Ma esiste ancora la -Merica-?

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Ma esiste ancora la -Merica-?

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mercoledì 09 Settembre 2009 - 07:39

Ma esiste ancora la “Merica”?

Filippo Di Blasi

“E nce ne costa

lacreme st’America a nuje Napulitane! .. Pè nuje ca

ce chiegnimmo ‘ o cielo ‘e Napule,

comm’è amaro stu ppane!

Bovio – Buongiovanni “ Lacreme Napulitane”

^ ^ ^ ^ ^ ^

Tutto e in contrario di tutto è stato detto in tema d’emigrazione. Pertanto, si esaminerà solo qualche aspetto, soprattutto psicologico, dell’attuale fenomeno migratorio dal Terzo mondo, confrontandolo con la nostra emigrazione.. Ma, potete scommetterci: non ci sarebbe da scrivere alcunché in merito, se in tutto il mondo ed in particolare da noi, anziché poveracci malandati, sbarcassero ricchi sceicchi arabi; allora nessuno guarderebbe più il colore della pelle, o la lingua parlata o il Dio pregato, ma tutti farebbero a gara ad accoglierli ad inchinarsi, riverirli e servirli (ma questo dei ricchi e poveri è un altro tema.).

Ma così non è. Ci sono medaglie che hanno solo il rovescio!

