Nella relazione semestrale della Dia gli intrecci tra politici e boss. Anche a Messina
Le infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sono fortissime nelle regioni del Mezzogiorno. È quanto emerge dalla relazione annuale presentata dalla Direzione nazionale antimafia guidata da Piero Grasso. Secondo la Dna, le maggiori inchieste giudiziarie avviate dalle procure Distrettuali antimafia riguardano collusioni fra boss e politici, ma soprattutto fra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.
Procedimenti penali che puntano a far luce su questo intreccio sono stati avviati dai magistrati dei distretti di Napoli, Messina, Salerno, Catanzaro, Reggio Calabria e Cagliari.-Una parte rilevante dell’azione di contrasto – si legge nella relazione – risulta essere stata svolta dalla procura distrettuale antimafia di Palermo che, per numero e qualità delle investigazioni, ha assunto sicuramente una posizione di preminenza nella repressione delle condotte di contiguità politico-mafiosa-.
A Messina, ha aggiunto il procuratore Grasso, si indaga su collusione tra esponenti della pubblica amministrazione e cosche per il controllo di lavori ed appalti pubblici, sulla infiltrazione della criminalità nel settore rifiuti, mentre un’altra inchiesta nella provincia messinese rivela l’attività di scambio di voti e gestione deviata degli appalti.
I politici di diverse regioni meridionali avrebbero pagato somme di denaro ai boss delle organizzazioni criminali per ottenere voti nelle ultime consultazioni elettorali. I magistrati hanno analizzato anche lo scambio elettorale politico-mafioso che ci sarebbe stato in diverse città del Sud.
-Non è possibile prevedere con ragionevole certezza quali saranno, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, le strategie di Cosa nostra; in particolare, non è possibile prevedere se continuerà la strategia (finora perseguita) di sommersione-. È l’analisi della Direzione nazionale antimafia, nel suo rapporto annuale, in cui delinea i prossimi scenari di Cosa nostra a Palermo. La Dna non esclude il pericolo di un ritorno alle armi delle cosche.
