Anche la redazione di Tempostretto.it aderisce alla giornata di sciopero contro la legge bavaglio
È il giorno del silenzio anche per noi: oggi restiamo senza parole, senza immagini né commenti.
Scegliamo il silenzio perché non sia la libertà a restare priva di voce. Anzi, di voci: quelle degli organi di informazione impegnati a raccontare una realtà complicata. E Tempo Stretto cerca di coglierla giorno dopo giorno e ora dopo ora; una realtà comunque suscettibile di interpretazioni molteplici e disparate, alle quali diamo spazio senza censure preventive né paure.
Il disegno di legge 1615 sulle intercettazioni, se convertito in legge, finirà per negare la varietà degli sguardi verso ciò che avviene sotto i nostri occhi; precluderà ai cittadini il diritto di informarsi e apprendere quanto accade mentre accade.
Il disegno di legge 1615 seminerà difficoltà sulla strada dei magistrati e degli organi di polizia giudiziaria, trasformando in un’avventura la ricerca di prove; ai giornalisti vieterà di raccontare le indagini e le vicende da cui nascono; e gli ambienti che ne sono la culla, li costringerà ad occuparsi della cosa pubblica solo attraverso il racconto che ne fanno i politici.
Il disegno di legge 1615 impedirà ai cittadini di conoscere circostanze e situazioni di interesse generale, per la gravità dei rilievi mossi e per la rilevanza delle persone oggetto di accertamenti.
Il disegno di legge 1615 offende già oggi l’intelligenza ed il buonsenso di tutti perché ritiene ciascuno di noi incapace di valutare fatti e circostanze, quando ancora non ne sia stata misurata la portata giudiziaria. Come se contasse solo questa.
Il disegno di legge 1615 dimentica già oggi che i processi si fanno in Tribunale, dove la giustizia viene amministrata «in nome del popolo italiano». Dimentica che ,comunque, la nostra opinione di semplici cittadini, perché sia sana, democraticamente sana, deve nutrirsi di fatti e atti.
Il disegno di legge 1615 vuole sottrarre al confronto politico e civile fatti, personaggi, comportamenti e vicende.
Il diritto alla riservatezza è altro e Tempo Stretto (come accade a ogni organo di informazione) non racconta storie prive di un respiro collettivo.
Non si tratta solo di un bavaglio alla libera stampa (e già è troppo nel mondo libero), ma di una ferita alla qualità della nostra democrazia.
A questo siamo giunti, strappo dopo strappo, attraverso un cammino iniziato più di un decennio fa.
Il senso comune, alimentato per anni dal refrain ossessivo delle televisioni a cui si vuole delegare il racconto della nostra comunità, da tempo descrive giudici e giornali come partiti, la giustizia e l’informazione come interessi di parte.
Chi sa come assecondare il senso comune, dopo aver -derubricato- magistrati e cronisti al rango di politici, ha attribuito a sé stesso, e in via esclusiva, il diritto di fare politica. Non è un regime, è vero, ma neppure una democrazia piena se la formazione del consenso passa e passerà per queste forzature. Non è neppure un caso se contro questo disegno di legge si sono espressi organismi e autorevoli esponenti dell’Onu, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti.
Nino Arena