Le persone migranti (evitiamo di proposito il termine “ migrante”, in quanto riteniamo che non esistono i migranti come categoria tot cout) quando arrivano sulle coste libiche o tunisine, dopo giorni e giorni di duro cammino nel deserto, umiliate e depredate, ad ogni loro passaggio, di tutto quello che possedevano da gente senza scrupoli;a volte torturate e violentate da guardie corrotte, magari con la complicità dei governanti locali, sono già in condizioni molto precarie. Prima di partire via mare vengono spogliati di quel poco che eventualmente hanno occultato addosso. Il fagotto dell’emigrante alla fine è pieno solo di tanta speranza. Non ci sono libri, non ci sono vestiti, scarpe, borse, profumi. Nulla di nulla, solo la speranza di trovare la propria “Merica”, per dirla all’italiana, soprattutto nel Nord Europa, ma comunque più lontano possibile dai luoghi natii. Le carrette del mare, come le navi dei folli, partono in piena notte, stracariche d’esseri umani. Si sta stretti, si viaggia muti, senza sapere se si arriverà o si diverrà, come tanti altri prima, cibo per i pesci; con la paura che a destinazione si verrà cacciati indietro, perdendo così i 500 o 800 dollari pagati a bande di criminali per il viaggio della speranza. Una cifra enorme per chi non ha nulla, messa insieme in anni e anni di forzati risparmi. Provate, per un attimo, ad immaginare, cosa possa essere una traversata del genere, senza cibo, acqua. Pensate, per un attimo, ad una donna, che deve fare i propri bisogni in un barcone strapieno di uomini sotto gli sguardi di tutti! Sembra d’assistere alle navi negriere che veleggiavano qualche tempo fa dai mari del sud verso le Americhe, trasportanti carichi umani di schiavi in ceppi, con le stive stipate all’inverosimile. Sorge spontanea la prima domanda: ma la schiavitù è stata davvero abolita, o continua a prosperare sotto mentite spoglie? “Viaggi della speranza” li chiamano. Viaggi della disperazione li definiamo noi. Itinerari in cui non esiste quasi mai una via d’uscita, un’ancora di salvezza, un filo esistenziale, una cima cui aggrapparsi nel disperato tentativo di non soccombere. Quella cima che, a metà aprile 2009, Esat Ekos, (tanto per citarne qualcuno/a) ragazza nigeriana di 18 anni, caduta in acqua e morta con il bimbo che portava in grembo, non ha trovato. Mentre Italia e Malta disputavano sulle regole del diritto internazionale i coraggiosi uomini del mercantile turco Pinar, ubbidendo alla sola legge che vige in mare, quella di raccogliere e salvare vite umane, salvavano nel Canale di Sicilia 154 migranti dispersi su due barconi alla deriva. Il rito pretende le sue vittime. Era il 26 marzo 1967, quando il Papa Paolo VI, con l’emanazione dell’Enciclica Populorum progressio, aveva rappresentato a tutti una durissima realtà: “I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore all’appello del suo fratello”, (Lett. Enc. cit., par. 3). Il Papa, aveva squarciato il muro di silenzio e l’indifferenza dei popoli ricchi; rivelando una verità scomoda. Nel mondo, nel secolo della scienza e della tecnica, esistevano ancora Paesi, nazioni intere dove la gente moriva di fame e la cosa non era (e non è) più tollerabile. In quel momento sembrava una contraddizione in termini. Da lì a poco l’uomo sarebbe sbarcato sulla luna, mentre tanta gente moriva di fame. Geograficamente i luoghi dei popoli della fame erano ben identificati: Corno d’Africa, Sudan, Bangladesh, Niger, Nigeria, Biafra, Senegal, India, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Sono trascorsi più di quarant’anni da allora, la situazione è cambiata? No, purtroppo, si è pure aggravata! Quelle che sono cambiate sono le modalità. Mi spiego. L’emigrazione è senz’altro un fenomeno umano che accompagna da sempre la vita delle popolazioni. E’ proprio dell’uomo. Generalmente sono le condizioni del vivere, ma più spesso del sopravvivere che governano il fenomeno. Le cause più comuni del migrare moderno sanno di passato: vivere sotto regimi autoritari, lo stato di guerra permanente, i problemi economici, la carestia. Ma la causa primaria è sempre la stessa: la fame. E’ quest’ultima condizione che permette agli uomini di sopportare inimmaginabili sacrifici e cocenti umiliazioni, a volte rimettendoci anche la vita. Mentre prima l’Occidente opulento inviava a destinazione poche risorse, qualche bene di prima necessità, e con ciò si lavava la coscienza, da qualche anno con sempre più insistenza è il popolo della fame che ci viene a trovare; si muove, sbarcando continuamente nei nostri lidi. Inoltre, la lista dei popoli della fame si è di molto allungata, includendo nazioni credute in via di sviluppo; rafforzando il divario esponenziale tra mondo occidentale, terzo e quarto mondo. Ricchezza da una parte, sfruttamento e miseria nell’altra. Popoli in fuga da quei luoghi, dove la guerra è fenomeno endemico, (guerra che un autorevole capo di Stato ha definito “esportatrice naturale di democrazia e civiltà”). Nessuno oggi può dire di non sapere cosa sta accadendo da tempo sulle sponde del Mediterraneo. Essere persona migrante non è una colpa, anzi, significa vittima di situazioni ingiuste che impediscono una vita degna e felice nel luogo in cui si nasce e si hanno i propri affetti. L’emigrante è l’autore di un romanzo che verrà scritto con lacrime e sangue. Si sta male, senza casa e senza patria, specie se la partenza è definitiva, per sempre. Emigrare non è mai stato facile, soprattutto se se si parte non con l’animo di Ulisse, l’eroe della guerra di Troia, che voleva solo tornare a Itaca e ritrovare le sue certezze, familiari e politiche. L’emigrazione di cui noi parliamo è un altro viaggio, generalmente senza ritorno, che tante persone oggi intraprendono sull’esempio, potremmo dire, (cercando di non essere irriverenti), di Abramo, che pur non avendo più l’età per partire, a settantacinque anni, lascia le sue certezze, lascia tutto e si affida a una promessa, si affida a Dio, rompendo completamente con il passato. Abramo sa quello che lascia, ma non