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Taglio dei parlamentari: un referendum che sembra non interessare più a nessuno

Rosaria Brancato

Taglio dei parlamentari: un referendum che sembra non interessare più a nessuno

mercoledì 16 Settembre 2020 - 09:22
Taglio dei parlamentari: un referendum che sembra non interessare più a nessuno

Un anno dopo l'approvazione della legge non c'è più quella compattezza all'interno dei partiti. E sembra prevalere il disinteresse

Alla vigilia del Referendum del 4 dicembre 2016, quello sulla riforma Costituzionale targata governo Renzi, l’Italia era attraversata, da nord a sud, dal dibattito. Anche a Messina la contrapposizione tra i due fronti era visibile. Partiti, associazioni, movimenti, organizzavano convegni, faccia a faccia, approfondimenti.

Un clima diverso

Quattro anni dopo, per un Referendum costituzionale che pure cambierà, e di molto, la rappresentatività degli eletti e di conseguenza anche la gestione del potere, il clima è completamente cambiato. Gli eventi si contano sulle dita di una mano e l’impressione è di un totale disinteresse del mondo politico. All’interno dei partiti che, ricordiamo, hanno votato in modo compatto il sì alla riforma che taglia il numero dei parlamentari di entrambe le Camere, le posizioni sembrano essere sfumate.

Il fronte non più compatto

Vi è da dire che in Italia ogni riforma pensata da chi l’ha proposta “su misura” per sé stesso, si è poi in un certo senso “ribaltata”, ma a quanto pare non c’è più quell’unanimità che ha portato la legge ad essere approvata con 553 sì alla Camera l’8 ottobre di un anno fa. All’epoca, per l’ultima votazione prevista dalla Costituzione per le leggi di riforma costituzionale, votarono sì praticamente tutti: M5S, Pd, Italia Viva, Leu, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia. Solo 14 i deputati contrari (+Europa e Noi con l’Italia) e due astenuti.

Dal sì al ni e al no

Un anno dopo, con la pandemia nel mezzo, le Regionali alle porte, diversi ragionamenti hanno mutato le condizioni anche all’interno degli stessi partiti che l’hanno votata. Persino nel M5S, papà della riforma, c’è un’area contraria che voterà No, mentre Di Maio ribadisce le ragioni del taglio. In casa Pd i mal di pancia sono molti di più ed anche la strategia voluta da Zingaretti (un sì ufficiale “barattato” con aperture sulla nuova legge elettorale) non ha incontrato il favore di tutte le correnti di partito. Sta a guardare Renzi per il quale una sconfitta del sì equivarrebbe a nuovi scenari nel Pd e di certo indebolirebbe Zingaretti a prescindere dall’esito delle regionali. C’è poi chi in realtà sta facendo i conti con il calcolatore e si è reso conto che con questo taglio e con i venti che tirano non è affatto detto che potrà godere più della poltroncina al sole. Anche se in via informale i vertici dei partiti rassicurano chi resterà fuori di futuri nuovi strapuntini di consolazione, la questione non convince più chi ha votato sì.

Prove di legge elettorale

Anche nel centro destra, alla vigilia delle Regionali, si guarda ad un contesto nazionale che potrebbe mutare di qui  a poco. La legge elettorale che al momento sembrano voler portare avanti Pd e 5Stelle è figlia delle liste bloccate del Porcellum e darebbe, con una soglia di sbarramento al 5%, tutto il potere in mano ai capi che potranno liberamente candidare figli, parenti, yes men e yes women. Insomma, sia pure sottovoce in tutti gli schieramenti c’è un non detto. Si fa strada il: io voto sì ma se tu voti no non mi dispiace. Oppure il “voto no ma non lo dico”.

Al di là di quelli che saranno i risultati delle urne certo è che non c’è alcun fervore sul tema, quasi fosse di secondo piano. Un clima completamente diverso rispetto a quello del 2016 che portò alla sconfitta di Renzi ed alle sue dimissioni. Il governo Conte non ha comunque ancorato le sue sorti con quelle del voto del 20 e 21 settembre.

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