L'Università vara il -Codice dei comportamenti- ispirato all' -Etica Pubblica-

L’Università vara il -Codice dei comportamenti- ispirato all’ -Etica Pubblica-

L’Università vara il -Codice dei comportamenti- ispirato all’ -Etica Pubblica-

domenica 17 Maggio 2009 - 19:49

Vediamo cosa prevede il documento. Sull'osservanza dello stesso vigilerà una Commissione di Garanzia

Una delle istituzioni messinesi più criticate a livello nazionale, l’Università di Messina, comincia un nuovo corso ponendosi dei paletti etici, delle regole che dovranno servire da guida per lo svolgimento delle attività di Ateneo.

É entrato in vigore infatti il 15 maggio scorso il “Codice dei comportamenti nella Comunità Universitaria ispirati ad Etica Pubblica” che invita, al fine di perseverare un ottimale esercizio della missione formativa dell’università, quanti vi operano a conformare scrupolosamente i loro comportamenti alle regole di questo “Codice Etico”, approvato dal Senato Accademico e dal Consiglio di Amministrazione ed emanato con decreto del Rettore Francesco Tomasello.

Sono 17 gli articoli (disponibili sul sito www.unime.it) di questa sorta di “operazione trasparenza” che sta portando avanti l’Ateneo.

Si va dal divieto assoluto di discriminazione, ai diritti doveri di studenti e professori, passando per diversi aspetti che molte volte sono stati sotto accusa da parte dell’opinione pubblica.

Andiamo dunque a vedere di cosa parla questo nuovo ordinamento universitario, partendo dai principi ispiratori e dai destinatari degli stessi: sono invitati ad osservare ideali di “onestà, lealtà, correttezza, trasparenza, imparzialità e solidarietà” tutti i docenti, il personale tecnico-amministrativo e gli studenti, anteponendo il superiore interesse della comunità a quello personale.

Nel Codice è fatto divieto assoluto di discriminazioni o comportamenti vessatori nei riguardi di altri soggetti che presentino differenze di “genere, orientamento sessuale, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, aspetto fisico, colore della pelle, lingua, origini etniche, cittadinanza, età”.

Raccomandazioni che dovrebbero essere superflue in una società avanzata come la nostra, ma si sa che queste cose è sempre meglio ricordarle, purtroppo.

Il terzo articolo, qualora rispettato, farebbe fare un salto di qualità, quantomeno di immagine, al nostro ateneo: si parla infatti di meritocrazia e di “comportamenti in disprezzo di criteri di valutazione fondati sul merito”.

La maggior parte degli attacchi mediatici (da ”L’Arena” di Giletti ad “Annozero” di Santoro) è rivolta proprio al baronato, alle cattedre ereditate, alla presunta mancanza di meritocrazia, ai cognomi che -ritornano sempre”.

A proposito si è previsto che “il merito individuale costituisce esclusivo titolo di valutazione in ogni momento e sede di svolgimento delle attività istituzionali della comunità universitaria”.

Interessante è il passaggio nel quale si spiega come “ogni operatore, specie se appartenente al corpo docente e al personale tecnico amministrativo, è tenuto ad astenersi dal porre in essere qualsivoglia pratica o iniziativa volta a procurare ingiustificati vantaggi a persone alle quali risulti legato da vincoli di coniugio, convivenza o relazione personale, parentela o affinità entro il quarto grado”.

Ci permettiamo di segnalare come Vangelo questo passo del terzo articolo che considera vietate le pratiche che determinano per i “conoscenti” di cui sopra “l’accesso nei ruoli universitari ovvero a corsi di dottorato, master, scuole di specializzazione o, ancora, il conseguimento di assegni di ricerca o l’ottenimento di borse di studio e similari; a provocare indebite interferenze nello svolgimento di prove concorsuali in genere; a produrre l’effetto di una promozione di grado ovvero dell’assunzione di una diversa e più vantaggiosa qualifica, e, in genere, a recare ingiustificati benefici o privilegi, in disprezzo del merito, nonché dei principi di eguaglianza, correttezza ed imparzialità”. Come dire: no alle raccomandazioni!

Gli articoli successivi sono riservati ai dipendenti (corpo docente o personale tecnicoamministrativo) dell’Università che ricevono l’ordine di tenere atteggiamenti volti alla “operosità, correttezza, efficienza, spirito di servizio, specie nei rapporti con gli studenti” e vieta agli stessi, qualora ce ne fosse bisogno, “di avvalersi dei poteri o dell’autorevolezza riconducibili al proprio ruolo allo scopo di svolgere attività di mobbing e, in genere, di esercitare indebite pressioni o influenze nei riguardi di altri operatori, specie se collaboratori o studenti..

Il sesto articolo sembra scritto da quegli studenti che molte volte si lamentano della presunta disorganizzazione dei corsi di laurea in cui sono iscritti. I docenti infatti sono tenuti a portare avanti personalmente le attività didattiche, ad osservare il calendario e l’orario stabiliti, a seguire gli studenti nell’elaborazione delle tesi di laurea o nella preparazione dell’esame, a comunicare per tempo i programmi d’insegnamento e i testi consigliati per lo studio (congrui sia all’impegno dello studio stesso che al numero di crediti formativi) e ad apprezzare le manifestazioni di (civile) dissenso relative ad esercitazioni, lezioni od esami da parte degli studenti.

Avranno pensato al ministro Brunetta prima di redigere l’articolo che tende a colpire sopratutto i “fannulloni” e vuole incrementare la produttività dei docenti impegnati in attività di ricerca.

Nello svolgimento della stessa i docenti sono chiamati a “rendere testimonianza di dedizione alla ricerca stessa e di fruttuosa operosità, rendendo pubblici e fruibili, da parte della comunità universitaria così come dell’intera collettività, i prodotti della ricerca stessa”.

I doveri esistono anche ovviamente per gli studenti, chiamati a “partecipare con assiduità ed impegno alle attività didattiche volte alla loro formazione culturale, tenendo un comportamento costantemente ispirato al rispetto verso gli altri operatori e al decoro dell’istituzione cui essi appartengono”.

Altro dovere degli iscritti all’Università è quello di avere cura delle strutture presso le quali svolgono il loro impegno di studio.

Sull’osservanza di tali principi vigila la Commissione di Garanzia, composta da cinque membri: un professore ordinario, un professore associato, un assistente ordinario o ricercatore, un rappresentante del personale tecnicoamministrativo e un rappresentante degli studenti e dura in carica per due anni solari. La Commissione dovrà poi impegnarsi ad eleggere al

proprio interno il Presidente che designerà a sua volta un vice.

E’ chiaro che se tutto ciò resterà sulla carta avremo dato notizia soltanto di belle intenzioni, ma al momento all’Università va il merito di avere affrontato di petto, almeno sulla carta, tutti quei problemi che sopratutto gli studenti lamentano da tempo e che hanno fatto sprofondare l’immagine, la credibilità e la spendibilità di un titolo acquisito nel nostro Ateneo, alle ultime posizioni tra le Università italiane.

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