Il sit-in sul lungomare Belfiore organizzato da Lelio Bonaccorso e Adolfo Leporino
servizio di Silvia De Domenico
MESSINA – Un sit-in per l’Antonello da Messina rubato. Promossa dall’artista Lelio Bonaccorso e dal cittadino Aldolfo Leporino, davanti alla Chiesa del Ringo, sul lungomare Belfiore, l’iniziativa è stata organizzata in segno di protesta per l’oltraggio subito dall’intera città con il furto di 4 pezzi di due opere di Antonello al Museo regionale di Messina.
“Una perdita non solo per i messinesi ma per tutta l’umanità”
“Siamo qui per manifestare il nostro dolore e la nostra rabbia per questa perdita. E non vale solo per me, per noi messinesi ci tocca molto da vicino ma anche per tutta l’umanità che ha perso un’opera del genere. Ma siamo qui anche per chiedere una reale e non fittizia valorizzazione, tutela e sicurezza del nostro patrimonio che non è solo l’Antonello da Messina”, spiega Lelio Bonaccorso.
“Non si può affermare lo stesso giorno del furto che gli allarmi funzionano”
Al suo fianco Adolfo Leporino aggiunge: “Nessuna istituzione si può sottrarre alle proprie responsabilità, non si può affermare lo stesso giorno del furto che gli allarmi funzionano, perché se gli allarmi avessero funzionato il furto non sarebbe avvenuto e non se ne sarebbero accorti dei passanti. Quindi questa è una manipolazione della realtà”.
“Danno economico enorme, colpita la nostra identità”
A raccontare le motivazioni della protesta, oltre agli organizzatori, anche Tina Palmisano e Alberto Randazzo. La cittadina si presenta al sit-in con un cartello con su scritto “Verità”. “Verità innanzitutto perché si arrivi ad individuare i colpevoli, i criminali e recuperare le opere per la città di Messina. Ma non solo”, ha detto Palmisano. “Non si poteva rimanere in silenzio perché quello che è successo è senz’altro un danno economico enorme ma soprattutto è stata colpita la nostra identità. Messina è ferita, i messinesi sono feriti, i beni culturali si una città sono un patrimonio importantissimo per l’identità di un popolo. E allora siamo qui per fare comunità, sentirci uniti e non possiamo rimanere insensibili”, aggiunge il professore universitario Randazzo.