sa cosa troverà, né dove andrà. La vita delle persone migranti, ieri come oggi, è caratterizzata in tutti i ricordi e nella contemporaneità, da un nostalgico “prima della partenza, allora”, ed un dopo, “adesso”. Questo spartiacque accompagnerà per sempre la vita di tutti gli emigranti in tutte le epoche. Come Abramo gli emigranti sembrano cercare la loro terra promessa. Ma sbagliano: da noi non troveranno nessun “Eldorado”. Nella migliore delle ipotesi, pochi fortunati, avranno un lavoro da manovali, tassativamente “in nero” nei cantieri edili o al massimo badanti; altri, invece,la maggioranza, dovranno fare i conti con un bieco sfruttamento, un durissimo lavoro nei campi di pomodoro in zone controllate dalla camorra, con condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Miseria, emarginazione, carcere e tanta, ma tanta malavita che cercherà d’assoggettarli per farne a poco prezzo killer, spacciatori di droga, magnacci e, prostitute, se donne. Di fronte a queste realtà il ricco Occidente prova indignazione ed avverte paura. Paura del diverso, dell’uomo nero, del povero. Ma, oggi nemmeno l’indignazione è di moda, neppure nel credo e negli atteggiamenti di certi politici che si definiscono progressisti. Noi, invece, proviamo ira ma soprattutto rabbia in questi giorni d’omologazioni, d’appiattimento culturale, di pensiero debole, di paura delle differenze che emarginano. I nostri forse sono sentimenti inutili, di cui s’è apparentemente persa traccia nella nostra progredita società, sorda rispetto ai diritti delle persone, ma pronta a scendere in piazza per quelli, certamente importanti, della foca monaca o dell’ecologia, (quella società che s’è inventata le beauty farms per i cani e gatti monitorati dal satellite). Così, le situazioni che noi giudichiamo importanti possono non esserlo affatto per chi non ha altro che due braccia per sfamarsi. Ira e rabbia, dicevamo, ma anche vergogna, perché le persone migranti, sono persone poverissime, nullatenenti e soprattutto senza voce, ma con tanta dignità. Ed allora proviamo anche tanta pena per l’uomo stesso: grande nello studio e nella ricerca scientifica, che ci ha portati sulla luna e a breve su Marte; grande a dissertare, a stomaco pieno, di libertà, democrazia, diritti, ma di fatto spregevole ed indicibilmente inumano verso i suoi stessi simili. Vorrei lanciare alcuni spunti di riflessioni in merito a quando gli stranieri eravamo noi italiani, del Nord e del Sud, e ci recavamo all’estero per vivere e lavorare. Vi ricordate di Ellis Island, l’“isola delle lacrime” che fu la porta d’accesso agli Stati Uniti per più di mezzo secolo (dal 1892 al 1954): si calcola che cento milioni di cittadini americani possano far risalire le loro origini a migranti, tra i quali moltissimi italiani, passati da quel varco. A Ellis Island, gli italiani, già accolti con grande diffidenza, erano passati al setaccio e posti in quarantena prima di sbarcare sul suolo americano ed una volta liberi, erano assediati e sbranati dai “cari paesani”, criminali e truffatori d’ogni genere; stabilmente in agguato, che dopo averli raggirati cercavano di farne manovalanza per la mafia d’oltreoceano. Avete mai sentito parlare dei “Quota act” che le Autorità americane emanavano per sbarrare i flussi migratori, soprattutto italiani? Questo ed altro peggio trovavano gli italiani alla “Merica”. Ma, in Europa, per noi italiani, le cose non andavano meglio. Vi ricordate della strage di Marcinelle in Belgio? Era l’8 agosto 1956, quando un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier, causò la morte di 262 persone di dodici nazionalità diverse. Tra le vittime 136 erano italiani. I minatori morirono bloccati all’interno della miniera, soffocati dalle esalazioni di gas. Dopo il tragico evento il Governo belga approvò una regolamentazione in materia di sicurezza sul lavoro, introducendo nelle proprie miniere l’utilizzazione delle maschere antigas (ahimè troppo tardi!). Ed in Patria, da noi, le cose erano forse diverse? Vi ricordate degli italiani che si spostavano di qualche centinaio di chilometri all’interno della stessa Italia, ed erano gli “stranieri”, i “foresti” per i residenti locali? Vi ricordate il “non si affitta ai meridionali”di qualche anno fa, posto in bella vista nei portoni di tanti palazzi del “civilizzato nord”? Uomini che arrivavano al nord, non con le carrette del mare, ma con i treni della speranza, il treno dell’Etna, il Treno del Sole, (che esiste tutt’oggi); che giungevano a destinazione dopo decine di ore di viaggio dal Sud a Milano, a Torino, Genova. Carichi di persone che abbandonavano il profondo e poverissimo Sud, (condizione che l’unità d’Italia voluta dai Savoia non aveva per niente migliorato), in cerca di una vita migliore nelle fabbriche del Nord, ma che spesso non facevano altro che arricchire gente senza scrupoli. Italiani che sfruttavano altri italiani, anzi, come erano (e sono n.d.a.) spregiativamente indicati “terun”, italiani cioè delle regioni geograficamente più in giù dell’Arno, cui erano riservati i mestieri più umilianti. Era considerata manodopera a buon prezzo, rozza ed ignorante, che anziché recarsi alla Merica, in Argentina, Australia, si recava al Nord, pensando d’essere in Patria; quella stessa Patria che qualche anno prima li aveva portati dalla Sicilia o dalla Calabria, a combattere “per l’Italia intera (ricordiamolo) sul Carso e sul Piave. Arrivavano tra le nebbie padane, con le valigie di cartone per inseguire un sogno. Pagavano affitti esorbitanti e quel poco che rimaneva era destinato alle famiglie rimaste nel paese d’origine, con la speranza di riunirsi presto. La prima generazione degli italiani del Sud parlava esclusivamente il dialetto delle terre d’origine. La seconda imparava l’italiano, e la terza scordava il dialetto dei nonni. Tuttavia, i disprezzati “contadini del Sud” hanno costruito città, palazzi, strade, ferrovie, fabbriche e contribuito al boom economico dell’Italia intera. Come gli italiani in America hanno costruito una grande nazione.

