RadicaHub e i (tanti) lavoratori da remoto che girano la Sicilia: dalla nascita alla tappa a Messina

RadicaHub e i (tanti) lavoratori da remoto che girano la Sicilia: dalla nascita alla tappa a Messina

Giuseppe Fontana

RadicaHub e i (tanti) lavoratori da remoto che girano la Sicilia: dalla nascita alla tappa a Messina

domenica 05 Aprile 2026 - 07:46

Il racconto di uno dei fondatori, Salvatore Rotolo, dopo il weekend passato in città: "Ecco come è nato il progetto e quali sono gli obiettivi".

CAMPOBELLO DI LICATA (AG) – Campobello di Licata è un Comune di quasi 9mila abitanti in provincia di Agrigento. Lì, nel cuore di una Sicilia reale, in questa piccola città d’arte fondata nel XVII secolo è nato un progetto che ora sta girando l’Isola. Il suo nome è RadicaHub. Oggi formalmente associazione, la community riunisce i giovani lavoratori da remoto che sono “tornati a casa”, sfruttando lo smart working. E questa piccola rete partita dall’Agrigentino è diventata (e sta diventando) sempre più grande. Tanto che i ragazzi di Radica hanno girato in tre anni tutta la Sicilia. Arrivando a Messina proprio lo scorso weekend.

RadicaHub: i fondatori

Sei i giovani da cui è partita l’idea, i fondatori del progetto. Si tratta di Salvatore Rotolo, consulente di comunicazione, Alessia D’Angelo, copywriter, Raimondo Carletto, direttore operations, Michelangelo Catanese, full stack developer, Giuseppe Ciuni, project manager, e Bernardo Perez, ingegnere meccanico. A loro si sono poi aggiunti altri tre co-founder al momento della nascita dell’associazione: Manuela Buscemi, SAP analyst, Paolo Montana, software engineer, e Anita Torino, digital advertiser. Di fatto è questo il cuore di RadicaHub.

Rotolo: “Il progetto è nato quasi per caso”

A raccontare a Tempostretto la nascita del progetto e il percorso intrapreso in questi anni è stato Salvatore Rotolo. Che ha spiegato: “Radica è nato quasi per caso. Ci siamo ritrovati in sei, tutti di Campobello di Licata, in provincia di Agrigento. Ci eravamo già incrociati in diverse riunioni di altri progetti. Tutti con età diverse, lavori diversi e storie diverse. Ma, per un motivo o per un altro, ognuno di noi era finito a lavorare da remoto a Campobello di Licata. Qui non c’è uno spazio di coworking, quindi lavoravamo tutti da casa. Così ci siamo visti per un aperitivo perché tutti noi avevamo una necessità, lavorando in smart working, e cioè quella di incontrare qualcuno dal vivo. Sentivamo quest’isolamento sociale. È stato bello condividere il tempo e lo stile di vita, perché tutti noi venivamo da esperienze di lavoro comunque simili”.

Da 6 a 25 persone al primo AperiRadica

“Ci siamo chiesti se ci fossero altri lavoratori come noi – ha proseguito Rotolo -. Ci siamo detti: vediamo se c’è qualcun altro. Abbiamo aperto una pagina Instagram e abbiamo pubblicizzato un primo aperitivo, aperto a tutti. L’obiettivo era passare dai sei che eravamo anche soltanto a sette. Una sola persona in più sarebbe stata un risultato. Alla fine hanno partecipato altre 25 persone, tutte interessate. È stato un ottimo inizio che ci ha fatto capire che ci fosse margine di lavoro. Da lì abbiamo dato inizio a una serie di incontri, uno dopo l’altro, che si sono evoluti da semplici aperitivi, che chiamavamo AperiRadica, riprendendo il nome di RadicaHub”.

Con Work Around in giro per la Sicilia

E cosa significa il nome? “La scelta è nata per mettere insieme il concetto di radici, visto che siamo tutti giovani che hanno scelto di vivere nei nostri paesi e non abbandonare queste radici, e quello di hub. Volevamo aiutare tutti con un centro di connessioni in grado di riunire tutti quelli come noi sul territorio. Ma anche di connettere tutte queste persone al territorio stesso. Da RadicaHub sono nati gli AperiRadica. Poi siamo passati a incontri anche negli orari di lavoro. Visto, però, che a Campobello di Licata e nei paesi limitrofi non ci sono spazi di coworking, abbiamo deciso di metterci in macchina e organizzare un weekend in giro in Sicilia. In altri spazi simili avremmo potuto conoscere altri siciliani come noi, lavoratori da remoto in altre città. Così è nato Work Around, progetto che finora ci ha portato a visitare gran parte dell’Isola”.

