La Lettera - Terreno dei Frati Cappuccini di Pompei in vendita: dove giocheranno i bambini?

La Lettera – Terreno dei Frati Cappuccini di Pompei in vendita: dove giocheranno i bambini?

La Lettera – Terreno dei Frati Cappuccini di Pompei in vendita: dove giocheranno i bambini?

mercoledì 13 Gennaio 2010 - 08:30

Quello spazio ha rappresentato per generazioni di messinesi un punto di riferimento per l’attività sportiva ma anche un centro di aggregazione in una città carente di strutture. L’invito al confronto di uno nostro lettore

La vendita di una parte degli spazi ricreativi e sportivi di proprietà dei Frati Cappuccini di Pompei ha suscitato molteplici reazioni in città, rischiando di dividere anche un ambiente sano come la parrocchia. Per questo abbiamo deciso di pubblicare la lettera di un nostro lettore, Giacomo Chillé: un invito alla parti coinvolte ad incontrarsi, discutere e risolvere eventuali incomprensioni. Quello spazio ha rappresentato per anni e per generazioni di ragazzini messinesi un punto di ritrovo per l’attività sportiva ma soprattutto un centro di aggregazione e di divertimento in un territorio fortemente carente di strutture di questo tipo. Anche per queste motivazioni, una riflessione appare d’obbligo.

La notizia della vendita di una parte dei terreni di proprietà dei frati cappuccini di Pompei ha suscitato, in molti di noi, incredulità e stupore, in quanto il lotto, destinato alla costruzione di un nuovo complesso residenziale, ricade proprio sugli spazi ricreativi e sugli impianti sportivi di una delle più antiche parrocchia della città. Intere generazioni sono cresciute in quei campetti dove affetti, amicizie e speranze si miscelavano freneticamente, dando vita a vibranti emozioni, che hanno lasciato ricordi indelebili di una adolescenza tanto spensierata quanto formativa. La cronaca di questi giorni ci racconta come questa inattesa decisione abbia colto un po’ tutti di sorpresa e come abbia suscitato disparate reazioni.

I frati, che motivano la vendita con problemi di natura economica, manifestano sofferenza per una scelta che non poteva non essere, anche per loro, molto dolorosa. La comunità sportiva della parrocchia, oscurata dalla controversa trattativa, esprime comprensibile rabbia e giustificato dissenso, non potendo di fatto più perseguire i propri fini istituzionali. Gli abitanti di via delle Mura, che negli ultimi anni hanno assistito alla prospera fioritura di palazzine negli spazi dove giocavano liberi i loro figli, cominciano a dare segni di sofferenza. Quella viuzza, appena fruibile, è stata da tempo strozzata e trasformata in angusta strettoia, incapace quindi di contenere un ulteriore sovraccarico di flusso veicolare. Gli stessi abitanti della parrocchia, indignati e sgomenti, esprimono preoccupazione per il repentino mutamento di un territorio già misero di spazi fruibili ed ospitali. Ci si interroga, sopratutto in questi giorni, sul perché di una politica del cemento così scellerata e selvaggia, legittimata nel 2004 con l’approvazione dell’ultimo piano regolatore. La deturpazione del paesaggio e la cancellazione degli ultimi luoghi aggregativi sembrano prevalere sulle propagandistiche intenzioni di rendere la città più vivibile.

Da qui a qualche mese però, come solitamente accade, la delusione e il dissenso

probabilmente saranno rivolti a nuove e più attuali problematiche ed i caterpillar potranno fare rumorosamente il loro lavoro senza ulteriori intralci. La comunità dei frati cappuccini, che avrà temporaneamente risolto i problemi economici, dovrà fare i conti con una crisi vocazionale che affligge sempre più l’antico ordine monastico. L’aver ripianato i bilanci non servirà purtroppo a fare nuovi proseliti.

