Reggio, i successi sulla 'ndrangheta sono quelli di Renato Cortese, l'acchiappalatitanti che non si smentisce mai

Reggio, i successi sulla ‘ndrangheta sono quelli di Renato Cortese, l’acchiappalatitanti che non si smentisce mai

Reggio, i successi sulla ‘ndrangheta sono quelli di Renato Cortese, l’acchiappalatitanti che non si smentisce mai

mercoledì 28 Aprile 2010 - 17:44

Il Capo della Squadra Mobile di Reggio dopo aver decapitato le famiglie di 'Cosa Nostra' ci sta provando, con grande successo, anche con i clan della 'ndrangheta

Dei boss lo attira -quel fascino misterioso e negativo- e del suo lavoro lo gratifica -la squadra-: è Renato Cortese, il Capo della Squadra Mobile di Reggio che con il ‘colpo’ Tegano avvalora la fama di acchiappalatitanti conquistata sul campo, da Bernardo Provenzano a Giuseppe De Stefano.

Ha guidato in modo brillante l’operazione che ha portato all’arresto di Giovanni Tegano, l’ultimo pericoloso latitante della ‘ndrangheta reggina ammanettato con il fondamentale contributo dei suoi uomini. Un riservatissimo gruppo di ragazzi che ha deciso di rinunciare a una vita normale per combattere la criminalità organizzata giorno e notte con grande tenacia e molti sacrifici.

Nessuno sa chi sono, nè quanti di preciso. Forse una ventina, massimo trenta suddivisi per competenze: esperti informatici, elettronici, specialisti della polizia scientifica, analisti criminali della Direzione Centrale Antricrimine e tecnici molti dei quali erano con Cortese già a Palermo, dove dal 1991 al 2007 hanno sbattuto al fresco Brusca, Aglieri, Vitale, Greco, Grigola, Spera, Spatuzza e molti altri pericolosi latitanti di ‘Cosa Nostra’ prima di centrare il ‘colpo dei colpi’, Bernardo Provenzano l’11 aprile 2006.

Da tre anni a Reggio, rischiano la vita ogni giorno sulle tracce di quella ‘ndrangheta che è ormai diventata una delle più pericolose multinazionali del crimine su scala planetaria.

Ha rischiato di morire, ad esempio, Diego Trotta che ha sentito il respiro di Tegano accanto a sè in una stanza buia della villa di Terreti dove il pericoloso boss è stato braccato lunedì sera. Tegano, infatti, ha provato a nascondersi spegnendo la luce ed è lì che è intervenuto Trotta, dirigente della Squadra Mobile, che gli ha puntato addosso faro e pistola. La resa silenziosa è stata inevitabile: “Quel silenzio vale più di mille parole” ha detto lo stesso Trotta. E’ la vittoria dello Stato, della Squadra Mobile di Reggio Calabria, di Renato Cortese e dei suoi blindatissimi uomini col passamontagna appoggiati dal procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Pignatone e dal questore Carmelo Casabona.

Dietro ogni arresto si nascondono mesi, spesso anni di lavoro in cui i poliziotti si ritrovano a vivere in funzione del mafioso di turno, dello ‘ndranghetista latitante pronto a centrarli con una pallottola al cranio.

Se c’è un uomo che gli ‘ndranghetisti temono e rispettano come o forse più di un boss, è proprio lui, Cortese, che vive la sfida quotidiana con altrettanto rispetto e molta passione. Dei boss lo attira -quel fascino misterioso e negativo- e del suo lavoro lo gratifica -la squadra, che si esalta in questi momenti, quando vediamo ritornare la concezione romantica del nostro mestiere e ripagati i sacrifici di tanti uomini e donne che lavorano nell’ombra-.

Ha 45 anni, originario di Santa Severina nel Crotonese, lavora in polizia da oltre vent’anni ed è a Reggio dal 2007: in riva allo Stretto, prima di Giovanni Tegano, aveva già sbattuto in carcere Giuseppe De Stefano, Gioacchino Piromalli, Giovanni Strangio, Rocco Gallico e Achille Palmi, i principali boss della ‘ndrangheta reggina. Ha conseguito i più importanti risultati della storia nella lotta alla criminalità organizzata calabrese, con quella determinazione e caparbietà che lui stesso dice essere -essenziali per raggiungere un obiettivo-.

Quando racconta la cattura di Provenzano, dice che -Se per otto anni, tutti i giorni, vivi con un unico pensiero, vai a letto con quello, ti svegli solo con quello, in qualche modo diventa parte della tua vita. Una specie di fantasma, del quale non si avevano tracce nè foto dal 1963. Quella mattina, in quel casolare, in un attimo ho rivisto anni di lavoro di un gruppo di 30 uomini che hanno condiviso idee, tracce ma anche emozioni, speranze, sacrifici e, come dico sempre ai miei uomini, la rabbia. La rabbia, quella giusta, canalizzata e gestita verso il massimo rendimento è necessaria per poter fare questo mestiere; un mestiere che ha il sapore della sfida e del sacrificio, della pazienza e dell’intuizione. Uno dei mestieri più belli del mondo perchè ti consente di ragionare, di verificare giorno per giorno ‘incastri’, legami, coincidenze apparenti. Tutto ciò, vedendomi di fronte Provenzano – e non ho dubitato nemmeno per un secondo che fosse lui – ha avuto un senso e si ripete ogni volta che chiudiamo un cerchio, che assicuriamo alla giustizia qualcuno che ne vuole sfuggire-.

Anche con Tegano, quindi, stesso copione. Dopo l’arresto avrà incrociato il suo sguardo, ancora una volta da vincitore.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Premi qui per commentare
o leggere i commenti
Tempostretto - Quotidiano online delle Città Metropolitane di Messina e Reggio Calabria

Salita Villa Contino 15 - 98124 - Messina

Marco Olivieri direttore responsabile

Privacy Policy

Termini e Condizioni

info@tempostretto.it

Telefono 090.9412305

Fax 090.2509937 P.IVA 02916600832

n° reg. tribunale 04/2007 del 05/06/2007

Questo sito è associato alla

badge_FED