Rom, zingari, nomadi…tutti termini che contraddistinguono una popolazione ricca di cultura e tradizione ma che, tuttavia, non riesce ad incontrare il favore e le simpatie degli italiani.
“Ladri, accattoni, delinquenti della peggiore specie-, vengono spesso definiti questi soggetti che conosciamo solo attraverso la loro presenza ai semafori, spesso accompagnata da piccoli bimbi che ci sembrano non avere speranza di -salvezza-. Ma cosa c’è dietro quei volti che non guardiamo neppure? Abbiamo raccolto l’esperienza di Monsignor Piero Gabella, Responsabile dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale dei Rom e dei Sinti, che ha deciso di vivere in un campo nomadi di Brescia per portare loro l’amore di Cristo.
-Rom e Sinti vivono in contesti fortemente difficoltosi, in un clima di pregiudizio e diffidenza. Quali sono le maggiori difficoltà?
“I Rom e i Sinti sono un popolo molto grande, formato da gruppi molto diversi, con gradi diversi di inserimento nella società e quindi con difficoltà molto diverse; tra i Sinti, per esempio, che ci sono in Lombardia e i Rom rumeni ultimi arrivati, c’è una differenza spaventosa. C’è qualcosa, comunque, che li accomuna tutti: la difficoltà di coniugare la loro cultura e il loro modo di vivere in una società sedentaria; è come se un pesce dovesse andare a vivere sopra una pianta o un frutto dovesse andare a vivere in fondo al mare, questa è la difficoltà più grossa-.
– Quali risposte danno o dovrebbero dare le istituzioni a tali difficoltà?
“Le istituzioni in realtà non danno: oggi specialmente, gli zingari, chiamiamoli così perché abbracciamo un po’ tutto questo mondo, sono usati come merce di conquista di voti; chi più li odia, chi più in televisione fa vedere quest’avversione, più conquista il consenso della gente.
Ciò che dovrebbero fare le istituzioni, invece, e questo sarebbe un bene per tutta la società, è quello di promuovere iniziative culturali e sociali perché le diversità trovino un’armonizzazione all’interno della società: la monotonia è una roba che stanca, l’armonia nella diversità è qualcosa di piacevole, quindi le autorità, se volessero davvero il bene della società, dovrebbero impegnarsi in questo cammino-.
– Come superare i numerosi pregiudizi nei loro confronti, cercando di farli uscire dalla marginalità in cui vivono?
“Far uscire gli zingari dalla marginalità? Non è detto che il margine sia una cosa brutta, se è rispettato e ha la sua dignità. San Francesco d’Assisi, per esempio, ha voluto vivere al margine, io sono prete e vivo in carovana, e non mi sento per niente menomato nel mio essere prete vivendo in una roulotte. Se per margine intendiamo, con un certo disprezzo, ai bordi della società, dove le cose non contano, allora necessariamente bisogna intervenire, ma se margine vuol dire che una persona non si riconosce nei principi fondamentali di produzione, consumo di una società, ed è contenta di vivere al margine, perché questo lascia delle libertà che altri non hanno, non c’è difficoltà. Allora, perché escano dalla situazione di disprezzo, dobbiamo rispettarne la dignità: ogni persona, noi diciamo con la nostra fede, ha come punto di partenza Dio, sua immagine e somiglianza e come punto di arrivo Dio. E’ questo il fine di ogni creatura, cioè l’eternità della luce di Dio. Allora questo fa sì che le persone abbiano il massimo della dignità. Se noi riuscissimo a comprendere e a dare giuste conseguenze a questa dignità…-
– Come superare le difficoltà legate alle differenze culturali e religiose?
“Attraverso due cose molto importanti in questo campo: la prima è essere capaci di ridimensionare noi stessi; nessuno di noi è Dio, quindi nessuno di noi è la totalità, anzi ognuno diventa quello che deve essere se entra in rapporto con l’altro diverso da se stesso; marito e moglie sono l’esempio più classico di questo. Però occorre un ri-dimensionamento, se io dico “sono la verità, la totalità-, non c’è più spazio per gli altri. Ma se dico che la verità che ho dentro di me prende forma, prende coscienza, questa si attua nella sua pienezza quando sono capace di dare spazio alla verità dell’altro. La seconda cosa è capire che l’altro è necessario alla mia vita: se una donna si è comperata una pelliccia nuova e non c’è nessuno che la vede che gusto c’è? Se un ragazzo ha il motorino nuovo e non c’è nessuno che lo guarda, che gusto c’è? Il gusto viene anche dall’essere apprezzati, dall’essere visti, cioè nell’entrare in rapporto con l’altro che diviene, a questo punto, molto importante per me. Ho fatto due esempi banali, ma potremmo entrare in cose molto più importanti: se ho una verità da dire ho bisogno che qualcuno mi confermi se sono nella verità, se ho dell’amore da dare deve esserci un recipiente che lo prenda. Se noi riusciamo a fare nostra questa visione, comprendiamo che anche i Sinti e i Rom sono creature di Dio e hanno un dono da darci e hanno una capacità di ricevere il nostro dono noi troviamo le strade per questo-.
– Qual è il ruolo della chiesa di fronte a questo fenomeno?
“La Chiesa ha una missione precisa che si chiama evangelizzazione, cioè l’annuncio della Buona Novella, l’annuncio della vita, non della morte. Per fare ciò ha degli strumenti fondamentali: da un lato il Vangelo e la comunità che lo legge, dall’altro la presenza dello Spirito Santo, luce che aiuta a leggere la vita secondo i dettami di Gesù Cristo. L’importante è che questi strumenti vengano utilizzati in funzione della vita. E’ il Vangelo che ce lo insegna: chi tiene tanto alla sua vita la perde, cioè crea in sé la morte.
E la “conservazione- crea morte; se la Chiesa di fronte alle diversità reagisce con paura e tenta di conservare le verità che possiede finisce per morire, perché pensa a se stessa. Se, invece, si lancia con la fiducia dell’amore di Dio che le è stato dato e dell’esplosività della sua notizia, del messaggio che deve portare, se ha questa fiducia e si lancia nel nuovo, nelle diversità, lo Spirito farà nascere i frutti che deve far nascere. Quindi la Chiesa è una spinta, è profetica in questo, lanciata verso il futuro. Quanto rispetta questa vocazione, tanto riesce a creare vita, altrimenti è destinata a far fare chiesa ad altri e non a se stessa-.
