Per la rubrica, Pierpaolo Garigali. Un architetto e insegnante messinese di 55 anni che vive a Torino da 20. Ma non dimentica la "sua" Limina
VISTI DA LONTANO di Rosario Lucà – Per la rubrica, Pierpaolo Garigali, un architetto liminese di 55 anni che vive a Torino da 20 e oggi lavora come insegnante in una scuola professionale a indirizzo artistico e fotografico.







A Torino ci è arrivato per caso quando decise di rinunciare alla libera professione per rimanere fedele alla sua idea di lavoro, lontana da legami e convenienze che lui non ha mai voluto coltivare; così decide di fare l’insegnante. Nel suo mondo, la fede, le radici, i ragazzi: questo è il mondo di Pierpaolo Garigali
Un racconto di appartenenza, spiritualità e speranza nel futuro attraverso gli occhi di un insegnante.
Vent’annni fa era ancora fidanzato con la sua attuale moglie, Mimma, anche lei insegnante. Insieme compilavano la domanda di inserimento in graduatoria “in doppia copia”, sperando di essere assegnati nella stessa città.



L’amore per le radici messinesi, la passione per l’insegnamento e la fede come bussola
Alla fine avevano ristretto la scelta a due città: Torino, la più accessibile economicamente, e Genova, che con il suo mare ricordava un po’ la Sicilia. All’ultimo giorno utile, poco prima di mezzanotte, optarono per Torino: più scuole, più possibilità di entrare in ruolo.
Come molti di quelli che lasciano il loro paese, la loro città, arrivarono a Torino pensando di restare solo qualche anno, entrare in ruolo e poi tornare. E invece rimasero a Torino perché, mi dice Pierpaolo, “nel frattempo ti sposi, nascono i figli”. Nel loro caso sono nate due femmine: Elisa, la grande, oggi diciassettenne, e Anna, la piccola, che ha 13 anni.
Attenzione però: entrambe sono nate a Messina, all’ospedale del Papardo, per una scelta precisa dei genitori; ci tenevano che sulla carta d’identità delle loro figlie ci fosse scritto “nata a Messina”. Se non è amore per la propria terra questo.
La famiglia Garigali adesso vive stabilmente a Torino, ma torna in Sicilia almeno due volte l’anno: dieci giorni a Natale e tutte le estati, che trascorrono nella loro casa di Limina, sulle colline della Valle d’Agrò.
Poi però c’è un terzo appuntamento immancabile, a maggio, che porta Pierpaolo nella sua Limina: la festa del Patrono, San Filippo d’Agira, l’evento più importante del paese, un momento che ha forte valenza spirituale ma anche sociale e di appartenenza.
Pierpaolo mi spiega bene di cosa si tratta.San Filippo era un sacerdote di colore originario della Siria e venuto per evangelizzare la Sicilia. Nella processione dell’ultimo weekend di maggio la statua del Santo viene portata di corsa a braccia dai fedeli per tutte le strette viuzze del paese, dal punto più basso a quello più alto di quelle colline impervie: questo rito rappresenta la corsa che il Santo faceva per scacciare i demoni da paese.
Pierpaolo ha una forte spiritualità e vive profondamente questo momento fin dalla prima infanzia. Mi racconta di come viveva la festa da bambino: alle elementari aspettavano tutti, a mezzogiorno, il colpo di cannone che il giorno prima della festa annunciava l’inizio dei festeggiamenti. Erano bambini felici e quella “bomba di festa” era come un “liberi tutti”. Il giorno dopo era quello della grande festa: si ritrovavano i parenti e gli amici, anche quelli ritornati da lontano, anche da molto lontano.
Mi dice: “Io ci sono sempre stato, in questi vent’anni in cui vivo a Torino non mi sono mai perso una processione. Anche se è nel periodo della scuola, prendo dei giorni di permesso che chiedo sempre con largo anticipo e vado giù”.Mi racconta che, addirittura, quando era militare a Piacenza nel 1990, chiese già a gennaio al comandante i giorni di licenza per la terza settimana di maggio. Il comandante rimase sorpreso per questa richiesta così in anticipo e disse testualmente: “Visto che me lo chiedi a gennaio per maggio, immagino che sia una cosa molto importante per te” e, scherzando, aggiunse: “Se anche dovesse scoppiare una guerra, ti prometto che sarai libero in quel fine settimana”.
