SECONDA PARTE – Media, new media e poliziotto di rete. Tutela delle vittime e diffusione di foto e generalità. Dialogo e contrapposizioni tra forze dell’ordine e società civile: la linea del presente e del futuro
Non solo repressione, ma anche “prevenzione”. E’ una delle missioni da raggiungere per questure, polizia e forze dell’ordine in genere. Intervenire in caso di reati commessi ma fare in modo che a monte, nella formazione del cittadino, prevalga la cultura della legalità e dell’educazione. Eppure ci sono tante “minacce” che indeboliscono il tessuto sano della società. Fonti di attrazione deviate, come quelle di nuova generazione, che attaccano la stabilità emotiva soprattutto dei più giovani. Fattori ed elementi che portano a delinquere o più “semplicemente” ad avere atteggiamenti irrispettosi nei confronti del prossimo, della collettività, della propria città. Ne abbiamo parlato con il questore di Messina, Carmelo Gugliotta, con il quale, dopo aver discusso della criminalità sul nostro territorio (vedi prima parte dell’intervista in basso), abbiamo provato a fare il punto sul ruolo di comunicazione e dialogo tra legalità, forze dell’ordine e cittadino.
Fiction tv: da una parte le forze dell’ordine (Squadra Antimafia, Distretto di Polizia, La squadra, Carabinieri, Ris, etc) dall’altra i criminali (Il capo dei capi, l’ultimo capo, Romanzo criminale). Quanto è forte lo spirito di emulazione nelle due diverse direzioni?
«Ovviamente è molto più pericoloso dare spazio a soggetti che si sono distinti per gravi fatti criminosi, non si può non pensare a ciò che tali rappresentazioni sono in grado di generare, soprattutto lì dove la figura di un boss viene proiettata come fosse un mito in cui identificarsi. In tal senso, mi viene in mente quanto accaduto diversi anni fa con il lancio dei sassi dai cavalcavia. Il grande risalto dato sulla stampa e nelle tv a tali incredibili episodi, ha originato uno squilibrato senso di imitazione che ha portato conseguentemente al moltiplicarsi di avvenimenti analoghi. E così anche per i sassi sui binari».
Non solo tv, ma anche internet e new media. Che tipo di attenzione dedicate a questo fronte?
«Una sezione specifica si occupa di monitorare siti, social network, blog e giornali online dal quale possono emergere degli spunti investigativi. Ci interessa molto anche cercare di capire quali sono le esigenze del territorio, comprendere da dove arrivano le richieste di aiuto e di intervento. Non sempre infatti il cittadino telefona per segnalare degli episodi o delle criticità. Un portale come il vostro ci da una grossa mano perché offre spazio al confronto con la gente, attraverso i commenti, ed essendo molto seguito permette a noi di venire a conoscenza di alcun realtà e capire i bisogni della collettività, o rilevare eventuali allarmi per l’ordine pubblico. Possiamo dire che oggi, come c’è il poliziotto di quartiere, esiste anche il poliziotto della rete che controlla giornalmente cosa succede sul web. Ma come lo facciamo noi alla questura, è un servizio che viene svolto anche presso altri corpi ed organismi». (Per un esempio, vedi articolo correlato in basso)
A proposito dei nostri lettori, spesso e volentieri vengono mosse critiche alla testata per la diversità di trattamento, per singoli e distinti reati, in merito alla pubblicazione delle foto e la diffusione delle generalità di indagati o arrestati. Possiamo dire che quando queste informazioni non vengono rese note avviene per una decisione presa dalle forze dell’ordine per motivi ben precisi?
«Alcune informazioni non vengono comunicate agli organi di stampa o perché la loro diffusione potrebbe inficiare il buon esito di un’indagine in atto e non ancora conclusa, oppure per tutelare la vittima del crimine, sulla quale potrebbero esserci ulteriori ricadute sociali. In linea generale si predilige divulgare solo le iniziali degli arrestati. Per alcuni reati è invece preferibile diffondere la foto, ad esempio per chi commette una rapina, perché può darsi che ne abbia commesse diverse e mostrare il volto potrebbe consentire ad altre vittime di identificare il malvivente e denunciarlo. Comunque anche il giornalista può limitare il flusso di informazioni. Ma solitamente, quando ciò avviene, è legato ad una linea editoriale generale basata sulla riservatezza».
Perché oggi lo “sbirro” viene visto come nemico da alcune “frange” della società?
«Noi siamo chiamati a difendere il bene collettivo, a tutelare le idee di “una parte” e “dell’altra”. Mantenere questo equilibrio non è facile e non sempre comprensibile all’esterno. Purtroppo molto dipende dal concetto di bene comune: i cittadini, questi gruppi, devono avere piena consapevolezza che il bene comune è di tutti, non è della polizia o dello stato. Recentemente siamo usciti fuori dagli stadi e abbiamo scoperto che è diminuito il numero degli scontri con le tifoserie. Stare fuori significa proteggere il bene altrui, l’impianto, la sicurezza».
Autocritica e dialogo possono essere gli strumenti per imboccare strade condivise?
«A proposito degli stadi, quando sono tornato nel 2002, a Messina erano accaduti gravi, su tutti la morte di Tonino Currò. Ho voluto parlare subito con i rappresentanti della tifoseria per cercare di instaurare un rapporto basato sulla chiarezza. Il nostro ruolo non è essere contro di loro, ma a tutela dell’ordine pubblico nel corso della manifestazioni sportive. Noi dobbiamo mediare tra tutti i conflitti di interessi, tra coloro che vogliono parlare del progetto del Ponte e coloro che manifestano perché sono contrari, cercando di essere quanto più sereni possibile. Ma ripeto, serve una presa di coscienza da parte della cittadinanza. E’ difficile effettuare interventi di pubblico soccorso, di protezione civile, passaporti, immigrazioni, sulla strada con le volanti, attività investigativa e contemporaneamente vigilare su tutti i beni della città. Possiamo sorvegliare sulle piazzette tematiche, ma sta ai messinesi capire che quello è un bene di tutti e deve essere tutelato con senso civico».
Siamo sulla strada giusta?
«Oggi la gente si avvicina con maggiore interesse alle Istituzioni, ma i veri risultati li vedremo tra venti-trenta anni, quando i giovani diventeranno adulti e terranno in mano le sorti della società. La lotta alla mafia non si fa solo con l’operazione di polizia ma andando ancora più in profondità, cambiando la cultura. Il cittadino si sentirà più sicuro quando il soggetto deciderà di non delinquere per scelta e non per paura della pena o della detenzione. Su questo terreno si deve lavorare. Possiamo essere tanti, come forze dell’ordine siamo numericamente più dotati dei corpi inglesi e tedeschi, ma lì è la gente che rispetta la legge e segnala chi non lo fa. Da soli saremo sempre insufficienti. La sporcizia o il caos cittadino non è dovuto solo alla guardia ecologica o al vigile urbano, ma prima ancora all’inciviltà dei cittadini. La svolta si concretizzerà quando non si compieranno anche piccole “infrazioni” non per paura della sanzione ma per rispetto e senso civico».