La nascita di Workation

Un giro che li ha portati lo scorso weekend anche a Messina: “È stato il nostro 44esimo evento in tre anni di attività. Messina è stata la 16esima città che abbiamo visitato con questo progetto. Siamo venuti lì grazie a Sandro (cioè Alessandro Saitta, giovane messinese attivo in diverse community e già citato come parte integrante del team Youniks). Lo abbiamo conosciuto grazie a un altro progetto. Lo zoccolo duro di Radica è a Campobello di Licata e nei paesi limitrofi. Ogni anno organizziamo ‘Workation’. È una sorta di vacanza-lavoro. Invitiamo altri lavoratori da remoto di altre parti d’Italia a vivere con noi per una settimana, in una villa qui vicino. Lavoriamo e viviamo insieme. Poi, fuori dall’orario di lavoro, organizziamo escursioni, giriamo le nostre zone, li portiamo a conoscere il circondario, luoghi e persone”.

Rotolo: “Workation aperto a chi non è siciliano, anche stranieri”

Workation nel 2026 si terrà dal 14 al 21 giugno. Rotolo ha proseguito: “Si crea un gruppo di una ventina di persone in totale, tra noi e chi viene da fuori. Quest’anno stiamo cercando di aprirci anche a lavoratori internazionali. Ma già accogliere chi non è mai stato in Sicilia, dalla Toscana o dall’Emilia Romagna, e far vivere l’Isola non turistica, ma paesini sperduti nel centro della Regione, per noi è stato bello. Entrano in contatto con la Sicilia vera, magari meno sponsorizzata rispetto a quella turistica o delle grandi città come possono essere Palermo, Messina e Catania. Sandro è stato la nostra prima ‘cavia’. Pur essendo siciliano e di Messina, ci ha contattati perché non era mai stato nell’Agrigentino e ci teneva a fare networking con altri lavoratori da remoto. Da due anni ci chiedeva di venire a Messina”.

RadicaHub a Messina

E cos’hanno trovato in città? “Un sacco di altra gente interessante e con lavori interessanti. Siamo stati allo spazio coworking di Innesta. È stato bello conoscere tanti ragazzi messinesi che sono tornati o che in quei giorni erano in smart a casa. La sera siamo stati al Caffè letterario Volta Pagina per un nostro classico AperiRadica. Abbiamo accolto tanti altri lavoratori che ci hanno raccontato le loro attività. Siamo entrati in contatto con associazioni come Anymore e altre realtà con cui speriamo di poter collaborare in futuro. Da queste connessioni possono nascere tantissimi progetti e ne siamo felici”.

Tre anni di attività e un successo “sorprendente”

RadicaHub, quindi, è un progetto dai mille risvolti. Non solo ha riunito diversi giovani dell’Agrigentino, accumunati dal ritorno a casa e dal lavoro in smart. Ma ha anche portato alla creazione di legami tra gli stessi ragazzi e altri siciliani, oltre che con il territorio. A vantaggio anche della stessa Sicilia, luogo in cui vengono “portati” altri lavoratori anche da fuori, in chiave turistica e di promozione culturale. Un successo, nonostante i “soli” tre anni di attività. Rotolo e gli altri fondatori ne sono orgogliosi, e anche un po’ sorpresi: “Continua a essere una sorpresa quotidiana. Il progetto è nato quasi per esigenze egoistiche, da quella necessità di incontrarci tra di noi. All’inizio non avevamo avvertito questa ‘sete’ intorno a noi. Ci sono anche tanti lavoratori della stessa fascia d’età, non da remoto, che cercano occasioni di socialità. Si è creata una bella rete di persone sul territorio”.

Il lavoro nelle scuole

“La sorpresa più grande è stata – ha proseguito Rotolo – la chiamata delle scuole. Ci è stato chiesto di far conoscere questa realtà anche ai ragazzi, che magari in età scolastica non sono ancora consapevoli delle opportunità che il mercato del lavoro può dare anche sul territorio. Siamo partiti con l’orientamento negli istituti scolastici e abbiamo visto come i giovani siciliani non conoscono ancora bene la realtà del lavoro digitale. Mancano le aziende che assumono sul territorio, sì. Ma possono esserci alternative a livello globale che spesso permettono di lavorare a distanza”.

