Oggi medico e titolare di un assegno di ricerca, racconta il suo arrivo rocambolesco e la sua esperienza in una "città dal cuore grande", tra luci e ombre
MESSINA – Quando nel 2018 Abdul Raouf Mastan tentò l’accesso al corso di Medicina in lingua inglese a Pavia, il sogno sembrava essersi infranto sul filo di lana. «Ero a terra, in una fase quasi di depressione», racconta. Poi l’intuizione: sul portale dell’università di Messina era appena uscito un bando di ripescaggio per trenta posti rimasti vacanti. Il 26 novembre 2018 comincia così la vita messinese di Raouf, oggi medico neolaureato e titolare di un assegno di ricerca in Diabetology and AI presso l’Ateneo peloritano. La sua è una storia di adattamento, leadership studentesca e amore verso una terra che ha imparato a chiamare casa.
Con la sua storia inauguriamo la rubrica Mondi sullo Stretto.
Un arrivo rocambolesco: «Io, due fratelli egiziani e una notte alla stazione»
Atterrato per la prima volta in Europa dall’India del Sud, Raouf non sapeva cosa aspettarsi. «A Catania incontrai due fratelli egiziani, anche loro matricole. Sono diventati i miei migliori amici: oggi uno è cardiochirurgo a Genova e l’altro chirurgo generale a Padova».
L’impatto con le caratteristiche della città, però, fu una sorpresa: «Uno di loro aveva prenotato un alloggio a Mili Marina. Non avevamo idea della conformazione della città e di quanto Messina fosse stretta e lunga! Quando siamo arrivati, la sistemazione si rivelò inadeguata, così abbiamo preso un taxi e siamo tornati alla stazione centrale, trascorrendo lì i primi tre giorni in hotel in cerca disperata di un appartamento. Poi, un professore incontrato casualmente per strada ci diede una mano decisiva a trovare casa a Gazzi, vicino al Policlinico».
Dalle lezioni a Gazzi alla vita in centro: «L’italiano l’ho imparato dai fruttivendoli»
Nei primi mesi a Gazzi le giornate erano scandite solo da casa-studio e studio-casa. Ma quando si è trasferito in centro, il cerchio si è allargato. «Nel nostro corso eravamo circa sessanta, provenienti da ogni angolo del mondo. C’erano brasiliani, israeliani, palestinesi: ragazzi i cui Paesi d’origine erano spesso in conflitto tra loro, ma tra noi regnava un cuore solo, eravamo uniti nello studio e nella squadra di calcio».
L’integrazione culturale è passata soprattutto attraverso il contatto umano quotidiano: «Vengo dal Sud dell’India, una terra calorosa, e qui ho ritrovato la stessa empatia. L’italiano non l’ho appreso nei corsi dell’Ateneo, ma parlando con i fruttivendoli, con i colleghi calabresi che mi portavano a casa loro nei fine settimana. La chiave è stata non chiudersi mai tra le quattro mura».
Il ruolo da rappresentante: da 30 a 4.500 studenti internazionali
Al terzo anno di università, Rauf ha deciso di candidarsi come rappresentante degli studenti. «Quando sono arrivato eravamo una trentina di internazionali in tutta l’università; oggi siamo circa 4.500. Gli uffici fanno un lavoro impeccabile, ma non possono avere la percezione diretta di chi vive quel passaggio dall’estero. Con il progetto Ambassador abbiamo voluto creare un ponte: ascolto, orientamento e consigli pratici tra pari. Se gli studenti raccontano un’esperienza positiva, Messina diventa sui social la migliore destinazione possibile per studiare in Italia».
L’impegno non si è fermato alle aule universitarie: a marzo 2025 Rauf ha partecipato a una missione ufficiale di promozione e reclutamento per UniMe proprio in India, insieme al personale e ai docenti dell’Ateneo.
Luci e ombre: sicurezza notturna, barriere linguistiche e opportunità economiche
Nel bilancio di questi anni non mancano i punti critici su cui riflettere. Il primo riguarda la vivibilità e la sicurezza notturna: «Molte colleghe hanno timore la sera a rientrare a piedi verso casa o dall’Orto Botanico dopo lo studio in biblioteca. Se non si padroneggia la lingua, gridare o chiedere aiuto diventa doppiamente difficile: è un tema su cui occorre lavorare».
Un secondo aspetto riguarda la comunicazione in lingua inglese degli eventi cittadini: «Ci sono ottime iniziative, ma spesso le locandine sono solo in italiano. Al cinema Apollo, dopo il Covid, grazie al dialogo con la gestione abbiamo ottenuto proiezioni settimanali in lingua originale il venerdì. Bisogna creare canali di ascolto tra Comune, operatori ed esercenti».
Infine, un suggerimento per il tessuto economico locale: «Oggi a Messina ci sono circa mille studenti provenienti da Paesi arabi o da altre realtà internazionali, ma l’offerta gastronomica etnica è ancora limitata. Valorizzare ristoranti a tema o serate dedicate alle culture del mondo sarebbe una grandissima opportunità di mercato per gli imprenditori locali».
Il legame con la famiglia e il sogno dell’Etna
L’unico vero rammarico per Abdul Raouf Mastan rimane la lontananza dai genitori: «Per via delle rigidità diplomatiche sui visti turistici, non hanno potuto partecipare né alla mia laurea né a quella di mio fratello. Ora sto avviando le pratiche per il ricongiungimento. Mia madre mi parlava dell’Etna sin da quando ero bambino in India; il giorno in cui sono atterrato a Catania e l’ho visto svettare, l’ho chiamata subito. Il mio sogno più grande adesso è portarla fin sopra il cratere».
Prima di congedarsi, Raouf lascia un messaggio limpido a chiunque scelga Messina per il proprio percorso di vita: «Ai nuovi arrivati dico sempre: non limitatevi a chiedere o a lamentarvi, date valore alla città. Se vedete un problema, diventate parte della soluzione. Messina ha un cuore grande, ma per sentirsi veramente a casa bisogna meritarsela e mettersi in gioco».

