La Direzione investigativa antimafia ha tracciato il bilancio della propria attività nei 12 mesi dell'anno che sta per chiudersi
Aggredire le ricchezze accumulate illecitamente intaccando la mafia nella sua principale fonte di potere: il denaro. Negli ultimi anni, la lotta alla malavita organizzata si è concretizzata nel messinese in sequestri e confische per quasi 270 milioni di euro.
Un patrimonio enorme, sottratto al controllo delle cosche dalla Direzione Investigativa Antimafia che ha stilato un quadro della propria attività per l’anno che ci lasciamo alle spalle ma che è stato fortemente incisivo nell’ambito della lotta alla criminalità soprattutto grazie all’impulso dei procuratori di Messina, Guido Lo Forte e di Catania, Antonino Fanara.
Due i provvedimenti di confisca che hanno riguardato il messinese ed entrambi messi a segno contro il can di Mistretta. Il primo provvedimento ha riguardato Sebastiano Rampulla, considerato il capo di “cosa nostra” nel messinese nonché fratello dell’artificiere della strage di Capaci, Pietro, e Mario Giuseppe Scinardo suo affiliato di Capizzi.
I sequestri, invece, hanno colpito i fratelli Pellegrino di Messina, e Carmelo Bisognano, considerato il capo della famiglia dei mazzarroti, nel barcellonese.
Lunghissimo l’elenco di beni sottoposti a confisca tra cui 12 aziende operanti nei più disparati settori economici come l’eolico, il turismo e l’agricoltura, un intero complesso agrituristico con 300 posti letto, 249 immobili dislocati in diverse province siciliane, uno stabilimento vinicolo, 11 capannoni per la custodia di bestiame, 1 impianto di lavorazione di calcestruzzo, conti correnti, polizze assicurative, un centinaio di automezzi.
