima umiliazione. Ha senso fare calcio così? - Tempo Stretto

Messina, l’ennesima umiliazione. Ha senso fare calcio così?

Marco Ipsale

Messina, l’ennesima umiliazione. Ha senso fare calcio così?

lunedì 15 Ottobre 2018 - 06:40
Messina, l’ennesima umiliazione. Ha senso fare calcio così?

Pessime figure fuori e dentro il campo. Ma purtroppo non sembrano esserci alternative

Solo a Messina può accadere che vengano disposte le porte chiuse per la quinta giornata di serie D, dopo che le prime due casalinghe si erano giocate a porte aperte.

Solo a Messina può accadere di assistere ad un continuo scarico di responsabilità tra le parti per ottenere un diritto che dovrebbe essere scontato.

Solo a Messina può accadere che uno stadio da 40mila posti abbia l’agibilità per gli affollati concerti estivi e non ce l’abbia per partite di campionato che attirano a malapena 800 spettatori. E questi 800 saranno sempre meno perché questo non è calcio. Solo l’amore smisurato per la maglia può portare ancora qualche centinaio di persone allo stadio, perché spettacoli del genere non meriterebbero neanche un tifoso.

Alla fine, le porte chiuse hanno avuto un risvolto positivo: hanno evitato alla maggior parte di quei tifosi l’ennesima umiliazione. Non a quegli irriducibili che, come sempre, sono saliti persino sulla collinetta sopra lo stadio, pur di non abbandonare mai il Messina. Se poi si aggiunge anche il "teatrino" col sindaco De Luca, gli striscioni, le risposte, gli insulti, allora si va a raschiare il fondo del barile.

Il Messina dà spettacoli pessimi fuori e dentro il campo. E’ così da dieci anni e tre mesi, cioè da quell’11 luglio 2008 in cui Franza decise di non iscrivere la squadra al campionato di serie B. Ci sono state solo due piccole parentesi: la promozione in serie C del 2013 ed il dignitoso settimo posto in serie C del 2016, senza contare il campionato farsa del 2014. Poi otto anni di umiliazioni e ora è iniziato il nono.

Il presidente Pietro Sciotto non è l'unico colpevole. Anzi ci sta “buttando” qualche soldo, le sue intenzioni sembrano buone, migliori di quelle dei suoi predecessori, ma i risultati, beh, su quelli lasciamo perdere. Al suo arrivo, lo scorso anno, ha promesso l’immediata promozione in serie C, poi, negli anni, quelle in serie B e in serie A. Alla fine il Messina è arrivato sesto ma c’era l’attenuante dell’esordio.

E’ in questi mesi che Sciotto ha mostrato tutta la sua incompetenza e presunzione. Da quando era arrivato in panchina Giacomo Modica, il Messina aveva fatto meno punti solo delle due battistrada, Vibonese e Troina, che poi si sono giocate la promozione allo spareggio. Escludendo le prime sei giornate in cui i giallorossi avevano fatto solo due punti, quindi, in un’ipotetica classifica il Messina era terzo e, durante il torneo, aveva mostrato buone qualità di gioco e alcune individualità interessanti.

Costruire una squadra in grado di fare il salto in C era semplice: bastava confermare l’allenatore e l’ossatura della squadra, inserendo qualche puntello di categoria superiore. Cosa fa, invece, la società? Stravolge tutto. L’allenatore e quell’ossatura sono ora in blocco alla Cavese, in serie C.

Era comunque giugno e c’era ancora il tempo per ricostruire. E infatti a luglio è stato scelto un buon tecnico, Peppe Raffaele, lo scorso anno quinto nello stesso girone di D con l’Igea Virtus e vincitore dei play off. Dopo il ritiro e i primi arrivi, il 22 agosto Raffaele va via, per motivi mai chiariti. Ora è allenatore del Potenza, in serie C.

A Messina è arrivato, invece, Pietro Infantino, lo scorso anno ottavo sempre nello stesso girone di D, con l’Acireale. L’esordio è del 16 settembre ma, in meno di un mese, Infantino non è riuscito a dare una buona impronta alla squadra. E dire che qualche individualità importante c’è, del calibro di Genevier, Gambino o Arcidiacono. Ma, evidentemente, è troppo poco per una squadra costruita in ritardo, quando invece c’era tutto il tempo di farlo, e assemblata male. Ed è umiliante sentire l'allenatore dire che la Cittanovese è forte o il Gela è forte. Il Messina dovrebbe fare la serie D solo per stravincerla, non per fare queste figuracce.

In cinque giornate, la squadra ha raccolto una vittoria risicata, un pareggio e tre sconfitte, tutt’e tre per 3-0, due delle quali in casa. Altro che puntare al primo posto, già distante nove punti.

Il problema, a questo punto, non è la serie D. Perché i tifosi del Messina hanno dimostrato di fare numeri importanti anche in questa categoria.

Il problema è come si fa la serie D. Messina rappresentava lo scorso anno la città più grande della categoria, quest’anno la seconda, dopo Bari. E’ chiaro che in campo non scende la città e che non è il numero di abitanti a fare il risultato. Ma andare continuamente a prendere umiliazioni in casa e fuori, in paesi di 10mila o meno abitanti, su campi di patate (quelli tranquillamente aperti al pubblico), ha stancato.

Il problema è che l’alternativa non c’è. Perché al Messina servirebbero quegli imprenditori che hanno portato il Parma in tre anni dalla D alla A o un De Laurentiis che quest’anno porterà il Bari in C o chiunque altro possa investire bene qualche milione e garantire un futuro degno.

Il Messina, quest’anno, potrà anche riprendersi, come ci auguriamo, e raggiungere i play off, visto che il primo posto sembra ormai perso. Ma i play off, nella maggior parte dei casi, sono inutili. Lo scorso anno l’Igea li ha vinti e quest’anno è ancora in serie D. Si dice che è una questione di soldi ma, in questo caso, ci vuole chi li metta e non è detto neppure che si riesca ad ottenere il risultato. Ad esempio, quest’anno la serie C ha 59 squadre, quando sarebbe stato più logico farne 60, numero pari.

Tutto questo in un contesto in cui il calcio di serie A è dominato dai milioni di sponsor e tv e il calcio delle serie minori è dominato dal caos. Nel 2003 la serie B, da sempre a 20 squadre, era stata portata a 24 squadre, per ragioni politiche, poi nel 2004 a 22 squadre, creando un maxi campionato. Ora, dopo 14 anni, è stata diminuita a 19 squadre, con code giudiziarie che proseguono ancora oggi a campionati inoltrati.

La presenza di Tar, Consiglio di Stato e altri organi giudiziari è ormai divenuta consuetudine in un mondo calcistico che ruota sempre più intorno a soldi e interessi e sempre meno intorno al pallone. Nella migliore delle ipotesi, quindi, la prossima estate il Messina potrà ambire a rientrare in questo calderone, con regole sui ripescaggi che cambiano da un giorno all’altro. Il modo perfetto per uccidere la passione calcistica. Nella speranza che, nel frattempo, non arrivino altre umiliazioni anche sul campo.

(Marco Ipsale)

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