Sono una studentessa della facoltà di Giurisprudenza di Messina. Sono profondamente risentita per ciò che ho potuto ascoltare, in data 23 Novembre 2008, nella prima parte dell’Arena di Domenica In, condotta dal Signor Massimo Giletti. Senza entrare nel merito di una vicenda che trovo semplicemente tanto vergognosa quanto opportunisticamente cara ai mass media, è mia premura rispondere alle offensive affermazioni del signor Giletti rivolte proprio a noi studenti dell’ateneo messinese, quando dice : “se gli studenti messinesi non scendono in piazza a protestare contro questa vergogna, è meglio che non ci vadano proprio all’università-.
Stiamo assistendo sconcertati e spauriti allo sfacelo delle nostre facoltà, in particolare mi riferisco alla mia facoltà di Giurisprudenza; la sensazione è che questo castello di carte stia venendo giù tutto d’un fiato, trascinando ciecamente anche la sua parte sana. Se credete che ci piaccia restare dietro il vetro di una finestra ad aspettare che la tempesta finisca, vi sbagliate clamorosamente. Se credete di poter annoverare anche noi tra gli schiavi dell’omertà, per ingrassare questo imbarazzante calderone, bè, siete voi schiavi di una superficiale banalità. Signor Giletti, lei vuol sapere dove ci siamo nascosti noi studenti di Messina? Bene. Noi siamo nelle nostre case, nelle nostre stanze, sulle nostre scrivanie usurate dalla fatica; stiamo cercando di diventare migliori di quel che siamo, attraverso lo studio; stiamo lavorando con impegno, paura, angoscia, determinazione, per poter essere in futuro uomini e donne di legge, uomini e donne al servizio della legge. E non creda che sia facile affrontare tutto questo in un contesto così spiacevole come quello che da qualche settimana si è imposto prepotentemente sulla scena italiana. L’università è la nostra casa, è la nostra giornata di fatica, è quella sensazione mista fra timore e soggezione al cospetto dei nostri maestri di diritto, ed è davvero devastante vederla nuda e indifesa sotto i colpi severi della tv e dei giornali. La terra trema sotto i nostri piedi, e tremano questi anni trascorsi tra batoste e vittorie, delusioni e gratificazioni, sacrifici più o meno stimolati dall’obiettivo finale. Io credo che nessuno possa e debba permettersi, in questo momento di grande difficoltà dell’ateneo messinese, nella fattispecie dei suoi organi più alti, di strumentalizzare noi studenti: per chi ci vuol vedere, noi ci siamo. Non siamo nascosti, non siamo incappucciati, siamo alla luce del sole, attenti e vigili su ciò che sta accadendo. Ma, mi spiace per i mass media, non facciamo spettacolo, non siamo in piazza con striscioni e tamburi. Cosa dovremmo urlare, poi? I nomi dei nostri professori e dei loro parenti? Accuse, capi di imputazione, sospetti? E con quali prove? Con quali documenti? Siamo forse noi studenti in possesso degli atti dei concorsi? Oppure conduciamo noi l’istruttoria dei procedimenti di indagine in corso? Mi dispiace, ma la sua provocazione, signor Giletti, è del tutto vacua. Quando si protesta, bisogna che ci sia un fondamento concreto, bisogna che ci siano fatti provati e conosciuti pienamente, perché altrimenti è solo una parola nel vento, cioè il nulla. E poiché non stiamo parlando di una protesta studentesca contro una riforma legislativa, ma di reati gravi, non credo sia un atteggiamento maturo e utile scendere in piazza a fare i pagliacci.
La legge ci sta insegnando a ragionare, a ponderare, ad agire quando se ne è legittimati, a capire che si può ottenere una sentenza di condanna solo quando si è provata la colpevolezza del convenuto. Non abbiamo bisogno di tirar fuori l’impulsività studentesca per gridare all’Italia quanto crediamo nell’idea di giustizia, perchè questo è abbastanza ovvio, vista la scelta universitaria che abbiamo fatto. Ma certo, è ovvio solo per chi apre gli occhi alla realtà, non per chi va alla ricerca di fomentazioni mediatiche d’impatto.
Noi all’università ci andiamo, signor Giletti, e ci andiamo a testa alta e viso scoperto; e faremo cader giù la facoltà di fronte a una provata violenza sull’unico punto di forza che abbiamo: la nostra idea di giustizia. Perché la Sicilia non è solo uno spettacolo di omertà.
Nancy Cardile
