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«Martina era il simbolo dell’allegria». Il ricordo della sorella Simona

«Martina era il simbolo dell’allegria». Il ricordo della sorella Simona

giovedì 07 Luglio 2011 - 04:33

Per tutta la giornata amici e parenti hanno affollato l’ingresso del reparto di rianimazione del Policlinico. Un ultimo saluto attraverso i vetri, poi solo silenzio e dolore

«Senza di lei la casa sarà vuota. Era il simbolo dell’allegria». È con queste parole che Simona, 21 anni, ricorda la sorella Martina. Davanti l’ingresso del reparto di rianimazione del Policlinico di Messina, il dolore si respira nell’aria. Tante le persone che affollano il marciapiede, che danno una pacca sulla spalla a papà Antonino e cercano di fare coraggio a mamma Cecilia, accasciata sui sedili della sala d’attesa con lo sguardo perso nel vuoto. È stata proprio lei l’ultima a parlare con la figlia, per telefono: sarebbe rientrata di lì a poco. Poi il buio. La loro bambina non c’è più, ma grazie a lei qualcuno continuerà a vivere.
Impossibile farsene una ragione, perché Martina era tutto: dolce, simpatica, di compagnia, un’amica ideale e una studentessa modello. Adorava Michael Jackson, e lei che di danza moderna era un’appassionata, amava ripeterne i passi di tutti i balletti, che ricordava a memoria: «In occasione di ogni anniversario della morte del cantante – ricorda la sorella Simona con il sorriso “tagliato” da una lacrima – mi costringeva ad ascoltarne le canzoni tutto il giorno e voleva che anch’io con lei rispettassi un minuto di silenzio per onorarne la memoria».
Dopo un inverno trascorso sui libri, Martina, che aveva appena terminato il terzo anno all’Istituto Artistico di Spadafora ottenendo la media più alta della classe, si preparava a vivere la sua estate da adolescente: «Non avevamo nessun programma particolare – ci dice Simona – l’unica cosa che avremmo voluto fare era divertirci tutti insieme, magari trascorrendo una giornata a Etnaland con gli amici. Avrebbe scattato centinaia di fotografia, era appassionata anche di fotografia».
Simona indossa un braccialetto decorato con la lettera “S”, iniziale del suo nome, lo guarda per un attimo e ricorda ancora la sorella: «Mi ha detto che se lo sarebbe voluto comprare uguale». E’ difficile, ma la ragazza prova a trattenere le lacrime «non devo piangere, devo farlo per i miei genitori». A consolarla, mentre si trova raggomitolata sul ciglio della strada con la testa poggiata sulle ginocchia e le braccia che le coprono il viso, tanti amici e compagni di classe di Martina: «Era la ragazza più dolce che avessimo mai conosciuto – ricordano Lorena ed Emanuela – impossibile litigarci».
Sono pochi quelli che hanno la forza di parlare dopo avere rivolto all’amica l’ultimo saluto attraverso i vetri di una delle stanze del reparto di rianimazione, ma in fondo non servono altre parole per capire “cosa” fosse Martina: un simbolo di dolcezza e allegria, che grazie alla generosità di due genitori distrutti dal dolore continuerà ad illuminare altri volti. (ELENA DE PASQUALE)

(NELLA FOTO GLI AMICI IN ATTESA AL REPARTO DI RIANIMAZIONE DEL POLICLINICO)

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2 commenti

  1. Ciao Martina, è assurdo pensare di non rivederti più. Tu stupendo angioletto sempre sorridente, gentile ed educata. Un abbraccio ai genitori e alla sorella che hanno compiuto un ultimo nobile gesto. Martina ora continuerà a donare felicità ad altre vite.

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  2. Pietro66giallorosso 7 Luglio 2011 06:50

    le parole non fanno tornare indietro il tempo, e non restituiscono all’affetto dei propri cari la persona amata che ci ha lasciato…ma considerato quante parole a volte inutili si sprecano in ogni istante della nostra vita, è bene esprimere in questa occasione la vicinanza ai genitori di questa sfortunata ragazza.
    Solo chi è genitore può comprendere quante ansie, quanti timori, ma anche quante aspettative, scandiscono attimo per attimo la crescita di un figlio, a volte abbandonandosi all’amara considerazione “quando io non ci sarò piú, tu figlio mio….”.
    Invece, a volte accade la cosa piú disumana e contronatura che un essere umano sia costretto a sopportare (parafrasando l’amaro sfogo di Niccolò Fabi) fino alla fine dei propri giorni: la perdita di un figlio.

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