Il passato, maestro prezioso, può essere, a volte, anche il più pericoloso!

Questa è stata l’Italia, madre e matrigna con i suoi stessi figli, che non si è sottratta a quanto avveniva all’estero ai nostri connazionali, e non si sottrae nemmeno oggi, (anzi). A conferma che emigrare ti fa sentire straniero in casa d’altri, oggi come ieri. Tutto ciò succedeva fino ad ieri? No, naturalmente succede ancora oggi! Quella che è cambiata è la “qualità” dell’emigrazione Sud-Nord. Ieri contadini e braccianti che andavano a lavorare nelle fabbriche del Nord, integrandosi con gli sfruttati operai del nord; oggi ragazzi laureati che non trovano e non troveranno mai lavoro al Sud. Tanti, forse, hanno dimenticato questi nostri tratti in comune con l’odierna emigrazione straniera. Ed allora perché dovremmo spaventarci delle persone migranti che oggi vengono a lavorare da noi? Chi ha vissuto l’emigrazione, chi ha assaggiato quel pane amaro, e sa cosa significa lasciare tutto e partire in cerca di una vita migliore, non può nutrire sentimenti di diffidenza al limite del razzismo verso chi oggi ripercorre le sue orme. Tutto questo è stato, ma senza l’emigrazione forzata per l’estero e dal Sud al Nord Italia, il mondo sarebbe stato lo stesso? L’emigrazione porta delinquenza? Questa domanda meriterebbe ben altro spazio, ma, ovviamente, non si può non essere d’accordo con chi propone di espellere o rendere inoffensivi i delinquenti che sbarcano da noi. Ma, anche questo è un film già visto. Vi ricordate il modo odioso, con cui i nostri connazionali all’estero, (ma lo fanno anche in Italia), erano taglieggiati dagli stessi italiani, vi ricordate la Mano nera, antesignana della moderna Mafia a Little Italy?

