Di seguito pubblichiamo il contributo dell'ex direttore del servizio sismico della Regione Siciliana Leonardo Santoro
Alla luce di quanto accaduto lo scorso 1.marzo, l’ex-direttore del servizio sismico della Regione Sicilia, l’ing. Leonardo Santoro, ha ritenuto opportuno realizzare un contribuito sul problema dello sbancamento delle colline e sull’edificazione selvaggia, che vi proponiamo prima di pubblicare gli altri articoli riguardanti l’iter normativo delle leggi antisismiche che hanno accompagnato la realizzazione dei fabbricati che oggi costituiscono la città di Messina. Di seguito l’articolo
E’ opportuno fermarsi a riflettere sulle modalità di espansione urbanistica della città. Il tutto, naturalmente, esclusivamente, sotto l’aspetto della sicurezza sismica e, non certo, sotto l’aspetto, non secondario, delle esigenze urbanistiche di una città, come Messina stretta tra il mare e le colline.
Dopo il sisma del 1908, la città viene ricostruita sostanzialmente all’interno del perimetro definito dal piano “Borzì”.
Si trattava del piano messo a punto per consentire la riedificazione della città ridisegnata in comparti di forma rettangolare denominati isolati.
In conformità quindi alle disposizioni di natura urbanistica ed antesignane di più recenti, ed oggi dimenticate, regole di protezione civile, gli isolati sono attorniati da strade ampie di larghezza doppia rispetto all’altezza massima degli edifici allora consentita. (10 metri e non oltre 2 piani fuori terra).
Il criterio è quello di evitare che le strade vengano ostruite dalle macerie conseguenti al crollo dei fabbricati.
Dopo la seconda guerra mondiale ed il conseguente ritorno delle popolazioni sfollate, lentamente inizia una prima espansione edilizia che riempie ampie porzioni vallive dei torrenti, nei tratti in cui questi attraversano il tessuto urbano, circoscritto ancora tra la circonvallazione ed il mare.
La città continua ancora a presentare ampie aree pianeggianti, ai margini del perimetro urbano preesistente già utilizzate nel primo post terremoto per provvisori campi di baraccamento e tendopoli ed successivamente utilizzate, prima per l’edificazione di case baraccate e poi, per la realizzazione di quartieri di edilizia economica e popolare.
Tali aree sono caratterizzate da un’edilizia decorosa, a basso impatto urbanistico e, direi estremamente moderna nella loro concezione di abitazioni bi-familiari caratterizzate da spazi esterni, giardinetti, cortili utili all’aggregazione sociale.
Nel primo dopoguerra quindi, ricomincia la ricostruzione e ci si arrangia come si può. Crescono le periferie di ogni villaggio della città. Le stesse propaggini collinari della città cominciano ad essere edificate, in genere con edilizia di non particolare pregio.
La città comincia anche a chiedere una espansione viaria a pettine e vengono ricostruiti i ponti che attraversavano le principali fiumare. Cominciano ad essere coperte porzioni sempre più ampie di torrenti, con impalcati, prima ad archi ribassati in mattoni pieni e poi, con travi in cemento armato completate da solai armati, dimensionati addirittura, prima dell’evento bellico, per resistere alla deflagrazione di una bomba d’aereo.
Ma il fenomeno della copertura delle fiumare e la loro conseguente riduzione a cunettoni chiusi privi di alcuna possibilità ispettiva non è recente a Messina.
Lo stesso torrente portalegni (i nomi, non sono mai messi a caso) che sversava, insabbiandolo in continuazione, nel porto, viene deviato dopo il 1500, all’esterno del porto e continua oggi a scorrere sotto l’attuale via Tommaso Cannizzaro.
Tornando all’espansione urbanistica di Messina in chiave antisismica. La città, nel ventennio che va da 1950 al 1970 “esplode” dal punto di vista edilizio e vengono così edificate tutte le basse propaggini collinari della città.
L’urbanizzazione si sviluppa sia in direzione Nord che Sud, nella fascia sub collinare posta a monte della circonvallazione. Viene costruita la via Panoramica dello Stretto e gli edifici, conformi all’allora normativa sismica crescono in altezza, si sviluppano su livelli diversi e su terrazzamenti artificiali estremamente arditi.
Diversi e numerosi complessi edilizi, complici le previsioni del Piano Regolatore della città varato nel 1976, si sviluppano su versanti estremamente acclivi e si conformano circondandosi di muraglioni a gravità che ne sostengono i piani fondali.
Dove i terreni (per la massima parte sabbiosi) non lo permettono, nascono edifici con strutture intelaiate in cemento armato fondati su palificate, negli anni ’60 realizzate con il metodo dei pali “battuti” in opera e, nei decenni successivi, con il criterio dei pali trivellati.
Cominciano a svilupparsi e diffondersi nuove tecniche per la realizzazione delle opere di sostegno di corredo ai nuovi insediamenti edilizi collinari.
Così, anziché i tradizionali muri a gravità o in cemento armato che richiedono grandi sbancamenti a monte del fabbricato da edificare, iniziano ad essere realizzate le “paratie” di pali trivellati che permettono di evitare gli sbancamenti.
