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Daniela Cucè Cafeo: Villa De Pasquale e la tela del ragno

Daniela Cucè Cafeo: Villa De Pasquale e la tela del ragno

giovedì 31 Maggio 2018 - 05:04
Daniela Cucè Cafeo: Villa De Pasquale e la tela del ragno

Storia di un incontro e di radici che troppo spesso Messina dimentica

Passavo ogni giorno davanti a quel pesante cancello coi due ragni, lì da quasi un secolo a tessere instancabili la loro ragnatela, coi bei tralci di rose in ferro battuto tutt’intorno.

Talvolta lo sguardo andava oltre, verso il vialetto circondato da alberi incolti e antiche strutture abbandonate, posandosi sulla facciata in cima alla bella scalinata in marmo, ma mai potendo andare oltre, neppure con l’immaginazione. Fra il popolo di Contesse e quella villa si erano sedimentati anni di abbandono e di dimenticanza, una distanza incolmabile che quasi si poteva respirare, una barriera tanto invisibile quanto spessa e ingombrante. Eppure, da quello sguardo dietro il cancello all’ingresso della villa non c’erano più di trenta passi, o giù di lì. Quei trenta passi, per la prima volta, io li ho fatti ieri, e mi sono sembrati veramente pochi, talmente pochi da non riuscire a tacitare quella domanda che mi frulla in testa mentre mi avvicino agli scalini. Perché non l’ho fatto prima?
La risposta non ce l’ho, ma so che c’è un tempo per ogni cosa, e se questo tempo è arrivato oggi, non mi rimane che sfruttarlo bene. Voglio respirare l’aria di questo posto, voglio sentire le voci di chi l’ha abitato e di chi ci ha lavorato per tutta una vita. Gli affanni, le speranze, la ricerca della bellezza, gli svaghi e il diletto, il lavoro, le idee, la progettualità. Certo, Eugenio De Pasquale dev’essere stato un uomo risoluto, capace, determinato. A pochi anni da quella violentissima scossa che fagocitò la città inghiottendo famiglie intere con la voracità di un mostro affamato di corpi e di macerie, di storie, di vite, di bellezza e di respiri, lui ha scelto di non fermarsi.Tutto fu rapito nel sonno, quella notte, perché a volte il destino, oltre che crudele, è anche vigliacco, e sferra i propri colpi nel momento in cui si è più indifesi, più impreparati ad affrontarlo.
Ma Eugenio questo non lo vuole sentire, a quei tremendi e interminabili attimi non ci vuole pensare.
É ancora forte, pieno di progetti, di sogni da realizzare. L’unica cosa che vuole è ricostruire, chè se il terremoto è stato forte, lui lo sarà ancora di più.
Mi viene incontro sorridendo, austero ma accogliente: “La aspettavo”, mi dice. Mi chiede scusa se la sua dimora è un poco al buio, ma “bisogna essere attenti al risparmio energetico”, sorride ironico mentre spalanca le finestre facendo entrare la luce naturale, che comincia a invadere le sale al primo piano.
“Non c’è quasi più niente”, continua “non si meravigli”.Capisco dal suo sorriso un po’ beffardo che molte cose, troppe, sono state portate via: alcune legittimamente, altre trafugate da chi nel tempo ha pensato che certi oggetti fossero custoditi con maggior cura presso le proprie dimore.
In realtà si chiama furto, ma per questa brutta parola, si sa, il ladro ha sempre un alibi.
Del piano terra mi colpisce la stanza della musica: è la stanza più piccola, ma io sento delle note provenire proprio da lì, che mi attraggono come una calamita.
Però entro e non c’è nessuno che suona, e l’unico pianoforte che è rimasto è quello dipinto al centro del soffitto, e ne sta accarezzando delicatamente i tasti nientemeno che Santa Cecilia…
Intorno, protetti dal vetro di una teca, qualche spartito aperto ed un vinile ondulato dal tempo.
