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Brinckmeier,D’Auria, un programma ambizioso per due giovani musiciste

Giovanni Franciò

Brinckmeier,D’Auria, un programma ambizioso per due giovani musiciste

mercoledì 11 Dicembre 2019 - 08:20
Brinckmeier,D’Auria, un programma ambizioso per due giovani musiciste

Due giovani artiste, per la stagione musicale della Filarmonica Laudamo, hanno proposto domenica u.s., al Palacultura, un programma assai ambizioso, comprendente due colossi del repertorio musicale per violino e pianoforte: La Sonata in la maggiore op. 47 n. 9 di Ludwig Van Beethoven, la celeberrima “Sonata a Kreutzer”, e la altrettanto celeberrima Sonata in la maggiore di Cesar Franck. A differenza di altri generi musicali da camera, come i quartetti d’archi, le sonate per pianoforte e le sonate per violoncello e pianoforte, il genio di Ludwig Van Beethoven, pur raggiungendo talora delle vette altissime, nel genere della sonata per violino e pianoforte non è stato un grande innovatore; la grande innovazione in quel campo era stata già compiuta prima di lui da un altro grandissimo compositore, Wolfgang Amadeus Mozart. In epoca barocca le sonate per violino e cembalo si caratterizzavano dall’assoluta predominanza del violino, fungendo il cembalo soltanto da basso continuo. Successivamente, nella metà del 700’, le parti si invertirono totalmente, il pianoforte (prima cembalo, poi forte-piano) assunse il compito di solista, mentre il violino si limitò ad eseguire il ripieno o comunque ad accompagnare. Con Mozart, soprattutto nelle ultime sue sonate, il violino ed il pianoforte hanno pari dignità, intessendo un dialogo fra i due strumenti che rappresenta la nascita della moderna sonata per violino e pianoforte. La sonata a Kreutzer tuttavia costituisce l’eccezione a tale assunto, almeno limitatamente al primo movimento. Infatti, pur non eguagliando in equilibrio e perfezione formale le ultime sonate di Mozart e la stessa ultima di Beethoven (la sonata in sol maggiore op 96), il carattere concertante del primo tempo, “Adagio sostenuto. Presto” di imponente lunghezza, dal forte carattere drammatico, ricco di temi indimenticabili, con un continuo serrato dialogo fra violino e pianoforte, pone la sonata in una dimensione nuova e diversa da tutte quelle che la hanno preceduta. Si passa infatti dalla sonata cameristica a quella concertante, occasione anche per esibire il virtuosismo dei solisti. L’eccezionale dimensione sia per quanto riguarda la durata, sia per la forte componente drammatica, a volte sinistra, ha reso questa sonata forse la più popolare fra le sonate per violino e pianoforte mai composte, capolavoro oggetto di riferimenti letterari – come non citare l’omonimo celebre racconto di Tolstoj, ove il primo movimento diviene galeotto di amore clandestino fra i due esecutori, Liza e il violinista amico del marito Pozdnysev, almeno nella fantasia di quest’ultimo – e musicali – “Sonata a Kreutzer” è intitolato il primo, bellissimo quartetto di Janacek – . Gli altri due movimenti, un sereno “Andante con variazioni” e un “Finale: Presto” pieno di brio, che concludono la sonata, appaiono, anche se pur sempre di elevato livello artistico, più convenzionali rispetto al primo, e stemperano la tensione drammatica dell’Allegro iniziale. La sonata deve il suo nome a Rudolph Kreutzer, un violinista stimato da Beethoven, che, incredibile a dirsi, non la apprezzò. Corretta dal punto di vista tecnico, ma forse senza molta personalità, l’interpretazione del capolavoro da parte delle due giovani musiciste, che, in particolare nel primo movimento, non sono riuscite a restituire quel carattere energico, esuberante, che il brano richiederebbe, ma va considerata la giovane età delle brave artiste. Nella seconda parte del concerto la celeberrima è stata la volta della Sonata in la maggiore per violino e pianoforte di Cesar Franck, La sonata di Franck si può considerare senz’altro il suo capolavoro nell’ambito della musica da camera, ove il musicista belga realizza in maniera compiuta la sua concezione musicale della forma ciclica, con il primo tema che ricompare più volte nel corso dell’opera. L’unitarietà della concezione che ne deriva è magistrale, e il carattere appassionato del brano si mantiene sempre nei limiti di un perfetto equilibrio formale. In quattro movimenti Allegretto ben moderato; Allegro – Quasi lento – Tempo I; Recitativo/fantasia; “Allegretto poco mosso”, tutti di elevato spessore artistico, ci piace porre l’accento in particolare sull’ultimo, splendido, con un tema che da grazioso e tenero nella sua esposizione diventa appassionato nello sviluppo, fino all’indimenticabile finale. Più che dignitosa l’interpretazione della Sonata, eseguita con precisione ed eleganza, molto apprezzata dal pubblico in sala. L’ultimo brano proposto, “Tzigane” per violino e pianoforte di Maurice Ravel, è un brano molto eseguito nelle sale da concerto, popolare per via del carattere rapsodico di tipo ungherese, con un inizio lento ed una seconda parte molto veloce e ricca di brio, perfetta per sfoggiare i virtuosismi tecnici da parte del violinista, mentre il pianoforte assume la funzione più di accompagnamento. Originariamente composto per violino e cimbalom – uno strumento applicato al pianoforte per conseguire effetti sonori cembalistici, simili al cimbalom ungherese – Ravel ne realizzò anche una splendida versione per violino e orchestra, ma probabilmente l’esecuzione più ricorrente è proprio quella per violino e pianoforte. Si sono certamente apprezzate le doti tecniche della violinista, ma anche in tale occasione l’interpretazione è sembrata priva di quella “verve”, di quel carattere zingaresco che un brano così brillante richiede. Un breve bis, una Bagatelle di Busoni, ha concluso il gradevole concerto.

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