Naturalmente anche questi manufatti, mutuati dalle grandi opere d’arte delle costruzioni stradali e successivamente introdotte nell’edilizia civile, hanno bisogno, per essere costruite a regola d’arte, di modalità costruttive ben precise.
Capita così, talvolta, che il terreno posto a valle di tali paratie venga rimosso senza attendere la maturazione dei conglomerati cementizi generando, così, cedimenti dei terreni posti a monte e conseguenti stati fessurativi negli edifici soprastanti.
Ma per vedere il massiccio attacco alle colline, non occorre aspettare l’entrata in vigore della famigerata variante generale al piano regolatore della città, adottata nel 1998.
Colpevole un piano regolatore approvato con leggerezza, disegnato sulla carta, ed attuato nonostante preveda insediamenti urbanistici su paleofrane, su ex torbiere, su faglie quiescenti, Messina si sviluppa verso il suo entroterra che viene selvaggiamente sventrato.
Insediamenti arditi dal punto di vista geotecnico ed incoscientemente realizzati dal punto di vista sismico, nascono in tutta Messina, dai villaggi della zona Nord, fino alle estreme propaggini joniche dei peloritani, passando per Sperone, Faro superiore, la Panoramica, le più alte propaggini del bacino del torrente Annunziata, monte San Jachiddu, località Tremonti, San Michele, Badiazza, Trapani, Boccetta, Camaro, San Giovannello, monte San Pietro, Santa Lucia sopra Contesse, Zafferia e via via tutte le colline che stanno a ridosso della città.
Tutto questo, fino all’attuale situazione che vede, complice una variante generale al piano generale, lungi dall’esaurire i propri effetti, la realizzazione sempre più ardita di complessi edilizi su terreni sempre più acclivi.
Tutto questo mentre rimangono desolatamente non riedificate aree pianeggianti interne alla città, imbalsamate in norme che intendono risanare ma che hanno purtroppo talvolta creato nuovi ghetti.
Ma perché un edificio costruito sopra un terrapieno ed addossato ad una paratia che sormonta un altro edificio è vulnerabile dal punto di vista sismico.
Il motivo è semplice. La struttura portante dell’edificio viene dimensionata, a norma di legge, decontestualizzandola dal terreno che la circonda.
Nessuna verifica viene oggi richiesta dalla normativa vigente se non un semplice “coefficiente topografico” finalizzato a tenere conto dell’acclività del terreno nel quale va ad inserirsi l’apparato fondale dell’edificio ed una caratterizzazione dei terreni di fondazione.
Non si ritrovano nelle norme, tranne rare e lacunose eccezioni, prescrizioni e divieti categorici in merito alla proibizione di nuove costruzioni se non, susseguente alla realizzazione di adeguate opere di regimentazione delle acque, risagomatura dei pendii, piantumazioni e quant’altro necessario per garantire un inserimento ambientale del nuovo edificio.
L’unica verifica di natura geotecnica prevista dalla normativa è la cosiddetta “stabilità del pendio”. Una verifica cioè nella quale vengono staticamente schematizzati sagoma e pesi che vanno a gravare sul pendio (torrente di valle, muro d’argine, muri di base del complesso edilizio, prima cortina di fabbricati, paratie di monte, edifici soprastanti la paratia e, magari, serbatoi dell’acquedotto municipale) al fine di verificare virtualmente se questo complesso artificiale resiste sotto azioni statiche e sovrasollecitazioni che simulano l’azione sismica.
Altra questione è poi quella legata alla realizzazione dei complessi edilizi sempre più a ridosso degli argini torrentizi.
Ma perché si sono progressivamente ridotte a zero le distanze degli edifici dalle sponde dei torrenti ? Perché le uniche vie di accesso di interi quartieri e di diversi villaggi oggi, sempre più spesso attraversati da ondate di piena, hanno come unici accessi stradali, l’alveo o la copertura artificiale dei torrenti ? Anche in questo caso occorre rapidamente scorrere le norme vigenti nel tempo.
Il testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie, il Regio Decreto del 25 luglio 1904, n. 523, prevedeva all’articolo 96 punto f, per le nuove costruzioni, una distanza di almeno 10 metri dal piede degli argini, ove non vi fossero “discipline locali vigenti”.
Ma quali erano tali discipline locali che potevano prevedere distanze inferiori ? I piani Regolatori !!
Ecco come avvenne che i 10 metri dagli argini sparirono, sparirono anche i meno rigorosi 4 metri previsti dall’art.133 comma a del R.D. 8 maggio 1904, n. 368.
Oggi, drammaticamente, senza entrare ulteriormente nel merito delle questioni connesse alla prevenzione del rischio idraulico, che esula dalle presenti pagine, ci si deve confrontare con una toponomastica che ricorda la reale natura di tante strade: Vallone, Fossata, Valloncello, Fiumarella, Canalotto, Fiumara, sono soltanto alcune delle denominazioni di strade ancora non intitolate ad uomini illustri che ricordano, lo fa drammaticamente la natura sempre più spesso, che un terremoto può verificarsi con tempi di ritorno di 40 anni, (i più lievi) 100 anni, (i meno disastrosi) 1000 i più gravi, ma che, diversamente, le piogge intense ed a carattere tropicale continueranno ad avere tempi di ritorno sempre più brevi.
Leonardo Santoro
(foto Sturiale)