Pierpaolo è una persona molto profonda con una forte spiritualità. Mi parla della sua fede che sente come un bisogno che “una cosa che anche se non vedi ti senti dentro”, che vive come “una fortuna, perché è un dono che non è scontato ricevere”. Sono affascinato da questa profondità e dai suoi sentimenti.Così anche l’incontro con San Filippo nel giorno della sua festa, per Pierpaolo, è un bisogno: “il bisogno di esserci, che ti fa sentire parte di qualcosa di unico e di grande, ma che è anche sociale perché è un modo per rimanere collegato al tuo contesto di nascita e di vita che comunque non vivi più perché le cose della vita ti hanno portato altrove”.
Ancora una volta capisco come i paesini delle nostre colline conservino inalterate le identità: sono un patrimonio da tutelare, una banca di valori e tradizioni. In un mondo smarrito, che ha perso ogni valore, in un’infinita guerra di identità, dove gli uomini non si accontentano più di essere persone ma vogliono essere personaggi, queste realtà conservano la semplicità che è nell’essenza delle cose. Forse è da lì che dovremmo ricominciare.
Niente è più importante delle piccole cose, dice un passaggio del “Piccolo Principe”, forse è nelle fiabe che si può trovare il bandolo di questa matassa che sembra irrimediabilmente perso.A Limina la festa di San Filippo è l’evento dell’anno. Ci si ritrova tutti in quel fine settimana di maggio quando in Sicilia l’aria è già mite e spuntano le prime fioriture. Arrivano dall’America, dalla Germania, da Milano, da Torino, da Bergamo e chissà da dove ancora. In quei giorni, mi dice, se vai in giro per il paese ti accorgi che non ce nessuno che abbia uno sguardo triste. Anche guardando le vecchie foto delle feste di anni passati in tutte le immagini c’è sempre l’allegria: la felicità di esserci.
Gli chiedo di raccontarmi della sua famiglia e della sua infanzia a Limina. Suo padre lavorava al Comune, ed era anche una persona molto attiva nel sociale: era presidente della banda musicale e segretario della squadra di calcio, attivo anche in politica.Sua madre era casalinga, però era anche “la telefonista del paese”, cioè gestiva il posto telefonico pubblico, l’unico luogo dove si potevano fare e ricevere telefonate. Che magia, in un mondo in cui siamo sempre connessi pensare ad un’epoca in cui c’era un unico posto che riceveva le telefonate per tutti evoca davvero un senso di magia.E così anche Pierpaolo collaborava: doveva andare a chiamare le persone a casa, avvisarle che da lì a poco avrebbero ricevuto “la telefonata”, chissà da quale parte del mondo. Quella casa era il contenitore delle voci, degli affetti, delle notizie belle ma anche cattive.Parlando con Pierpaolo capisco che avere vissuto questa magia lo ha reso profondo, come se tutti quei sentimenti gli fossero entrati dentro.
Si capisce perché adesso Pierpaolo sia anche un insegnante di sostegno: si occupa dei ragazzi con qualche difficoltà, si vede la sua dedizione. A scuola si rende disponibile per ogni esigenza: grazie alla sua formazione da architetto si occupa di organizzare mostre con le opere dei ragazzi , arrivando anche a fissare i tasselli a muro se serve.
Mi parla ancora della sua infanzia e mi dice: “Ho vissuto un’infanzia bellissima, serena, in un paese vivo. Le scuole erano piene e ogni classe aveva 20 alunni. Adesso, purtroppo, ci sono le multiclassi dove penso che non arrivino a essere in 30 fra elementari e medie. Si giocava a calcio in ogni angolo, si viveva per strada, ci si scontrava ma si cresceva: c’era il controllo sociale, la bidella che ti vedeva fare qualcosa di sbagliato e subito ti riprendeva”.Le superiori, come tutti nei paesini delle colline, le ha fatte giù in riviera a Santa Teresa. Orde di ragazzi che ogni mattina si trovavano al pullman: “era una festa quotidiana, ci si incontrava con gli altri ragazzi che venivano da Antillo, da Savoca e dagli altri paesini vicini. Su quei pullman nascevano rivalità, amicizie e anche amori che finivano o che magari durano ancora adesso”.Poi arrivano gli anni dell’università che ha fatto a Reggio Calabria, con una pausa per il servizio militare che ha consentito al fratello più piccolo di “raggiungerlo”, e così si sono laureati insieme.
