E’ oramai un dato di fatto che l'assistenzialismo non vada a vantaggio della popolazione meridionale
Puntuale come un orologio svizzero l’annuale “Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno” ha scatenato l’abituale piagnisteo meridionalista. Mosso da un istintivo sdegno emozionale, tale piagnisteo ogni anno sui media trova spazio al massimo per due giorni – compreso quello in cui viene presentato il Rapporto – superati i quali tutto ricade nel più assoluto oblio.
I dati evidenziati dallo Svimez non contengano nulla di cui già non si sapesse e nulla di così eclatante da giustificare lo stracciarsi delle vesti di alcuni politici “preoccupati” per il futuro delle terre da loro amministrate. L’inadeguata classe dirigente meridionale piuttosto che recriminare dovrebbe porsi alcune fondamentali domande. Innanzitutto dovrebbe chiedersi per quale ragione, secondo loro, un giovane, magari neolaureato e con tanti sogni nel cassetto, dovrebbe rimanere a fare il disoccupato nella propria città, aspettando che lor signori gli diano il contentino, e non invece cambiare città in modo da dare risposte concrete alle proprie ambizioni e ai propri desideri? E poi: perché la direttrice migratoria rimane sempre è comunque sud – nord e non viceversa?
Lagnarsi, come si è sempre fatto, di uno strapotere del Nord che soffoca il Sud o, peggio ancora, affermare che il sottosviluppo è un inevitabile destino significa offendere l’intelligenza di migliaia di cittadini e allo stesso tempo significa giustificare la propria inadeguatezza nel risolvere i problemi che interessano il quotidiano delle persone.
Il mancato sviluppo del Sud è causato dai finanziamenti a pioggia e dalla spesa pubblica improduttiva, destinata agli stipendi e non ai servizi, che hanno finito per selezionare le persone secondo un criterio meritocratico al contrario, premiando cioè chi aspira a fare il mantenuto e spingendo alla fuga chiunque abbia un minimo di spirito d’iniziativa. Il mondo è pieno di meridionali che hanno meritato il successo, mentre il Meridione è sempre in via di sviluppo.
In Italia, inoltre, si è realizzata una forte dissociazione della responsabilità impositiva da quella di spesa, per cui metà dell’amministrazione pubblica è fuori dal vincolo democratico fondamentale del “no taxation without representation”. In più, con la riforma costituzionale del 2001 sono stati eliminati dei controlli sui sistemi locali (come, a esempio, il controllo dei Co.re.co.) i quali, non essendo stati tempestivamente bilanciati dall’introduzione di quel meccanismo di responsabilizzazione costituito dal federalismo fiscale, interi settori della spesa pubblica decentrata, soprattutto al Sud, sono andati fuori controllo. Un problema che lo stesso Presidente della Repubblica ha messo in evidenza nel discorso pronunciato al Palazzo Ducale di Venezia. Parlando del “divario tra Nord e Sud”, Giorgio Napolitano ha chiarito come vi sia la necessità di «chiamare al tempo stesso le Regioni del Mezzogiorno, alla pari di tutte le altre, alla prova della responsabilità per l’uso economico e il rendimento qualitativo delle risorse pubbliche, nazionali ed europee».
E’ oramai un dato di fatto che l’assistenzialismo non vada a vantaggio della popolazione meridionale e che, al contrario, finisce per ingrassare le clientele di politici che usano i finanziamenti pubblici per scopi privati. Non ci si meravigli dunque se nel recente rapporto curato dalla Fondazione per la Sussidiarietà emerge il significativo dato secondo il quale nel Sud il 61% degli intervistati è favorevole al federalismo fiscale. Evidentemente i meridionali sono disposti a dare «prova di responsabilità». Se così è allora basta solo attendere che lo stesso inizi a fare la politica.
