L’Opinione - Perché domani indosserò la sciarpa bianca. Se non ora, quando?

L’Opinione – Perché domani indosserò la sciarpa bianca. Se non ora, quando?

L’Opinione – Perché domani indosserò la sciarpa bianca. Se non ora, quando?

sabato 12 Febbraio 2011 - 08:21

Domani mattina a Piazza Cairoli per sventolare il simbolo anti Bunga-bunga

Se non ora, quando. Già, se non ora, quando sarà il tempo di dire basta, di assumersi in prima persona la responsabilità di dire “no” ad un’immagine della donna che non ci appartiene, a modelli di comportamento che non ci appartengono, ad un sistema di valori “dissolto, liquefatto”, ad esempi, stili di vita nei quali non ci riconosciamo? Già, se non ora, allora, quando riannodare il filo delle battaglie per la dignità delle donne fatte dalle nostre nonne e ricominciare, per lasciare alle nostre figlie, una realtà in cui essere donna sia un valore aggiunto, sia altro dal vendersi al potere? Ecco perché indosserò domani, a piazza Cairoli la sciarpa bianca delle donne d’Italia, quelle vere, che non si riconoscono nella Repubblica del Bunga Bunga, quelle che lavorano 10 ore al giorno per racimolare 600 euro, quelle che hanno dovuto scegliere tra carriera e famiglia, quelle che hanno lottato per “mostrare” i loro talenti senza restare in mutande. Essere donna non significa essere una merce gettata sul bancone, un essere “nudo, ancellare, accondiscendente”, è ben altro, è molto di più e di meglio ed implica una responsabilità in più, oggi, in un Paese che ha letteralmente scardinato il sistema di valori.

E per sistema di valori che una generazione passa alle successive io indico quello che dà il senso alla vita, quello che ti muove le gambe per portarti lontano, e non per ballare intorno ad un palo in cambio di una borsetta firmata. Sia chiaro che per me ognuno può fare quel che vuole a casa sua. Per me il Presidente del Consiglio può portare a casa un plotone di escort travestite da Orsoline, ogni sera fino ai suoi 100 anni, e festeggiarli con una torta dalla quale esce una contorsionista abbarbicata ad un pitone. Qualche dubbio mi viene quando il confine tra pubblico e privato si fa sottile come un perizoma e quando, soprattutto, invece di pagarle con soldi suoi le nomina in posti pagati con i soldi nostri. Perché un posto in un qualsiasi consiglio elettivo, o da valletta muta-nuda strapagato dalla Rai (soldi del servizio pubblico) per ricompensare le “gentilezze” delle giovani donzelle, pone un problema di modelli di vita e di selezione della classe dirigente. Se per stare muta-nuda davanti alla telecamera una ragazza prende in un mese quanto una precaria prende in un anno sarà inutile fare la riforma della scuola, dell’Università e dell’intero scibile umano, perché tanto le nostre figlie non ne vorranno sapere di sgobbare una vita inutilmente.

E che dire sulla bizzarra selezione della classe dirigente promozionata alle Europee quando, oltre 30 ragazze prese dai vari reality tv, sono state proposte come candidate e “sottoposte” a corsi di cultura e aggiornamento per capire almeno cosa sarebbero andate a fare? Solo le ire dell’allora moglie Veronica Lario riuscirono a fermare il plotone delle papi-girl pronte a sbarcare a Bruxelles. E’ una mia perversione, lo so, ma mi piacerebbe tanto che in Parlamento, in Senato, in Europa, fin nel più piccolo consiglio elettivo, visto che le donne scarseggiano, almeno ci vadano quelle che rappresentano le donne vere, quelle che hanno un talento vero (per carità, un bel sedere è un bel vedere, ma non serve per amministrare). Lo so, è una mia perversione, ma quando si parla di meritocrazia, il mio pensiero va a quelle donne che hanno studiato tutta la vita per sopravvivere con stipendi da fame e a quante hanno scelto la sola strada della dignità, dell’impegno. Se l’unico sogno delle adolescenti oggi è lavorare nel mondo dello spettacolo, a qualsiasi prezzo, come potremo noi genitori convincerle a investire su se stesse, su quel tesoro che hanno “dentro” e non “sotto”?

