«Vi presento Sciascia, l’eretico»

«Vi presento Sciascia, l’eretico»

«Vi presento Sciascia, l’eretico»

venerdì 19 Febbraio 2010 - 12:19

Il giornalista e scrittore Matteo Collura presenta -Alfabeto Sciascia- ai lettori di Tempostretto.it

Solo pochi giorni fa, l’assessore regionale alla formazione della Regione Siciliana, il prof. Mario Centorrino, affermava all’ANSA «Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di ’sfiga’ nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Al di là del giudizio di merito, il pensiero profetico di Sciascia è quanto mai attuale al giorno d’oggi, non solo per la questione sempreverde sul professionismo dell’Antimafia ma anche per la teoria della linea della palma. Matteo Collura, già autore della ricchissima biografia dello scrittore siciliano (Il maestro di Regalpetra, TEA Edizioni), ci guida alla scoperta del suo pensiero ne Alfabeto Sciascia (Longanesi editore; pp. 192 ; € 15). «Sciascia teneva più d’ogni altra cosa alla libertà, per questo venne considerato un eretico. Considerava fondamentale il libero pensiero, soprattutto nella lotta contro la mafia». Un libro perfetto sia per chi conosce a menadito ciascun libro dello scrittore di Racalmuto, sia per chi gli si accosta per la prima volta con curiosità.

Alfabeto Sciascia si ricollega idealmente a l’Alfabeto Pirandelliano scritto proprio da Sciascia. Perché ha scritto questo libro?

«Sono convinto che Alfabeto Pirandelliano sia un libro fondamentale perché parlando di Pirandello, Sciascia mette a punto la sua idea di letteratura oltreché di vita e di politica. Lo stesso accade per me in questo libro, dove esprimo le mie considerazioni, chiarendo molte cose di me stesso».

Cosa rendeva Sciascia un “eretico” secondo lei?

«Era un uomo dal libero pensiero. In anni bui l’eresia era perseguitata ma anche oggi chi pensa in modo libero, autonomo, fa paura. Sciascia aveva un senso della libertà non comune, non banale. La libertà è rinunciare alla lusinga del guadagno, questa è la vera concezione di libertà, soprattutto per un intellettuale, per uno scrittore e Sciascia rinunciava a tante cose per essere davvero libero».

Non erano solo concetti teorici visto che nel libro cita la sua famosa rinuncia a 5 miliardi di lire offertigli da una grande casa editrice…

«Questo è l’esempio concreto del suo pensiero. Rinunciò a quell’enorme compenso perché temeva che se avesse scritto solo per una casa editrice correva il rischio che si abusasse del suo volto, della sua firma, della sua immagine. E questo lui non poteva permetterlo».

In “Occhio di Capra” Sciascia svela il meccanismo delle raccomandazioni nel Mezzogiorno. Secondo lei è rimasto tutto immutato?

«Direi di sì. Nonostante i tanti passi avanti, mi sembra che la mentalità che sta alla base della condizione di sottosviluppo del Mezzogiorno non sia stata intaccata. Una mentalità che conduce inevitabilmente al favoritismo, al clientelismo e proprio in questo ambiente sordido la mafia trova terreno fertile».

Sciascia aveva fotografato la perfezione del metodo di Don Abbondio. Lei lo estende anche ai giorni nostri, ai nostri governanti. Ma perché questo metodo d’azione trionfa sempre su tempo e storia?

«Don Abbondio pur essendo un personaggio lombardo, adotta quella tecnica che in Sicilia viene espressa col detto “abbassati giunco che passa la piena”. Don Abbondio è uno che abbassa continuamente la testa perché in quel periodo la testa gli sarebbe potuta saltare, invece oggi, le teste saltano metaforicamente e molti sono fin troppo abituati ad abbassare la testa, scendendo sempre a compromessi, tenendo a bada la propria libertà. L’Italia e la Sicilia sono molto affini oggigiorno, ai Promessi Sposi, il nostro è un paese popolato non solo dai Don Abbondio ma anche dagli Azzeccagarbugli e dai Don Rodrigo e purtroppo non sono affatto ottimista sul prossimo futuro».

Dopo “Il Contesto” e “Candido”, Sciascia perse contatto con l’elettorato di centro-sinistra. Coniò l’espressione cretino di sinistra. Cosa volle dire?

«Lui era ben consapevole che adottando il principio del garantismo sarebbe stato strumentalizzato più a destra che a sinistra. A tale principio si appellano soprattutto i criminali, coloro che ne traggono ipocriticamente maggiori vantaggi. Sciascia andò incontro a tale pericolo perché, nonostante tutto, sentiva doveroso comunicare ciò che pensava, anche se urtava parecchi».

Lei dice che Sciascia aveva una nevrosi da ragione.

«E’ vero. La sua lotta per la giustizia gli fu trasmessa dal padre, zolfataro, che aveva un fortissimo senso della giustizia tanto da giungere a sparare ad un avvocato che secondo lui non si era comportato lealmente. Non lo colpì ma venne arrestato e mentre era in carcere, morì per un ictus. Sciascia era cresciuto con questo dramma familiare, inoltre definiva la sua terra priva di libertà e di giustizia. Sciascia, seguiva la lezione manzoniana, per lui scrivere era un atto morale, era un mezzo per poter ridare speranza alla sua terra natìa».

Nonostante tutto Sciascia era fiducioso?

«Fra Tomasi di Lampedusa e Sciascia c’è una grande differenza. Tomasi applica soltanto il sacrosanto pessimismo della ragione; a tale pessimismo Sciascia contrappone l’ottimismo della volontà, per tale motivo va considerato uno scrittore moderno: tramite la scrittura esprime un viatico della speranza».

Quando nacque la sua amicizia con Leonardo Sciascia?

«Il nostro rapporto d’amicizia nacque intorno al 1970, quando mi trasferii da Agrigento a Palermo per fare il giornalista professionista. Lui da due anni si era trasferito a Palermo e mi conosceva perché era un attento lettore delle pagine di cronaca del Giornale di Sicilia. Entrambi ci trovammo a fare gli agrigentini a Palermo, che in quei tempi era piuttosto dura con chi veniva da fuori, quasi razzista. Sa, l’amicizia è come l’amore, scatta senza che si capisca perché».

Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano.

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