Per non dimenticare...
Emanuele Notarbartolo (1893), Emanuela Sansone (1896), i miei, i nostri trisavoli, Giuseppe Cassarà, Pietro Cassarà (1920), i miei, i nostri nonni, Calogero Cicero (1945), Vincenzina La Fata (1947), i nostri prozii, Giuseppina Savoca e Anna Prestigiacomo (1959) le nostre zie, Enrico Mattei (1962), nostro cugino, Mauro De Mauro (1970), il nostro vicino, Giuseppe Impastato (1978), Mario Francese (1979), Piersanti Mattarella (1980), Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro (1982), nostri parenti, zii, cugini, padri, Graziella Campagna (1985), nostra sorella, Mauro Rostagno (1988), Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro (1992), Beppe Alfano, don Giuseppe Puglisi (1993), Ilaria Alpi, don Diana (1994) Giuseppe Di Matteo (1995), Francesco Fortugno (2005), Teresa Buonocore, Angelo Vassallo (2010), Carmine Cannillo, Vincenzo Liguori (2011), i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli, compagni di gioco, di scuola, i nostri maestri, i nostri amici, i nostri lontani zii, i nostri compagni di strada…. E tutti gli altri, di cui non siamo ancora riusciti a conoscere il nome.
Dal 1893 ad oggi sono oltre 900 vittime,uccise dalla mafia, dalla ‘ndrangheta, dalla camorra, dalla Sacra Corona Unita, dai mille volti della mafia, uccisi dalla lupara o dal silenzio e dalla complicità. Sono semplici cittadini, studenti, giornalisti, politici, sindacalisti,magistrati, imprenditori, carabinieri, poliziotti, bambini. Ne ho citati solo una minima parte, di alcuni non conosciamo proprio nulla, perché non abbiamo memoria, perché sono stati cancellati. Di altri ricordiamo i volti, le parole, gli scritti, le azioni, di altri ancora ricordiamo i terribili attimi della loro morte. Li ho citati sicuramente tralasciandone tantissimi, ma li ho citati a caso, volutamente, senza un criterio preciso, proprio perché, nel lunghissimo elenco delle vittime delle mafie, sono tutti uguali e dobbiamo tutti, indistintamente, senza differenze, considerarli parte della nostra famiglia. Solo così, solo se impariamo a considerarli nostri zii, nonni, padri, fratelli, compagni di vita, potremo evitare che il tempo li cancelli e che le mafie vincano ancora. Solo così, se impareremo a sentirci parte di quelle migliaia di familiari di vittime della mafia che oggi a Potenza sfileranno per le strade potremo evitare, chissà, che l’elenco si allunghi con altro sangue.
Dal 1995, son sedici anni ormai, l’Associazione Libera di don Ciotti, che unisce i familiari delle vittime, organizza la Giornata della Memoria e dell’impegno. Una giornata itinerante, che ogni anno si svolge in una città diversa, solitamente il 21 marzo, il primo giorno di primavera, simbolo della speranza che si rinnova ed occasione d’incontro con i familiari che hanno trovato la forza di risorgere dal loro dramma, trasformando il dolore in ricerca di giustizia e strumento concreto, non violento, d’impegno e di azione di pace. Dal 1995 ad oggi, le ho contate, ci sono state altre 168 vittime, segno evidente di come la strada sia ancora lunga e di come l’apporto di tutti sia indispensabile, anche per stare al fianco di chi in quell’elenco non c’è, ma al prezzo di una “vita da morto”. Mi riferisco a quelle persone che combattono ogni giorno, rischiando la vita, rischiando di finire in questo lutto infinito di oltre 900 nomi. Le mafie non hanno un colore politico, semplicemente perché hanno un solo colore, il rosso del sangue. Dal 1893 si muore per mafia non solo quando si fa il proprio dovere, ma anche per affermare un diritto, o per un ideale, per un sogno, o solo per caso, perché si è nel momento sbagliato al posto sbagliato, si muore perché si sta lottando per la verità e la giustizia, o perché si sta lottando per fame, per bisogno, per riscattarsi da quel bisogno. Ed è ancor più vero e più pericoloso oggi, quando la mafia non è affatto più quella della coppola e della lupara, ma usa armi nuovi, usa il potere economico e finanziario, usa la “globalizzazione”, non parla sgrammaticato ma conosce diverse lingue, per necessità e per furbizia.
Ma oggi è il giorno della memoria, del ricordo di 900 nostri fratelli e figli. Giuseppe Di Matteo era un bambino, sciolto nell’acido, Graziella Campagna era una bambina,uccisa con cinque colpi di lupara. Erano i nostri figli. Senza far retorica, proviamo per un attimo a ricordarli, perché è capitato a Graziella ma poteva capitare a me, a mia sorella, di trovare per caso un’agendina di un boss. E allora è su questo che dobbiamo interrogarci mentre ci facciamo solo i fatti nostri. Solo il caso ha voluto che non siamo lì, tra i parenti di una violenza che non conosce né anagrafe né legge. Proprio per non dare un colore politico a questa giornata, voglio concluderla con una frase di un grandissimo uomo: “Oggi la nuova Resistenza consiste nel difendere le posizioni che abbiamo conquistato, nel difendere la Repubblica e la democrazia. Oggi ci vogliono due qualità: l’onestà e il coraggio. Quindi l’appello che faccio ai giovani è questo:cercate di essere onesti prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo, se c’è qualcuno che dà scandalo, se c’è qualche uomo politico che approfitta dei suoi sporchi interessi, deve essere denunciato”. Queste sono parole antiche, le ha pronunciate uno dei Presidenti della Repubblica più amati del nostro Paese, Sandro Pertini, lui che la violenza e la sopraffazione l’ha vissuta sulla pelle e l’ha combattuta. Pertini è morto da 21 anni, ma penso che le sue parole, pronunciate quando ancora non era neanche esplosa Mani pulite, rilette oggi, non possano essere né colorate da una parte politica, né strumentalizzate. Hanno il sapore di quella memoria che è sempre attuale. E’ come se le avesse dette oggi, questa mattina, ai giovani in corteo, a Potenza, come a Palermo, come a Milano.
Rosaria Brancato