Se entrando nel Grande Fratello si guadagna di più che con una laurea in Ingegneria e non devi neanche saper fare niente (a meno che per ruttare o farsi la doccia davanti ad un milione di spettatori non ci voglia un master) perché impegnarsi? Se appena ti siedi su una “poltrona” d’amministratore il primo pensiero è rubare, sistemare parenti e affini che senso ha parlare di “politica di servizio”? Al servizio di chi? Politica è avere qualcosa che metti a disposizione del tuo Paese: competenza, professionalità, talento. Saper mettere le manette travestite da poliziotte (o la supposta travestite da infermiere, le varianti sono infinite) non è esattamente un talento, o comunque non è un talento che dura, perché prima o poi la rughetta spunta, la prima linea di cellulite ti toglierà il sonno. In un sultanato che si rispetti il ricambio è continuo e dietro la porta ci sono eserciti di ninfette pronte a travestirsi da monache tibetane pur di guadagnare in un’ora quanto una supplente guadagna in un anno.

E’ il destino dell’usa e getta. Del resto, il sedere alla brasiliana cede, ma un cervello, come un diamante, “dura per sempre”. Non a caso l’unica donna dell’Harem che si è salvata la vita è la leggendaria Sherazade delle Mille e una notte, scampata al boia non perché conosceva l’arte del Bunga Bunga, ma perché aveva un ben altro tesoro, il cervello, e l’ha usato. Non basta travestirsi da badante (in tutti i sensi, considerata spesso l’età della controparte) per convincersi d’avere potere sull’uomo, quello è un potere effimero, dura lo spazio di un minuto (un po’ di più col Viagra), dura il tempo di una busta piena di soldi, di un’apparizione televisiva, una nomina in un Cda, tre mesi d’affitto, un lavoretto per papà, ma svanisce con l’arrivo di un’altra badante.

Quanto ai sultani di ogni ordine, grado, ruolo, pagare la bellezza, la giovinezza, non è la prova tangibile del potere, è la prova, inconfutabile, del ridicolo al quale può arrivare un essere umano. Mi mette tristezza questo supermercato del corpo che permea la nostra società: se non vedi un sedere in primo piano non vendi più neanche lo sciroppo per la tosse, se non hai le labbra rifatte che sembri un gommone non superi neanche un colloquio da cassiera. Se non ora, quando? Dobbiamo indignarci ora, quando 315 eletti dal popolo hanno dichiarato, con un voto, di credere davvero che il Presidente del Consiglio una notte ha telefonato alla Questura di Milano per affidare ad una Consigliere regionale una prostituta minorenne arrestata per furto, convinto che fosse la nipote di Mubarak (e poi dalla Consigliera affidata ad una prostituta brasiliana, roba da far quantomeno irritare il presunto zio).

E’ questo che fa davvero tristezza, più dei Bunga Bunga e degli scandali. E’ questo assecondare la legge dell’Harem contro ogni logica, ogni ideale. Per questo indosserò la sciarpa bianca domani, perché ho il diritto d’indignarmi quando un modello di comportamenti offende e ferisce anche se non è necessariamente “reato”, quando il silenzio degli altri è complicità, quando la violenza sulle donne non passa attraverso le botte o lo “stupro”, ma brucia ugualmente l’anima. Indosserò la sciarpa bianca, perché, in questi tempi tristi, non voglio fare la fine di quei genitori che alle loro figlie, offerte come merce, oggi, come ai tempi del dopoguerra ai militari americani, al telefono chiedevano “quanto hai incassato?”.

Se non dire basta ora, subito, allora quando?

Rosaria Brancato

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