Esistono degli emigrati felici? Io non ne ho mai conosciuto; ho visto, invece, molte persone felici di emigrare, nella speranza di trovare un lavoro, di far fortuna, di trovare altrove l’Eldorado, la “Merica”. Un dato certo è che non c’è alcuna frontiera, né naturale, né artificiale, che può bloccare l’emigrazione spinta dalla fame, e se non verranno create situazioni d’integrazione si creerà solo altra emarginazione. Ed allora perché non troviamo, oggi, per le persone che vengono da noi, un’altra soluzione per lavorare, che non sia solo quella dei CIE, CSPA, CPT e quant’altro? Scegliete voi la spiegazione preferita. Le persone emigrate erano, sono e saranno, sempre degli esclusi, rifiutati o al massimo “accettati”, spesso divisi anche tra di loro. Le persone emigrate sono essenzialmente sole! Un vecchio detto dice che “l’essenziale è invisibile agli occhi; non si vede che con il cuore” e con il cuore si vede subito la marginalità, figlia della privazione, qualcosa di più di un semplice stato di fatto. Ma la marginalità può dar vita, a volte, anche a spazi di resistenza soprattutto nei modi d’essere e di vivere. Può creare uno stato psicologico capace di offrire una prospettiva nuova da cui guardare ed immaginare alternative e altri mondi. Il dato originario da cui i popoli dell’opulenza devono partire per comprendere e cercare di risolvere il fenomeno della migrazione moderna, non si deve basare sul calcolo della ragione, che da sola determina il vuoto terrificante della cultura del business, lo spirito calcolatore ed affaristico, secondo cui “fin che posso sfruttare le persone che mi arricchiscono mi viene bene, quando reclamano diritti, case e quant’altro me ne sbarazzo”. E’, invece, il sentimento, la capacità di simpatia ed empatia, la dedizione, la premura, la comunione con il diverso, con chi parla un’altra lingua, con chi ha un altro colore di pelle, o prega un altro Dio, che possono farci uscire dal vicolo cieco e dalla deriva razzista verso cui il mondo si sta dirigendo a folle velocità. Perché, ricordiamoci, la paura del diverso genera insicurezza che scatena oscure ed antiche paure; la paura rende vili, deboli e bisognosi di farsi proteggere, ma scatena anche guerre, tra cui la più crudele ed inumana è la guerra tra poveri. Oggi il mondo sta dando precisi segnali di come si integrano i popoli, le culture. L’esempio viene, ancora una volta, da quel grande Paese che è l’America (con la A), che ha avuto il coraggio di eleggere Presidente Barack Obama. Un Presidente giovane, nero, un simbolo di speranza che impersona il sogno americano. Un uomo dalle chiare discendenze migratorie. Allora, forse, dobbiamo ripassarci la storia dell’emigrazione, che è sempre una storia di persone, uomini, donne, bambini, di sentimenti, di privazioni e di sacrifici: una storia di pane amaro, e di lacrime, (non solo napulitane), lo stesso pane amaro che hanno mangiato i nostri connazionali dentro e fuori Italia e lo stesso pane amaro che serviamo agli emigranti che vengono da noi. Non dobbiamo scordarlo. E’ questo il senso profondo della citata Enciclica papale, insegnamento che dev’essere per noi tutti, avvertimento e monito perchè di questo saremo chiamati a risponderne in futuro. Ed allora alla domanda “se esiste ancora la Merica” possiamo rispondere con certezza che forse per tanti popoli, per noi italiani oggi, quinta o sesta potenza mondiale, la Merica non esiste più per come l’hanno conosciuta i nostri padri, ma per il popolo della fame e finchè persisterà la fame, esisterà sempre. Il 21 luglio 1969 il primo passo sulla luna di Neil Armstrong fu salutato come un piccolo passo dell’uomo, ma un grande passo per l’umanità.

In tema di diritti delle persone migranti, quel grande passo l’umanità deve ancora compierlo e chissà se lo compirà ma!

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