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Il signor Dopodomani. Werther in frac

Domenico Colosi

Il signor Dopodomani. Werther in frac

sabato 04 Novembre 2017 - 09:01

Una via crucis sentimentale nel monologo scritto da Domenico Loddo per l’attore calabrese Stefano Cutrupi

L’insulsa storia d’amore post-beckettiana tra Ada e un ragazzo in frac. O, per completezza, le amare avventure di una ragazzina svampita e di un fidanzato paranoico (smisuratamente egocentrico?): da un testo scritto dal fumettista calabrese Domenico Loddo l’incomunicabilità viene restituita sotto forma di equivoco krappiano senza profondità, leggero come una barchetta di carta sulla superficie di un lago. Nessuna vibrazione intellettuale nelle memorie dal sottosuolo di quest’uomo invisibile, frac ingombrante e piedi nudi: sofferenze su sofferenze per la fine di una relazione francamente risibile, con una track-list su musicassetta a scandire la via crucis sentimentale di un giovane Werther di provincia. Un’autostrada per l’inferno, con un dolore ormai insostenibile a piegare la coscienza, una voce registrata a schernire il residuo di ambizioni, un pugnale troppo vicino al cuore.

Nel primo spettacolo della nuova stagione del Teatro dei 3 Mestieri la regia di Roberto Bonaventura corregge i difetti di scrittura, mentre Stefano Cutrupi sorveglia il ritmo forsennato del suo Signor Dopodomani: giochi di parole, calembour, Fossati e Battiato come guide spirituali in una corsa sfrenata verso l’autodistruzione. Tra un’ode forzata alla vita in Meridione alle piccole scaramucce tra giovani amanti, l’eccellente prova dell’attore calabrese svia l’attenzione dalle ingenuità del testo con una serie di accelerazioni ben calibrate tra palco e platea, pause narrative in un’esagitata sarabanda che metabolizza in egual modo paradossali riflessioni matematiche, i versi di Cuccurucucu e Dylan Dog.

Metronomo alla mano, Bonaventura costruisce una gabbia accogliente per l’esuberanza di Cutrupi, ridefinendo il monologo verso confini prettamente teatrali: il pubblico divertito si lascia trascinare lungo la corrente, l’ennesimo calembour spegne gli ultimi fuochi.

Domenico Colosi

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