Di seguito pubblichiamo il contributo dell'ex direttore del servizio sismico della Regione Siciliana Leonardo Santoro
Prima di proseguire nel racconto dell’evoluzione antisismica della Messina ricostruita, è doverosa una pausa finalizzata all’analisi di una peculiare caratteristica del cemento armato della ricostruzione postsismica delle città dello stretto.
L’analisi cioè del fenomeno connesso all’epocale ricostruzione delle Chiese di Messina e di Reggio Calabria, per la massima parte andate distrutte dopo il terremoto.
Preliminarmente. Perché a seguito del disastroso terremoto crollarono anche tantissime chiese?
I beni architettonici con destinazione religiosa sono ascrivibili, secondo il codice Ma.Ris., a Messina, come in qualsiasi altra città della cristianità cattolica, a tipologie costruttive ben precise: Basilica, Campanile, Cappella, Chiesa, Duomo, Cattedrale, Santuario, Complesso Religioso, soltanto per indicare i più frequenti.
Tali strutture subirono, come detto, sia crolli totali che crolli parziali e talvolta, subirono ingentissimi danni susseguenti al sisma dovuti anche agli incendi innescatisi a seguito del terremoto.
Tali danni, si vide già da allora, erano caratterizzati da ricorrenze ben definite: crollavano nello stesso modo le facciate, i tetti in legno, si lesionavano trasversalmente gli Absidi, si fratturavano le pareti dei transetti, rimanevano spesso intatti gli archi trionfali nelle chiese a tre navate.
Ma perché tali crolli erano ricorrenti e, soprattutto, perché altre parti rimanevano integre.
L’edificio ecclesiastico, c’è da dire è una “fabbrica” particolarmente complessa dal punto di vista della risposta sismica a causa delle elevate luci e delle elevate altezze che ne contraddistinguono la fabbrica.
Tali edifici sono poi caratterizzati dalla presenza di elementi strutturali ben definiti ed efficacemente classificabili in “Macroelementi strutturali”.
I tutti i terremoti recenti (da circa 40 anni) si è constatato come, ad ogni macroelemento: Facciata, Presbiterio, Navata, Transetto, Abside, Cupola, Campanile, soltanto per indicare i più strutturalmente significativi, siano associati meccanismi di collasso ripetitivi: ribaltamento, espulsione delle murature, effetti del martellamenti, rotture da sforzo di torsione, etc.
Tale casistica del danno ha consentito di classificare sia i macroelementi costitutivi, che i meccanismi di collasso ad essi associati, al fine di poter valutare, preventivamente, la maggiore o minore vulnerabilità (propensione al danneggiamento) dell’edificio monumentale.
Tale moderna interpretazione del danno da evento sismico ha portato alla stesura, da parte del Ministero dei Beni Culturali e degli organi regionali preposti, di una “Carta del Rischio”, che ebbe, nell’analisi dei danni subiti dalle chiese di Messina nel 1908 una prima, antesignana, epocale sperimentazione sul campo.
Ma qual è la peculiarità delle nuove Chiese della Messina ricostruita di cui si vuol raccontare?
Le chiese di Messina e di Reggio Calabria furono riedificate con caratteristiche architettoniche che ripercorrevano gli elementi canonici in vigore all’epoca: pianta a croce romana, numero delle navate ben definito in relazione al tipo di edificio, cupole, absidi, campanili, archi trionfali, transetti, cori, facciate ed ogni altro elemento architettonico risultava quasi identico a quello di una chiesa con strutture in muratura di blocchi lapidei squadrati o sbozzati.
La struttura portante era però edificata in cemento armato.
Un cemento armato certo particolare rispetto canoni moderni ma sempre caratterizzato da versatilità dei materiali e potenzialità fino ad allora mai sperimentate nei secoli.
Un cemento armato che consentiva di riedificare grandi complessi monumentali, caratterizzati da elevate luci, grandi altezze, ampie cupole.
Strutture però che avevano una enorme potenzialità in più rispetto alle chiese che andarono distrutte irreparabilmente, erano cioè complessi monumentali non più soggetti a quei meccanismi di collasso caratteristici degli identici macroelementi strutturali che avevano caratterizzato le preesistenti Chiese in muratura e legno.
Le nuove Chiese di Messina erano quindi costituite da fondazioni imponenti da cui spiccavano pilastri e colonne di grandi dimensione costituite da conglomerato cementizio debolmente armato.
In elevazione si sviluppavano con archi ed architravi realizzati in analogo materiale e completate da solai in cemento armato nervato che le connotavano di nuove caratteristiche di rigidità di piano e scongiuravano fenomeni spingenti delle murature sulle pareti di perimetro.
Coperture a tetto con capriate e falde in cemento armato e non più in legno, talvolta finemente istoriate e dipinte.
Anche le chiese che avevano subito semplici danni vennero riparate con tecniche innovative.
I rosoni delle facciate furono cerchiati da cordoli in cemento armato, la testa delle pareti e degli absidi furono cerchiati con grossi cordoli in cemento armato ed integrati, come si faceva per gli edifici civili, da ritti e pilastri in conglomerato cementizio debolmente armato annegati nelle pareti.
Oggi, a fronte di una vita media di circa 80 anni, purtroppo, molte di queste chiese risentono delle nuove vulnerabilità sismiche riscontrate nel frattempo nel cemento armato.
La carbonatazione dei conglomerati cementizi è una di queste vulnerabilità.
Il fenomeno, di cui si parlerà meglio descrivendo le patologie del cemento armato ed il modo migliore di porvi rimedio è dovuto al contatto tra l’anidride carbonica presente nell’aria e l’idrossido di calcio presente nei leganti cementizi e la conseguente formazione di carbonato di calcio solubile all’acqua.
A seguito di tale aggressione si attiva una migrazione chimica che attiva l’ossidazione delle armature che cominciano ad aumentare di volume facendo esplodere i copriferri.
I possenti getti di conglomerato cominciano, poi, in presenza di risalite di acque dal terreno o infiltrazioni dai tetti a subire fenomeni di sfaldamento e di aggressione da parte di cloruri e solfati.
Le correnti galvaniche circolanti nel terreno, disintegrano, letteralmente le armature delle fondazioni.
Anche le Chiese di Messina iniziano pertanto a risentire di nuove criticità non riscontrabili altrove e come tali, devono essere, studiate prima e riparate e ripristinate poi, nell’originaria efficienza sismica monumentale.
Ma questa è un’altra storia, da raccontare anticipando soltanto l’auspicio che, tali moderni restauri del cemento armato, diventino patrimonio comune dei tecnici specializzati che, allo scopo, oggi possono fare riferimento ad una Direttiva del Ministero dei Beni Culturali, del 12 ottobre 2007 a tutt’oggi ancora poco studiata ed inapplicata anche dagli addetti ai lavori.
Leonardo Santoro