La domanda: partire o restare? “La battaglia è lunga”

Da qui, però, si arriva anche alla classica domanda che si fanno tantissimi giovani di ogni fascia d’età, in età scolastica e non solo: partire o restare? Rotolo ha raccontato cosa ha intercettato Radica nel suo percorso: “C’è maggiore consapevolezza rispetto alla necessità del territorio di far restare i suoi giovani. Ma c’è anche una consapevolezza diversa da parte dei ragazzi sull’andare via. Viene vista più come un’opportunità di fare esperienze e acquisire competenze per poi tornare e metterle al servizio del territorio. Spesso capita di sentire questi studenti che ci dicono di voler andare e ritornare. C’è un legame più forte con la propria terra, ma c’è anche una gran parte di loro che ha poche speranze sul futuro della Sicilia. La battaglia da combattere su questo aspetto è ancora lunga”.

Una maggiore voglia di socialità

E poi ci sono le esigenze dei Millennials. C’è una fascia di donne e uomini tra i 25 e i 40 anni che “soprattutto durante il Covid ha preso la palla al balzo, quando è stato possibile, per tornare in Sicilia. Ma la vita da remoto ha fatto scattare in tanti di noi la necessità di trovare nuove opportunità di socialità per combattere l’isolamento. Da una parte c’è la grande opportunità dello smart working, dall’altra la ricerca di una socialità sempre più offline. Cerchiamo di colmare questa lacuna attivando ogni possibile strumento”.

L’obiettivo dell’associazione

In tal senso, dove vuole arrivare RadicaHub? “Sicuramente vogliamo divulgare il più possibile le opportunità che il lavoro da remoto può dare, anche ai piccoli paesi. Le difficoltà principali restano due: la mancanza di persone e la mancanza di capitali. Con lo smart working aiuteremmo a far tornare i giovani a ripopolare questi luoghi e prenderemmo questi capitali da fuori dalla Sicilia per spenderli sul territorio. Sono due iniezioni di persone e risorse importantissime. In più, se facciamo conoscere questo mondo anche ai più giovani, potremmo tentare di arginare il loro esodo di massa. L’ideale sarebbe avere sempre più spazi di coworking, anche nelle città più piccole, per garantire postazioni di lavoro a basso costo o addirittura pubbliche. Spesso suggeriamo alle istituzioni di spingere per una legge regionale che li aiuti a sostenere queste spese”.

Il messaggio ai giovani

Infine, un messaggio: “Ai ragazzi dico di non fermarsi alla ricerca di un’opportunità soltanto guardando alla facilità di trovare un lavoro, all’assumibilità o allo stipendio. Dico spesso di non rinunciare alle proprie passioni. Grazie al web possono riuscire a trovare una carriera che permetta loro di avere entrate dignitose attraverso un lavoro che piace loro. Bisogna informarsi di più e consiglio loro di non fermarsi perché il rischio è di fare per anni qualcosa che odiano. Io avrei voluto che qualcuno me l’avesse detto a 18 anni quando mi si diceva che avrei dovuto lasciare per forza la Sicilia. Io mi sento un privilegiato perché in questo percorso ho poi trovato qualcosa che mi piace fare. Ho tanti amici che cambierebbero immediatamente e tornerebbero già domani”.

Un commento

  1. È dal primo anno della sindacatura di De Luca che mi permetto nella mia ignoranza e presunzione di suggerire attraverso i miei commenti al comune ed anche a questa testata, ma in primis al comune, di farsi promotore di questo tipo di iniziative.
    Il comune avrebbe potuto richiamare in città decine di lavoratori di qualità ed esperienza nell’immediato e centinaia nel tempo offrendo semplicissimi incentivi con spazi comuni rete gratis e forse piccole esenzioni e facendosi punto di contatto per loro.
    Invece si preferisce sempre puntare su iniziative d’effetto con fiere e meeting sterili.
    Caro sindaco (ex) hai capito come si incubano le idee? Non serve un hub (ben venga sia chiaro) serve portare a casa persone qualificate e non mantenere eserciti di elettori con il precariato o peggio con lavori “sicuri”.

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