Di seguito pubblichiamo il contributo dell'ex direttore del servizio sismico della Regione Siciliana Leonardo Santoro.
La ricostruzione di Messina e Reggio Calabria, a seguito del sisma del 1908 vide la sperimentazione di diversi materiali costruttivi, innovativi per l’epoca. Materiali compositi costituiti dall’assemblaggio di elementi in ferro dolce (meno ricco di carbonio e più duttile dell’acciaio) e conglomerati artificiali costituiti da un legante artificiale (cemento), acqua e materiali inerti, sabbie e ghiaie ben miscelate in un fuso “granulometrico” che garantisse una ottimale riduzione degli spazi interstiziali tra le particelle che sarebbero poi state legate tra loro dal legante che, reagendo con l’acqua, garantiva, a seguito della maturazione, di almeno 28 giorni la formazione di un conglomerato caratterizzato da fortissime resistenze alla compressione.
Nasceva il “Cemento armato” utilizzato, a Messina, a vasta scala e per la realizzazione di edifici per civile abitazione ed edifici pubblici.
Fino ad allora tale materiale composito, sperimentale, era stato utilizzato nel Regno Unito, in Germania e, raramente in Italia, per la realizzazione di grandi manufatti a destinazione industriale e produttiva.
Messina si caratterizzò subito per alcune peculiarità nell’uso di tali nuovi materiali.
Innanzitutto si sperimentarono diverse tipologie di “cemento armato”, ottenute mediante la realizzazione di tecniche di assemblaggio diverse: strutture con armatura costituita da calastrellature, setti armati forati alleggeriti da tubazioni in laterizio, etc.
Alcune tipologie costruttive scomparvero dall’uso comune, altre si consolidarono e si sono evolute con il tempo, altre ancora sono diventate la regola e norma costruttiva in diversi paesi del SudAmerica.
Qui si racconta quella magnifica epoca di sperimentazioni che ha portato oggi ad una città ricca di strutture solide e capaci di resistere efficacemente ad un evento sismico di media intensità.
Partendo dall’inizio.
La Regia commissione inviata in Calabria e Sicilia per relazionare in Parlamento degli effetti del disastroso sisma del 1908 annoverò, tra l’altro, come, svariati fabbricati di pregio erano andati miseramente distrutti e, spesso, abitazioni ultrapopolari, le cosiddette “Case Baraccate” erano rimaste in piedi anche se gravemente danneggiate.
Gli abitanti delle ville e dei palazzotti in pietra o mattoni erano periti sotto le macerie, gli abitanti delle “casette” si erano salvate.
Nasceva così l’intuizione della moderna scienza delle costruzioni antisismiche connessa alla necessità di fare dissipare all’edificio l’energia del sisma.
Gli osservatori Reali proposero la riedificazione (dopo aver superato le resistenze di quelle frange parlamentari che volevano cannoneggiare le macerie residue di Messina e Reggio e ricostruire altrove le due città) mediante nuovi materiali capaci di sviluppare meccanismi di dissipazione dell’energia sismica analoghe a quelle osservate nelle case baraccate.
Ma come erano realizzate tali strutture.
L’economicità delle strutture prevedeva l’edificazione di strutture intelaiate in legno costituite da ritti (quelli verticali), travi (quelle orizzontali) e diagonali con funzioni di puntoni e tiranti di irrigidimento, sempre in legno.
I solai erano realizzati in legno e deboli caldane in calce e mattoni e le pareti esterne erano completate con murature a sacco (di riempimento) povere costituite da spezzoni di pietra, mattoni legati con calce e sfabbriciti gettati all’interno delle cortine esterne. Le pareti interne erano costituite da canne ed intonaci in calce e gesso.
Ricalcando quindi tale sistema strutturale, il sistema costruttivo con il quale è stata sostanzialmente ricostruita Messina è analogo a quello delle case baraccate. Una struttura intelaiata ed irrigidita verticalmente diagonalmente.
Così, le strutture antisismiche realizzate a Messina dal 1912 in poi, fino al 1940 sono fondate su letti di sabbia su cui furono realizzati potenti magroni di sottofondazione di spessore, talvolta anche superiore ai 2 metri e che, di fatto, si comportano come un antesignano dei moderni sistemi di dissipazione sismica in fondazione, riducendo e ripartendo il carico sul terreno e dissipando parte dell’energia sismica.
Su tali sottofondazioni furono edificati cordoli di fondazione in cemento armato debolmente armati da cui in elevazione si sviluppavano una serie di ritti verticali in cemento armato anch’essi debolmente armati con funzioni di pilastri.
Le strutture verticali venivano completate da setti di irrigidimento in mattoni pieni al piano terra, semipieni al primo piano e mattoni forati alla seconda elevazione.
L’intera struttura era completata da grossi cordoli orizzontali di piano con funzioni di travi di perimetro ed ammorsamento di imponenti solai in cemento armato nervato da travi minori e diagonali, correnti, architravi e stipiti anch’essi in cemento armato che cerchiavano tutte le aperture.
Tale tipologia strutturale sparisce sostanzialmente nella ricostruzione del dopoguerra ed, al contrario, diventa norma nei paesi del sudAmerica dove, immigrate per necessità le popolazioni meridionali e le nostre maestranze esperte, hanno importato le tecniche costruttive apprese in riva allo stretto testandole con i terremoti Andini non meno disastrosi.
Così, alcune leggi Argentine e Cilene contengono prescrizioni costruttive molto simili alle tecniche costruttive postsismiche adottate a Messina e Reggio.
Tali edifici, che costituiscono sostanzialmente il nucleo urbano ricostruito di Messina e Reggio sono caratterizzate da altre peculiarità di natura monumentale oltre che da eccezionali caratteristiche costruttive strutturali.
Ma questa è un’altra storia.
Leonardo Santoro
