Il Cardinale 'chiude' il centenario del sisma del 1908: -gli anniversari fanno parte della vita umana, quelli lieti per rinnovare la gioia, quelli dolorosi per affidare al Padre della misericordia le anime dei defunti-
Si chiude oggi il centenario del terremoto che nel 1908 cambiò per sempre la storia della nostra città. Per “ricordare” la tragedia, in città è giunto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che ha presieduto la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Messina, insieme all’arcivescovo mons. Calogero La Piana. A seguire il testo completo della sua omelia:
Siamo davanti a Dio nel centesimo anniversario del terribile terremoto che colpì Messina. Gli anniversari fanno parte della vita umana: quelli lieti per rinnovare la gioia, quelli dolorosi per affidare al Padre della misericordia le anime dei defunti, per guardare al futuro con fiducia e coraggio fatti più saggi e più forti. Tanto più che anche di recente le forze della natura sono tornate a colpire seppure in forme diverse ed in misura minore. La mia presenza testimonia la vicinanza mia e dei Vescovi italiani, consapevoli di quella comunione di affetti e di missione che si esprime nella prossimità quotidiana dei Pastori alla gente nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro, nei gruppi. Condividendo le gioie e le speranze, ma anche i dolori e le preoccupazioni dell’esistenza di tutti.
– Ogni sventura che percuote l’anima e segna la carne ci pone delle domande legittime: potevamo evitare le cose? era possibile prevedere e prevenire? Oppure tutto era troppo imponderabile? Interrogarci è giusto e anche doveroso, e così risponderci – per quanto è possibile – al fine di migliorare l’azione futura. Anche questo fa parte di quella conversione alla saggezza che è intelligente invocare nel cuore dei singoli, delle società e dei popoli. Ma non basta. E’ opportuno lasciarci richiamare anche ad altre considerazioni, forse meno dirette e contingenti, ma necessarie. Non vogliono renderci rassegnati e fatalisti di fronte alle calamità che spesso minacciano la tranquillità della vita, ma – al contrario – ci rendono più realisti e meglio attrezzati interiormente davanti alla realtà del male nel mondo, il male che assume la veste della sofferenza fisica e della sofferenza morale. C’è un male che dipende totalmente dalla libertà umana, di cui solo l’uomo è responsabile davanti a Dio, a se stesso, alla società. E c’è un male che ci viene addosso da fuori, da elementi scatenati che paiono incontrollabili almeno per ora. Ci chiediamo allora perché: perché tanto male nel mondo di ieri e di oggi? Perché la nostra libertà può causare tanto dolore? e così può fare questo splendido universo? Perché – come un giorno accadde e in forme nuove si ripete – il dolore innocente che oggi la Liturgia celebra, quello di una moltitudine di bambini uccisi dall’Erode del tempo, spaventato dal Bambino Gesù? Tutti facciamo l’esperienza del male quando ci priviamo o siamo privati di un bene che dovremmo avere: la vita e la salute, il lavoro e la casa, l’amore e la pace.
– Non possiamo qui affrontare in modo diffuso una questione decisiva che da sempre attanaglia l’umanità e la rende pensosa. Ma subito, come credenti, andiamo al cuore del dramma e lasciamo echeggiare le parole della Scrittura: “Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).
Cari Amici, la risposta è questa: al di là di ogni altra pur giusta considerazione, la parola conclusiva è Gesù crocifisso, culmine di una vita donata per amore degli uomini. Un amore – quello di Dio – che non resta, per così dire, “fuori e lontano” a guardare, ma che entra nella condizione umana, l’abbraccia dall’interno, si coinvolge e la vive per noi, per poter vivere ogni sofferenza con noi. E mentre viene a condividere il grande bene della vita terrena ci ricorda che il bene dei beni è la vita eterna. Il cielo non ci fa dimenticare la terra, così come la vita eterna non discredita la vita terrena; al contrario tutto valorizza e orienta, illumina e purifica. L’esperienza viva e cocente del male la sentiamo come un “mistero” che non comprendiamo perché troppo diverso da ciò per cui ci sentiamo creati, la felicità. Anche per questo lo percepiamo come oscurità e abisso, alieno dalla nostra natura; ma quando riascoltiamo le parole ispirate – “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,10) – allora intuiamo che il mistero oscuro della sofferenza viene assunto, vorrei dire abbracciato, da un altro mistero, il mistero luminoso dell’Amore di Dio. Il Natale che stiamo vivendo nella Liturgia prova la verità dell’amore mediante la verità della sofferenza e ci fa rivivere questo: nessuno è solo nel mondo. Dio è venuto per tutti, per riscattare ciascuno dalle sue solitudini e dall’oscurità delle sue sofferenze e delle sue paure. La vicinanza di Dio in Cristo continua visibilmente nella Chiesa, nei fratelli e nelle sorelle che – come il samaritano del Vangelo – si accostano a chi è stato percosso sulla strada e, nel segno della carità evangelica, si prodigano con generosità e sacrificio.
Cari Amici, mentre affidiamo alla misericordia divina i defunti di ieri e di oggi, preghiamo per coloro che ancora vivono nella sofferenza e nel disagio. E preghiamo anche perché il Signore ci faccia crescere nella saggezza e nella fede. Ci confermi nel coraggio e nella fiducia per stare vicini gli uni agli altri con opere di giustizia e d’amore.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
