Andrà in scena il 29 agosto al Palazzo dei Congressi di Taormina, lo spettacolo “Terramatta”, dall’autobiografia di Vincenzo Rabito. «Descraziate siciliane Terra Matta». Così lo stesso Vincenzo Rabito racconta e giudica l’Isola e gli isolani. Così ricorda con rabbia un infinito calvario di ingiustizie ed illusioni. Il cantoniere ragusano di Chiaramonte Gulfi, classe 1899, attraversa avventurosamente il Secolo Breve, ne porta evidenti i segni delle cicatrici. Spietata memoria, la sua, rivelata nei -diari segreti- redatti in un singolare miscuglio di italiano e dialetto, articolata declinazione di lingua popolare, quasi reinventata elaborando negli anni, giorno dopo giorno, una parlata tanto improbabile quanto suggestiva.
Partono da qui le ragioni della scelta di un testo e della sua messinscena, affidata all’adattamento, alla regia e all’interpretazione di un artista geniale come Vincenzo Pirrotta, straordinario -cuntista- e cantore della Sicilia, del suo splendore e dei suoi orrori, della sua storia illustre e del suo degrado. Reduce da una trionfale tournée nazionale, lo spettacolo sarà ospite della prestigiosa sezione -Teatro- di Taormina Arte, diretta da Simona Celi. Vincenzo Pirrotta, il -rabitese- del ragazzo del ’99. Una lingua atavica, ancestrale, orale: l’unica possibile a Vincenzo Rabito, «inafabeto», ma irresistibilmente determinato ad uno sfogo che ferisce e commuove; confessione senza veli né menzogne, che l’amore del figlio Giovanni, dopo infruttuosi tentativi, ha finalmente riportato alla luce in versione ridotta nel 1999, quattordici anni dopo la morte del padre.
Nel 2000 i quaderni di Rabito, conservati presso l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano (Arezzo), ricevono il Premio Pieve-Banca Toscana. Il successo arriva quando la fluviale narrazione viene ulteriormente sintetizzata nel bestseller intitolato appunto Terra matta. La nuova produzione s’inserisce nello specifico settore di attività che lo Stabile etneo dedica agli autori contemporanei e alle messinscene sperimentali. L’impianto scenico è dello stesso Pirrotta, Giuseppina Maurizi firma i costumi, Luca Mauceri le musiche, Alessandra Luberti le coreografie, Franco Buzzanca le luci. Accanto a Pirrotta agiscono Amalia Contarini, Marcello Montalto, Alessandro Romano, Salvatore Lupo, Giovanni Parrinello, Mario Spolidoro, chiamati a far rivivere un crudo spaccato del Novecento narrato non dai vincitori ma dalle classi umili, dai perdenti. Da quelli che affondavano e mai risalivano. Alla fine della maratona della vita, ecco che la rivalsa, il senso d’ogni sacrificio s’identificano per Rabito proprio nell’outing solitario ma liberatorio di fatti non sempre edificanti. L’ex bracciante siciliano si chiude a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, rifiutando di dare spiegazioni, stringe un patto di ferro con una vecchia Olivetti.
Macina, una dopo l’altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza margine superiore né inferiore né laterale. Come ha notato la critica letteraria, capeggiata da Asor Rosa, il risultato è un’opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, «sia – è stato scritto – per la forza espressiva di questa lingua mescidata di italiano e siciliano, sia per il talento narrativo con cui Rabito è riuscito a restituire da una prospettiva assolutamente inedita più di mezzo secolo di storia d’Italia». Una vera e propria epopea dei diseredati. La prospettiva di chi narra dal basso un’esistenza guerreggiata, messa a dura prova nelle trincee della Grande Guerra, nella campagna d’Africa dove s’infrange il sogno fascista dell’impero coloniale, o sotto le bombe del Secondo Conflitto Mondiale.
Una vita segnata dalla fame atavica del Sud e devastata – sul versante privato – dal matrimonio corroso da una suocera terribile. Disagi non leniti neppure dall’improvviso benessere del boom economico, la «bella ebbica», che gli permette di garantire ai figli amatissimi una degna istruzione e un futuro di cui, come padre, va orgoglioso. Salvo a scegliere per sé il volontario confino domestico per affrancare l’anima in una testimonianza dal tragicomico, inarrestabile passo narrativo. E se l’autobiografia di Rabito è stata proposta ai lettori in versione ridotta ma esattamente come l’autore l’ha concepita, così il taglio drammaturgico di Pirrotta restituisce fedelmente ai posteri la parola che il nostro antieroe ha scolpito, a fatica, nell’ultima privatissima battaglia della sua «maletratata e molto travagliata e molto desprezata vita».