Questa villa ha un sapore strano: l’energia che mi trasmette è lontana e vicina allo stesso tempo: da un lato reperti che mi raccontano di un tempo che non ho vissuto, dall’altro oggetti che mi parlano di un tempo che riconosco.Mah… sarà che sto invecchiando anch’io. Prima di salire al piano di sopra, Eugenio mi conduce nel giardino.Per un attimo gli manca il sorriso, e capisco che il suo sguardo apparentemente perso nel vuoto è in realtà pieno di immagini che gli stanno tornando prepotentemente in mente, popolando i ricordi di visi, voci, colori.
Di tutti questi ricordi, ormai nessun viso c’è più.Sono tutti partiti, portando con sè i rumori, gli affetti e la vita. Si riprende dopo un attimo, come da una trance: “Vede lassù in alto?” mi dice.
Seguo con lo sguardo la punta del suo dito, e per un attimo non capisco: ma lì sopra non c’era la statale?
E qua mi confondo, perché davvero non so se sia stato lui a venirmi a trovare in questa dimensione o se sia io ad essere finita nella sua.
Poco m’importa, comunque: il viaggio mi piace e lo voglio continuare.
Al posto della statale ci sono rasole e rasole di gelsomini, ed è come se quel dito puntato verso di essi abbia avuto il potere di scatenarne il profumo, che ora avverto nettamente inondarmi i polmoni.
“Le donne vengono qui a raccoglierli al mattino presto, e devono farlo con grazia, perché altrimenti il gelsomino si sciupa. E a Parigi lo vogliono intenso, il profumo che ne ricaviamo. Per questo mi pagano bene, sa?”
Adesso mi fa cenno verso l’interno, mostrandomi la cucina. Al centro c’è un tavolo massiccio e dalle linee essenziali, interamente in marmo. Sopra il tavolo, sulle mensole, sul frigo, su qualunque piano d’appoggio sia rimasto, ci sono alambicchi, ampolle, bottiglie di tutte le dimensioni da grandi a minuscole. Quelle piccolissime erano destinate a raccogliere l’essenza alla fine della lavorazione.
Neanche a dirlo, è di queste che m’innamoro: non resisto mai al fascino della miniatura.
Ma si sta facendo tardi, alle 18,00 il pesante cancello coi ragni deve tornare a chiudersi per riaprirsi fra una settimana, come ormai fa da un po’.Lo sappiamo sia io che Eugenio, quindi con uno sguardo d’intesa ci avviamo per le scale verso il piano superiore.A metà fra il piano terra e il primo piano mi colpisce una porticina, la guardo e lui capisce al volo che voglio sapere dove conduce.
“Sono gli alloggi della servitù”, mi dice. E io penso che questi signori dovevano venire da Lilliput, se hanno potuto vivere in locali così bassi…
Ma siamo già al piano di sopra, e con orgoglio, per prima cosa, Eugenio mi mostra il salone verde delle feste, inondato dalla luce che proviene dalle ampie finestre che danno sullo Stretto.O meglio, che davano sullo Stretto.Tutta una serie di costruzioni francamente brutte, e mi spiace pensarlo ma è così, ne impediscono ormai la vista che un tempo dovette essere mozzafiato.
“Siamo stati ladri delle nostre stesse carni”, dico sussurrando, ma lui mi sente. Muove il capo affermativamente, mentre si avvicina lento verso la zona notte.
Vedo le camere da letto, i bagni, l’armadio aperto con un abito femminile che penzola da una stampella.
Lui accarezza quell’abito con lo sguardo, e per un attimo giurerei di avergli visto luccicare gli occhi.
Mi avvio ad uscire presto di lì, ho la sensazione di essere di troppo in quella stanza, fra lui, quella donna, quel velo di tristezza e i suoi ricordi, e non voglio sentirmi come se gli stessi usando violenza.
Ma torna in sè subito, è sveglio e afferra al volo questa mia sensazione, così sorride per stemperare l’atmosfera, mentre torniamo al piano terra e, come per incanto, più scendiamo i gradini più sento provenire voci e musiche da quella sala verde, che prima non avevo udito.