La comunità sportiva sarà stata probabilmente sciolta o trasferita in altra sede. L’imposizione del rompete le righe dei numerosi volontari non aiuterà la parrocchia a continuare sul cammino tracciato, per i laici, da Giovanni Paolo II durante il grande giubileo del 2000. Gli abitanti di via delle Mura saranno ancora più isolati fra gli isolati. Non si potrà definire un ghetto il luogo dove risiederanno flotte di famiglie appartenenti alla nuova borghesia, ma un mostruoso agglomerato di cemento certamente si. I parrocchiani, intanto, avranno fatto nuove scorte di console e videogiochi per i loro figli. Dopo tutto resta questo il modo più semplice e più arido per tenere mansueti i bambini. Quasi tutti avremo smesso di interrogarci sugli aspetti nefandi causati dai nuovi insediamenti edilizi, sempre pronti però a scandalizzarci davanti a nuovi ulteriori soprusi. Questa travagliata vicenda purtroppo non è l’inizio e non sarà la fine del decadimento sociale che continua a sconquassare la nostra società. Addossare le colpe ai soli frati sarebbe riduttivo e controproducente. Questo è uno di quei casi in cui tutti abbiamo perso qualcosa e dove tutti abbiamo una parte di responsabilità. In questi ultimi anni in tanti ci siamo allontanati da quei luoghi così tanto cari. Abbiamo trascurato i rapporti sociali e personali. Abbiamo creduto che tutto ci era dovuto e non abbiamo più interagito con l’ambiente nel quale viviamo. La comunità parrocchiale nel tempo è andata disgregandosi. Quel confronto ricco di proposte e di diversità, che caratterizzava il concepimento del programma pastorale, è andato nel tempo scemando. Tutti sintomi questi di un imminente e annunciato collasso.

La malinconia che scaturisce da questi avvenimenti va ben oltre quindi i compromessi ed i taciti accordi, oltrepassa addirittura la perdita di spazi ai quali siamo ancora affettivamente legati. La stessa nostalgia risulterebbe retorica, perché a nulla servirebbe raccontare le gesta di centinai di ragazzi ed educatori con i quali abbiamo avuto la fortuna di condividere una meravigliosa giovinezza. Quei ricordi, ancora vivi, si prestano più alla stesura di un romanzo di altri tempi che alla vorace frenesia involutiva, divoratrice dei nostri attuali bisogni. Più dei piagnistei dunque e delle denunce di questi giorni, sintomo comune di una condivisa tristezza, preoccupiamoci seriamente di dare vita insieme ad un progetto più evoluto, lontano dalla rassegnazione, che è la peggiora delle compagnie per programmare il futuro dei nostri bambini.

Il primo interrogativo al quale dovremo costringere la parrocchia a rispondere sarà quello legato al programma di attività che intenderà svolgere, insieme ai laici, da ora in avanti. E’ vero che nessun obbligo impone, alla ormai ridottissima comunità dei francescani, funzioni addizionali all’esercizio del culto e della religione, ma siamo convinti che le attività parrocchiali non potranno essere circoscritte alla sola catechesi, quale fonte unica della dottrina della fede..I ragazzi ed i bambini non lo gridano e non lo pretendono perché non sanno ancora quanto può essere bello vivere e convivere insieme agli altri: correndo anche dietro un pallone, formando un gruppo, sperimentando come sia faticosa quanto necessaria la mutualità. Ma noi adulti che abbiamo avuto la fortuna di fare questa fantastica esperienza non possiamo privarli di un processo così formativo. Abbiamo l’obbligo, noi si, di offrire alle nuove generazione quel patrimonio di sentimenti e di valori che sono anche prerogativa dell’identità cristiana. Uno scempio, ancora più grande della vendita dei campetti, sarebbe privare proprio i nostri figli di questa enorme ricchezza, che resta uno dei modi più sani per giungere con spensieratezza alla maturazione.

La parrocchia non è solo una chiesa dove si celebrano riti sacri, la parrocchia è un laboratorio di idee e di esperienze, un luogo di incontro dove intraprendere insieme agli altri un percorso educativo, dove l’insegnamento e l’apprendimento significano integrazione, dove la ricreazione si mescola alla cultura, dove lo sport è amicizia, dove si comprende come è più dolce la preghiera recitata in comunione, dove la professione di fede non è un cammino incerto e solitario. Una parrocchia, capace di rinnovarsi e di offrire molteplici proposte educative, trasversali e complementari fra loro, resta ancora uno dei luoghi più idonei dove far crescere i bambini. Per comprendere ed assimilare la perdita di questi preziosi spazi sarà fondamentale restare uniti, per ripartire con coraggio e con vigore tutti insieme. Riscoprire in comunione il piacere di vivere la parrocchia significherebbe aver vinto almeno la prima battaglia contro i caterpillar, restituendo serenità e occasioni per far giocare liberi i nostri bambini.

Incontriamoci…

Giacomo Chillé

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