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Quel treno dei bambini che dal Sud al Nord ha unito l’Italia: “Piove ricotta!”

Rosaria Brancato

Quel treno dei bambini che dal Sud al Nord ha unito l’Italia: “Piove ricotta!”

venerdì 23 Ottobre 2020 - 08:11
Quel treno dei bambini che dal Sud al Nord ha unito l’Italia: “Piove ricotta!”

Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri Spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto. Scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me”.

I treni dei bambini del sud

E’ il 1946. E’ Napoli. Amerigo ha 7 anni. In realtà Amerigo non esiste. Ma oltre 70 mila bambini come lui, nell’Italia del dopoguerra, piegata dalla fame e dalla miseria, hanno vissuto una straordinaria pagina di umanità che ha cambiato per sempre le loro vite ed anche la storia. Purtroppo oggi quei “treni dei bambini” che dal Sud raggiungevano le famiglie accoglienti del Nord, sono distanti anni luce da una società arrabbiata, sempre più piccola nel cuore e più lacerata da egoismi sociali.

70 mila storie vere

Lui si chiama Amerigo Speranza ed ha solo mamma Antonietta. Un papà mai conosciuto, un fratello maggiore morte bambino. La sua casa sono i vicoli di Napoli, la sua famiglia sono i bambini che respirano fame e strade. Il gioco delle scarpe non lo ha mai vinto nella sua Napoli del ’46. Lo vincerà a Modena, in quella che per quasi un anno sarà la nuova famiglia (anzi, in fondo l’unica famiglia che conoscerà). A Modena conoscerà un “babbo”, il calore di un abbraccio vero, quello di Derna “invece per mia mamma Antonietta gli abbracci non sono arte sua”). Scarpe nuove.

Da Napoli a Modena

La storia dei treni dei bambini è storia vera. E’ stata un’iniziativa delle donne del Partito comunista. Le figure femminili nel libro di Viola Ardone “Il treno dei bambini” (edizioni Einaudi), sono centrali e “fanno la storia”. Tra i personaggi di fantasia s’incontrano anche donne realmente esistite, come la Pachiochia, la monarchica convinta che i comunisti si sarebbero mangiati i bimbi napoletani ma che diventerà una sostenitrice dell’iniziativa quando si recherà in Emilia. E’ storia vera: migliaia di bambini sono stati sottratti alla miseria (e molti anche alla morte) grazie ai treni che li hanno portati in Emilia Romagna dove ad accoglierli c’erano centinaia di famiglie (gran parte delle quali comuniste). Saranno le stesse madri a farli salire lì su quei treni, con il cuore stretto dalla paura ma con un gesto reso grande dall’amore. “Perché? Chi ti manda via ti vuole bene?”, “Amerì, a volte ti ama di più chi di lascia andare che chi ti trattiene”.

Chi ti ama di più?

I bambini vanno incontro all’ignoto e quando rientreranno, un anno dopo, saranno cambiati. E saranno cambiate anche le famiglie che li hanno accolti, si creeranno legami che hanno aiutato l’Italia ad essere unita ed a crescere. Amerigo Speranza non è mai esistito, così come Mariuccia secca secca e coi capelli corti (che resterà in Emilia), Tommasino, che tornato a Napoli diventerà magistrato del Tribunale dei minori, così come le loro mamme, i papà, i fratelli. Ma nella storia reale ci sono migliaia di Amerigo e Mariuccia.

Vivere con le scarpe degli altri

Amerigo a Modena vincerà finalmente la gara delle scarpe e lui stesso ne indosserà un paio nuove. Lui, abituato a vivere con le “scarpe degli altri”, si trova a vivere anche la vita degli altri, quella normale, nella quale una stanza tutta per lui è la normalità, così come un cappotto. Arriva a Modena pensando di dover vivere la vita degli altri e invece, lentamente, scopre la sua. E’ un libro scritto con la voce e l’anima di Amerigo, con il linguaggio di un bimbo della Napoli del dopoguerra, abituato alla fame, agli espedienti della strada.

La Napoli del dopoguerra

Lui che si fa chiamare Nobèl e la scuola è quella dei vicoli, raccoglie le pezze vecchie per rivenderle, e s’inventa il piccolo commercio di “zoccole pittate di bianco e marrò con la vernice delle scarpe” che le borghesi napoletane scambiano per criceti da usare per i colli di pellicce. Lui che non ha un padre e l’unica figura maschile che conosce e Capa ‘e fierro, che la sera si chiude in camera con la mamma “a faticare” e lascia sotto il letto il caffè da vendere al mercato nero. Amerigo parte così, dopo una foto ricordo staccata davanti all’Albergo dei poveri e con in tasca la mela regalata da mamma Antonietta.

