Viva chi vive “a testa sutta” - Tempo Stretto

Viva chi vive “a testa sutta”

Pierluigi Siclari

Viva chi vive “a testa sutta”

domenica 31 Marzo 2019 - 08:00
Viva chi vive “a testa sutta”

A testa tutta, andato in scena ieri al Clan Off e in replica oggi alle 18 e 30, rappresenta una particolarità nella produzione dell’autrice Luana Rondinelli. Si tratta infatti del primo testo con protagonista un personaggio maschile.

Soprattutto, A testa sutta, come ogni opera di buona narrativa, solleva molte domande, su cui probabilmente lo spettatore si troverà a riflettere solo al termine dello spettacolo, perché l’intensità del testo e della recitazione di Giovanni Carta rendono impossibile non pendere dalle labbra dell’attore.

Perché qualcuno nasce diverso? Perché di fronte a questa diversità non reagiamo tutti allo stesso modo? Infine, cosa significa davvero “diverso”?

La rappresentazione parte appunto dal giovane biunnu che conta, faccia al muro, per il gioco del nascondino. O meglio, prova a contare, ma non riesce a arrivare a dieci. Già a cinque deve girarsi, perché la paura di non trovare nessuno e scoprirsi solo è troppo forte. Già basterebbe questo, la capacità di ammettere il proprio bisogno degli altri, per intuire che, se di “diversità” bisogna parlare, questa non andrebbe intesa in senso dispregiativo.

Giovanni Carta non è solo intenso, è una calamita per l’attenzione del pubblico e interpreta con forza tutti i personaggi che il biunnu – l’unico biondo con gli occhi azzurri in una famiglia di mori con gli occhi neri – mette al centro del proprio racconto: la madre, il padre, la zia, il cugino.

Quest’ultimo è il vero eroe del biunnu, cerca di “svegliarlo”, prova a insegnargli a giocare a calcio, lo porta sul motorino, gli parla di donne – anzi, di “fimmini” – e intanto lo difende dai bulli, spaccando la testa a chi tenta di spaccarla all’indifeso cugino.

A testa sutta è una storia impregnata di violenza, quella fisica – “conservo le pietre che mi tiravano” racconterà il biunnu – ma anche quella morale del rifiuto del padre, delle occhiate del branco, delle offese. Sembra proprio non esserci alcuna speranza per un “indifeso” in quella strada, in quella zona popolare, e lo stesso padre del biunnu, nel non accettare il figlio, manifesta la paura che chiunque possa tagliare la gola a un ragazzo così ingenuo.

Ma c’è anche spazio per altro. Per il perdono – “Le persone colorate vanno perdonate, sempre” dirà la madre del biunnu parlando della cognata – e soprattutto per l’epifania: la scoperta che in realtà il biunnu, col suo mettersi con la testa in giù e i piedi in aria, col suo guardare al lato positivo, col suo preoccuparsi degli altri, è sì diverso, ma perché è l’unico che ha capito tutto.

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