Risate delicate, rumore di tacchi che danzano, calici che tintinnano; stanno brindando, danzando, sorridendo: sono felici. Tornati giù si è proprio fatto tardi, la villa deve chiudere, devo andare.Mi volto e gli tendo la mano, per congedarmi e ringraziarlo.Ma lui l’afferra e me la tiene stretta.
È improvvisamente serio, una ruga gli si disegna sulla fronte mentre mi trattiene ancora un attimo:
“Lo scriva”, mi dice. “Io lo so perché lei è qui, perché è venuta a trovarci… Allora lo dica a tutti chi eravamo. Lo racconti che quel terremoto abbiamo fatto di tutto per vincerlo e dimenticarne le ferite. Che qui dentro si lavorava sodo, che portavamo arance, fiori, limoni, tutto ciò da cui si potesse estrarre il profumo intenso della nostra terra. Che in Francia adoravano il nostro gelsomino. Che tanta onesta gente è passata di qui e che su questo fondo ha lasciato le fatiche e il sudore di una vita spesso dura.
Che certo, oggi l’ammetto, con quel lavoro io lì ho sfamati ma sfruttati, perché loro abbisognavano del pane ogni sera, ed io invece amavo il lusso e la bellezza, e qualche volta ho pagato questa smania al prezzo del rispetto della loro povertà. Oggi me ne pento, e ho chiesto loro scusa se avrei potuto essere più generoso, ma a volte si capisce tutto troppo tardi.
Comunque lo dica che qui c’è ancora tanto da fare. Che ci sono le fabbriche da recuperare, i giardini da tornare a fare splendere, le finestre da spalancare.Che avrei tanto voluto che tutto questo non andasse perso. Che fosse recuperato, amato, valorizzato, riscoperto, ritrovato. Che c’è sempre un passo oltre che si deve fare se si vuole cambiare, ed io quel passo non lo sento. Che a volte resto intere notti ad aspettare sveglio qui in poltrona, a sperare che domani sarà quel giorno giusto, quello in cui tutto tornerà a vivere ancora dentro gli occhi degli altri.
Io lo sapevo che lei sarebbe venuta, l’aspettavo, e so per certo che non mi deluderà”.
Mi volto verso il cancello, dandogli le spalle, e mi sento come Cenerentola che sta per perdere la scarpina. Scocca l’ora e devo andare, se non voglio svegliarmi vestita di stracci e con la carrozza trasformata in zucca.
Faccio per dirglielo, ma quando mi volto lui non c’è più. Sparito, senza neanche un rumore.
Scendo lentamente per le scale, consapevole di aver viaggiato tanto. Nel tempo, nello spazio, nella magia di ciò che a volte sa accadere senza mai accadere veramente.
Passo davanti a ciò che resta delle fabbriche, che lungo il vialetto mi guardano un po’ tristi e impolverate.
Mi avvicino ad un cancello chiuso da una pesante catena, e mi colpisce una ragnatela.
Penso. Al senso di quei ragni che mi aspettano per chiudersi insieme ai battenti alle mie spalle.
Per un attimo sento ancora la voce di Eugenio, come una folata di vento alle mie orecchie: “Quei ragni li ho voluti perché fossero simbolo dell’operosità ingegnosa, della costruzione tenace, di un disegno perfetto. Ma forse lì ho sbagliato. Forse, chissà, non furono che neri ambasciatori di ciò che poi sarebbe stato. Un disegno perfetto, magico ma fragile. Come la vita”.Esco, ma prima che il cancello si richiuda alle mie spalle, mi volto un’ultima volta.Non mi meraviglia scoprire che in cima a quella scala ci sono tutti: i De Pasquale, il vecchio custode, le donne coi grembiuli traboccanti di gelsomini, gli operai delle fabbriche, la servitù.
Alcuni sventolano fazzoletti, altri mi salutano con la mano, chi ha i bimbi in braccio si limita a sorridere.
Ma tutti, e dico tutti, sono stipati lì, dietro la balaustra.Vi attendono, mi dicono.E so che andrete.
Ah, dimenticavo. E dite loro che vi mando io.
Daniela Cucè Cafeo

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