Quei cappotti lanciati dal treno

Partono in tanti (da Napoli ne partiranno almeno 10 mila), spaventati di finire in un forno, perché i comunisti mangiano i bambini, o in Siberia, o con la lingua e le dita mozzate. Invece giunti a destinazione, scopriranno la solidarietà, il pranzo e la cena, la scuola, gli abbracci. Il Treno dei bambini è la storia di lacerazioni sociali e umane, di quegli addii che fanno crescere e di quel legame, viscerale, profondo, tra madri e figli. Struggente la descrizione della partenza del treno con migliaia di bambini con indosso i cappotti messi a disposizione dall’organizzazione ma che, all’unisono di un non detto, appena il treno fischia lanciano quei cappotti ai genitori rimasti a salutarli. Serviranno di più e tanto quei cappotti nuovi a chi resta nella miseria.

“Guarda, piove ricotta”

Fa tenerezza il grido dei bimbi alla scoperta della neve dietro i finestrini del treno “piove ricotta” e l’abbuffata all’arrivo. Dolorose le pagine che descrivono l’attesa di essere “scelti” dalle nuove famiglie e quell’andare, mano nella mano, verso l’incerto. Ogni pagina, vista con gli occhi di Amerigo, che si sente sempre inadeguato di fronte al mondo, è commovente e piena di poesia. Amerigo scoprirà gli abbracci, la gioia di un compleanno con la torta, lui che l’unico regalo che ha ricevuto avuto è una cassetta per cucire di nonna Filomena. Scoprirà sentimenti e gelosie, amore e rabbia, umiliazione e calore.

Il cuore diviso in due

In questa scuola la maestra è un maschio e si chiama signor Ferrari. Dice agli altri che io sono uno dei bambini del treno e che mi devono accogliere e farmi sentire a casa mia. A casa mia non avevo niente, penso. Quindi è meglio che mi accolgono come a casa loro”. Il cuore diviso in due tra mamma Antonietta e Derna, la donna che non ha avuto figli e che lo accoglie, così come la cognata Rosa. E’ una storia piena di donne forti, coraggiose, a tratti anche dure, ma in grado di cambiare le cose. Le comuniste Maddalena e Derna, la Pachiochia e la Zandragliona.

I ritorni

Rientrato a Napoli, un anno dopo, con in mano il violino che sarà il suo destino, scoprirà di essere diventato adulto. Diventato altro. Ed il ritorno sarà ancora più lacerante della partenza e lo spingerà a fare scelte definitive. Il treno dei bambini è la storia di un cordone ombelicale che anche quando sembra spezzato torna, da adulti, a far sentire il dolore tenace. L’ultima parte del libro, quella del secondo ritorno di Amerigo a Napoli, è intessuto di malinconia e di rimorsi, ma è un inevitabile viaggio verso quelle radici che non possono spezzarsi. Perché il sud è molto più che il luogo in cui si nasce. Perché anche mamma Antonietta, per la quale “le chiacchiere non sono arte sua” e neanche gli abbracci e neanche l’amore perché non lo ha conosciuto, è una delle figure di madre più forti mai disegnati. Forte anche in quei gesti che farà e che possono apparire terribili, ma sono frutto di una gelosia sottile verso chi ha potuto dare al suo bambino quel che la sua vita di stenti non avrebbe mai potuto dargli.

I sì che hanno vinto la miseria

Un libro da leggere oggi più che mai, perché quei legami tra persone così tanto diverse, fa capire l’importanza delle relazioni, della solidarietà che è “di-gni-tà” per dirla all’Amerigo e non elemosina. Ci racconta di condivisione e ci apre un poco di “Speranza” come il cognome di Amerigo che lui sostituirà con un più rassicurante “Benvenuti” della famiglia adottiva. La Speranza non è nel finale di riscatto del romanzo ma nelle prime pagine del libro. La Speranza la si trova solo nel cuore degli uomini quando agiscono. La speranza è nel sì delle mamme emiliane che accolgono i figli delle altre donne, nel sì delle organizzatrici che devono superare pregiudizi e ostilità e che lavano e vestono i bimbi per farli salire sui treni “puliti”, è nel sì delle mamme che affidano un pezzo del loro cuore a quei treni con la consapevolezza che è il dono più grande. Per quanto lacerante e spesso definitivo è l’unico dono che potevano fare in quella miseria nera.

Il dono dell’addio

L’addio come un dono. E’ terribile ma è quello che avviene anche oggi sia pure (per fortuna) con modalità meno tragiche. Speranza è il sì dei papà che insegnano ad Amerigo un mestiere e una passione. Il sì dei bambini che accettano di superare la paura. “Alcide mi ha detto che non esistono bambini cattivi. Sono solo i pregiudizi. Che è come quando tu pensi una cosa ancora prima di pensarla. Perché qualcuno te l’ha messa dentro la testa e dalla testa non se ne esce più. Ha detto che è come una specie di ignoranza e che tutti quanti, mica solo i miei compagni di scuola, dobbiamo stare attenti a non pensare con i pregiudizi”.

L’amore è pieno di malintesi

La speranza è quest’Italia umile, ferita dalla guerra, che vince unita, superando i pregiudizi. Un’Italia in cui Amerigo diventerà “fratello” dei tre figli di babbo Alcide ovvero Rivo, Luzio e Nario (chiamati così per via dell’ideologia del padre…). E quando, quasi mezzo secolo dopo Amerigo torna di nuovo a Napoli scoprirà che in fondo l’amore è sempre pieno di malintesi”.

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