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Baratto amministrativo, Comune e consiglio sordi. Scatta un esposto

Francesca Stornante

Baratto amministrativo, Comune e consiglio sordi. Scatta un esposto

giovedì 26 Settembre 2019 - 07:20
Baratto amministrativo, Comune e consiglio sordi. Scatta un esposto

L’amministrazione De Luca e il presidente del consiglio comunale non hanno ascoltato un gruppo di cittadini e associazioni. Così è scattato l’

Un esposto al Prefetto e all’Assessorato Regionale agli Enti Locali verso l’Amministrazione De Luca e il Presidente del Consiglio Claudio Cardile. Il motivo? Non hanno rispettato i diritti di partecipazione per i cittadini, sanciti dall’art. 26 dello Statuto Comunale. Secondo questo articolo tre associazioni “iscritte all’albo comunale” o 500 cittadini possono richiedere di essere ascoltati per discutere proposte di atti relativi alla città. Gli Organi contattati hanno l’obbligo di ascoltare le proposte entro 30 giorni dalla richiesta.  Ma così non è stato.

Baratto amministrativo

Per questo la Rete per la promozione del partenariato sociale ha deciso di muoversi con un esposto. Volevano dire la loro sul “baratto amministrativo”. Soprattutto dopo il pasticcio emerso nelle scorse settimane. Ma non sono stati ascoltati.

La storia degli ultimi mesi

Così ricordano tutto quello che è successo fino ad oggi. «L’amministrazione De Luca aveva proposto un regolamento sul “baratto amministrativo”, bocciato a maggio dal Consiglio su base politica e non tecnica. Il regolamento però era giuridicamente nullo. E, soprattutto, non in linea con le leggi vigenti, come esposto dai rappresentanti della Rete a un gruppo di Consiglieri comunali. Il 24 luglio tre associazioni della Rete hanno richiesto all’Amministrazione e al Consiglio di essere ascoltate per discutere l’argomento alla luce dei “contratti di partenariato sociale” previsti dalla legge. Con questi “contratti” i cittadini partecipano direttamente e attivamente alla vita e alla gestione della città, presentando progetti di cura e valorizzazione del territorio che sono la premessa di legge per avere sgravi fiscali con la formula del “baratto amministrativo”.

“Volevamo discutere prima di settembre le proposte, per avere un regolamento in tempo per il bilancio di previsione 2020-2022”.

Trascorsi infruttuosamente i 30 giorni previsti dallo statuto per la convocazione di chi chiede di essere ascoltato, la Rete ha fatto un ulteriore passo. Il 2 settembre sono state consegnate all’Amministrazione e alla Presidenza del Consiglio 511 firme di cittadini che sostenevano la richiesta di audizione. Anziché convocare le associazioni, il Presidente del Consiglio scriveva una asciutta nota in cui informava che il 26 agosto (cioè dopo la scadenza dei 30 giorni) era stata incardinata in II Commissione consiliare la discussione di una proposta di regolamento avanzata dall’Amministrazione, senza che la “Rete” fosse stata ascoltata e senza proporre alcuna data per l’audizione. 

Richiesta inascoltata

La “Rete” rispondeva richiedendo nuovamente l’applicazione dello Statuto, senza ricevere risposta e assistendo a due riunioni di Commissione dedicate all’argomento. “È inaccettabile che i nostri organi rappresentativi e di governo non accolgano costruttive richieste di confronto che provengono dai cittadini. La sordità alle istanze dei cittadini, manifestate a norma di Statuto, è un grave comportamento politico. E l’evidente violazione di precisi doveri obbliga i cittadini a chiedere tutela per i propri diritti in tutte le sedi dovute. Anche per chiedere l’accertamento delle responsabilità per le rilevate omissioni e l’adozione dei conseguenti provvedimenti e pretendere l’affermazione positiva dei propri diritti.

La “Rete”, dunque, come primo atto di tutela dei diritti negati ai cittadini, ha inviato l’allegato esposto alla Prefettura e all’Assessorato agli Enti Locali.

I rappresentanti della Rete lo hanno detto davanti a Palazzo Zanca per protestare contro la proposta dell’Amministrazione, che intende negare la gratuità di accesso ai cittadini in ogni spazio del Palazzo Municipale. «Non è accettabile che i cittadini, proprietari di fatto della Casa Comunale, non abbiano un luogo dove potersi incontrare o manifestare pubblicamente le proprie opinioni o le proprie istanze senza dover pagare un balzello all’Ente. È, anche questo, un atto politicamente grave di compressione degli spazi (fisici, in questo caso) di partecipazione alla vita sociale e civile per i messinesi».

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