Confedilizia Messina sugli affitti universitari: "Serve equilibrio"

Confedilizia Messina sugli affitti universitari: “Serve equilibrio”

Autore Esterno

Confedilizia Messina sugli affitti universitari: “Serve equilibrio”

domenica 31 Agosto 2025 - 09:14

L'analisi tra diritto allo studio e tutela del privato. La rubrjca di Confedilizia

La rubrjca di Confedelizia. case, immobili e condominio in pillole

Negli ultimi giorni diversi organi di stampa hanno ripreso i dati diffusi da UDU e SUNIA sull’andamento degli affitti per studenti universitari a Messina, delineando un quadro che attribuisce al mercato privato responsabilità pressoché totali per l’aumento dei canoni. Riteniamo doveroso, come Confedilizia Messina (afferma il presidente Sebastiano Maio), offrire una lettura più completa e rispettosa della complessità del tema.

In primo luogo, va chiarito che i dati citati – pur evidenziando un incremento del costo medio delle locazioni – non possono essere letti in chiave esclusivamente “speculativa”. Il mercato immobiliare messinese, a differenza di altre città universitarie italiane, presenta canoni che restano al di sotto della media nazionale: 275 euro per una stanza singola a fronte dei 613 euro registrati a livello nazionale. Siamo quindi in presenza di un contesto in cui i proprietari garantiscono, con il proprio patrimonio, un’offerta abitativa che resta fra le più accessibili del Paese.

Attribuire al solo mercato privato la responsabilità delle difficoltà di accesso agli alloggi per studenti significa trascurare le cause strutturali che da anni gravano sulla città: la cronica carenza di residenze universitarie pubbliche, i ritardi nella ristrutturazione e messa a disposizione della Casa dello Studente, la mancanza di un piano organico di edilizia universitaria. In assenza di interventi pubblici incisivi, è inevitabile che la domanda ricada sul mercato privato, che tuttavia non può da solo farsi carico delle carenze del sistema.

Confedilizia Messina da tempo sostiene e promuove strumenti concreti che vanno proprio nella direzione di una maggiore sostenibilità per famiglie e studenti: i contratti a canone concordato, la cedolare secca con aliquota agevolata al 10%, gli accordi locali che consentono di calmierare i canoni garantendo nel contempo certezza giuridica ai proprietari. Sono strumenti previsti dalla legge, che potrebbero essere valorizzati di più anche attraverso una più capillare informazione e un sostegno da parte delle istituzioni locali.

Quanto al fenomeno degli affitti brevi, spesso indicato come causa di tensioni sul mercato, va ricordato che a Messina esso non raggiunge numeri tali da incidere in maniera significativa sugli affitti per studenti. È quindi fuorviante invocare restrizioni generalizzate senza distinguere contesti urbani diversi.

Confedilizia Messina intende ribadire un principio di fondo: il diritto allo studio è un valore primario che merita tutela, ma non può tradursi in una compressione ingiustificata del diritto di proprietà. Occorre piuttosto lavorare, insieme alle istituzioni, all’Università e alle associazioni degli studenti, per soluzioni equilibrate e condivise: più residenze universitarie pubbliche, maggiore incentivo all’uso dei contratti agevolati, una fiscalità stabile e non punitiva per i proprietari.

Solo così sarà possibile affrontare in modo serio e duraturo il tema dell’abitare a Messina, senza contrapporre studenti e proprietari, ma costruendo un modello in cui entrambi possano trovare risposte concrete alle proprie esigenze.

La Cassazione apre la strada: rinunciare alla proprietà di un immobile ora è possibile

Per anni si è parlato di un paradosso tutto italiano: non solo possedere una casa o un terreno poteva trasformarsi in un peso, tra tasse e obblighi di manutenzione, ma persino liberarsene risultava quasi impossibile. Oggi, con una storica sentenza, la Suprema Corte mette ordine in questa materia tanto delicata quanto attuale.

Dal campanello d’allarme di Confedilizia alla pronuncia delle Sezioni Unite

Già nel 2015 Confedilizia aveva denunciato in Parlamento un fenomeno inedito: sempre più proprietari, di fronte ad immobili inutilizzabili e privi di mercato, cercavano di esercitare un diritto fino ad allora quasi teorico, cioè la rinuncia alla proprietà. Una scelta dettata non dal disprezzo per la casa, ma dal peso insostenibile di tasse e spese condominiali, in assenza di redditività.

Il problema, denunciava l’associazione, era che persino voler “restituire” un immobile allo Stato si trasformava in un labirinto giuridico. Un bene abbandonato non spariva e il proprietario restava vincolato a imposte e obblighi.

La svolta della Cassazione

Con la sentenza n. 23093 dell’11 agosto 2025, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno finalmente fatto chiarezza:

  • la rinuncia alla proprietà è un atto unilaterale, formalizzato con atto pubblico o scrittura privata autenticata e trascritto nei registri immobiliari;
  • non richiede l’accettazione di nessuno, nemmeno dello Stato;
  • il bene, una volta rinunciato, passa automaticamente al patrimonio statale, come previsto dall’art. 827 del codice civile.

In altre parole, chi non vuole più un immobile può davvero liberarsene, purché segua la procedura corretta.

Conseguenze pratiche

La decisione segna un punto di svolta per professionisti e cittadini:

  • i notai hanno ora un riferimento chiaro per redigere gli atti;
  • i proprietari di ruderi, terreni inutilizzabili o immobili gravati da vincoli possono alleggerirsi da obblighi fiscali e manutentivi;
  • resta fermo che i debiti e le responsabilità maturati prima della rinuncia continuano a gravare sull’ex proprietario.

Non si tratta, dunque, di un “colpo di spugna” su eventuali pendenze, ma di un modo per smettere di accumulare oneri su beni ormai privi di valore.

Una svolta culturale oltre che giuridica

La pronuncia della Cassazione demolisce anche un luogo comune radicato: non sempre possedere un immobile è sinonimo di ricchezza. Talvolta significa, al contrario, sopportare un fardello economico e burocratico.

Confedilizia lo aveva detto con chiarezza dieci anni fa: la proprietà, per molti, non è più un privilegio ma un peso. Oggi la Corte di Cassazione riconosce questo dato di realtà e consegna ai cittadini uno strumento concreto per liberarsi da vincoli ingiustificati.

Un passo avanti importante, che probabilmente aprirà un dibattito anche in politica: serve davvero tassare gli immobili a prescindere dal loro valore, dal loro uso e dalla loro commerciabilità?

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