Quando gli chiedo di dirmi quali segni delle sue radici troverei a casa sua, mi dice che la sua casa è piena di fotografie che ricordano Limina e la Sicilia. Ma mi racconta un episodio che forse è la sintesi dei suoi sentimenti verso le sue radici: “Qualche tempo fa sono andato con un amico in un paesino del Cuneese: abbiamo la passione per i mercatini delle pulci e così ci siamo andati insieme. Ho trovato un pupo siciliano, sì, proprio un pupo siciliano, in mezzo alle Langhe: chi me lo doveva dire? L’ho comprato e adesso è a casa mia a Torino, ma l’ho preso pensando di portarlo nella mia casa di Limina, perché lo voglio riportare a casa”.Ecco, questo forse esprime più di tutto il sentimento di Pierpaolo e il suo legame con le radici: quel senso del “riportare a casa”, perché la vera casa è dove sei nato.
Le nuove generazioni: una speranza per il futuro
Poi mi racconta dei ragazzi che vede ogni giorno e di come per lui quei ragazzi siano bellezza, forza e futuro. “Sono molto migliori degli adulti”, mi dice, “sono liberi da condizionamenti, si accettano senza problemi e senza sovrastrutture, senza quelle gabbie in cui gli adulti li vogliono mettere”.
Le parole di Pierpaolo sono speranza per un futuro migliore dei giorni di guerra e di odio che stiamo vivendo.Pierpaolo lavora in una scuola di periferia: la descrive come un confine, forse l’ultimo avamposto prima di un baratro che nelle periferie delle grandi città rischia ogni giorno di inghiottire i ragazzi che vivono situazioni familiari al limite. Spesso la scuola deve sostituirsi alla famiglia anche per le cose più semplici: forse i veri eroi dei nostri tempi sono nelle scuole, penso. Anche se malpagati e poco considerati, sono loro che hanno uno sguardo sul nostro domani e, con la loro dedizione che è quasi vocazione, restano lì vicini ai nostri ragazzi spesso più vicini dei loro stessi genitori.
Tra Limina e Pavese
Dovremmo ringraziarli tutti molto più spesso.
Quando gli chiedo di dirmi quale sia secondo lui la cosa più bella dell’essere siciliani — e nel suo caso liminesi — mi risponde: “L’idea di essere vissuto in un piccolo paese che nel contempo è tutto il mondo, perché tutta la gente è partita, ma poi è tornata arricchita”. Conclude con una citazione di Cesare Pavese da “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene e poi di poter tornare quando si vuole”.
Facciamo ancora una foto davanti al murales che hanno fatto i ragazzi e di cui lui va orgoglioso, poi saliamo sulla sua macchina e mi riaccompagna a casa.In quel tragitto la sua utilitaria è una macchina del tempo che viaggia dalle ombre di quella periferia alle luci scintillanti del centro della città addobbato per le feste che si avvicinano — e che sempre più spesso sono banchetti del superfluo, vuoti di quei sentimenti veri e profondi come quelli che Pierpaolo ha condiviso nel nostro breve incontro di quello che sembrava un pomeriggio qualunque di inizio dicembre.
Fotografie e testi di Rosario Lucà

Come sempre, Rosario Lucà ci appassiona e ci porta all’interno dei suoi articoli a riviverei racconti e le storie vissute dei suoi intervistati. Quanta realta’ e quanta saggezza.
Articolo molto bello, diretto e realistico. Una lettura che colpisce e fa riflettere. Complimenti all’autore per la profondità e l’autenticità.
Racconti di vita vera che accendono emozioni in tutti noi “migranti” in questo piccolo grande pianeta…