Di Bella, il giudice che rende liberi di scegliere i "figli della 'ndrangheta" - Tempostretto

Di Bella, il giudice che rende liberi di scegliere i “figli della ‘ndrangheta”

Rosaria Brancato

Di Bella, il giudice che rende liberi di scegliere i “figli della ‘ndrangheta”

lunedì 04 Febbraio 2019 - 07:10
Di Bella, il giudice che rende liberi di scegliere i “figli della ‘ndrangheta”

Li chiama "Erasmus di legalità" e dal 2012 ha dato la possibilità di scegliere una nuova vita a 60 figli di famiglie mafiose

E’ una scelta di speranza, una rivoluzione culturale se vogliamo, un atto di fiducia che dimostra che lo Stato c’è. Mi piace definirlo come un Erasmus di legalità per questi adolescenti e bambini che nel corso della loro vita hanno vissuto solo in un contesto. Ho imparato ad ascoltare la sofferenza spesso sopita che c’è in queste famiglie e dato loro la possibilità di scegliere”.

Il giudice Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria sul cui operato si è basato il film Rai “Liberi di scegliere” (che ha fatto il boom di share) le chiama anche “infiltrazioni di legalità” e potremmo anche definirle, senza sbagliare, iniezioni di speranza.

Messinese, 55 anni, una carriera tra le due sponde dedicata alla lotta per l’affermazione dei valori di legalità e giustizia, guardando a quei motori che innescano il vero cambiamento. Presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, lo incontriamo nel suo ufficio per conoscere, al di là di quanto visto nel film, la storia reale, fatta di momenti anche difficili, ma che stanno cambiando il corso delle cose.  Non ama i riflettori  è abituato a far parlare i fatti. Ai flash preferisce gli incontri nelle scuole, in mezzo ai giovani, là dove si possono gettare i semi di quella che chiama infiltrazione di cultura, che altro non è che la radice di ogni rivoluzione.

Ci sono papà che quando i figli muovono i primi passi gli insegnano a giocare a calcio. Ci sono papà che nel giorno del battesimo regalano pistole e che ad 8 anni portano i loro figli nelle campagne della Calabria per insegnare loro a sparare. O nei casolari per spiegare come si taglia la droga, o per attendere un carico di eroina.

Ci sono bambini abituati ad addormentarsi con le favole. Ci sono altri bambini che non riescono a prendere sonno per la paura delle irruzioni delle forze dell’ordine. Sono gli stessi che non conoscono l’abbraccio del padre latitante, abituati alla finzione in casa per timore delle microspie. Ci sono ragazzi che non conoscono altre carezze e rudimenti dell’amore se non dopo aver compiuto il primo reato.

Sono i “figli della ‘ndrangheta, della camorra, della mafia”.

Da magistrato Roberto Di Bella, negli anni ’90 ha giudicato e condannato numerosi esponenti delle cosche calabresi. Dopo un periodo a Messina è rientrato nel 2011 a Reggio Calabria, al Tribunale dei minori. Lì si è reso conto che i cognomi di chi veniva arrestato erano gli stessi delle persone fermate negli anni ’90. Davanti a lui adesso c’erano i figli, i fratelli minori di chi aveva condannato 10, 15 anni prima. Erano cresciuti nella tela del ragno, imbevuti di quel tipo di cultura mafiosa.

Un mattino si trovò davanti il fratello più piccolo di una persona che nel ’90 si era rivolto a lui per cambiare vita ma che non aveva fatto in tempo.  

Leggevo negli occhi del ragazzo la stessa sofferenza che avevo visto anni prima nel fratello maggiore– racconta il giudice Di Bella- Quella sofferenza aveva sedimentato dentro di me e nel rendermi conto che era il contesto familiare ad essere l’origine dei comportamenti dei figli ho deciso che dovevo fare qualcosa

E’ nato così quel seme che dal 2012 ha portato molte piante e frutti e che si appresta a diventare un “metodo”, un orientamento giudiziario come preferisce definirlo.

Ha fatto riferimento alla Costituzione Italiana, alla Convenzione Internazionale dei diritti del fanciullo siglata a New York nel 1989, al diritto dei bambini a crescere in ambienti che li tutelino e li aiutino a svilupparsi ed a contribuire alla comunità di appartenenza. I provvedimenti che ha preso riguardano limitazioni della responsabilità genitoriale (in alcuni casi è stata tolta) e sono gli stessi previsti nei casi di abusi sui figli, o di figli di tossicodipendenti e là dove c’è a rischio l’integrità (non solo fisica) dei minori. In questo percorso ha avuto il sostegno della Procura nazionale antimafia e adesso anche quello del Ministero della giustizia.

All’inizio c’è stato chi mi ha definito ladro di bambini. I titoli di giornali ripresi nel film sono reali- prosegue il magistrato– Ho imparato ad ascoltare la sofferenza di questi ragazzi che crescono in contesti nei quali non conoscono la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e non lo è. Subiscono comportamenti maltrattanti. Noi come Stato li tuteliamo, sosteniamo un percorso di libertà di scelta fino alla maggiore età. A quel punto saranno loro a decidere cosa fare di questa libertà. Ma avranno gli strumenti culturali e sociali per farlo”.

Dal 2012 ad oggi, dopo il primo minore che è stato allontanato dalla famiglia di origine, dalla ndrangheta, si è arrivati a circa 60 ragazzi (di ogni età). Con il tempo sono le stesse mamme a rivolgersi a lui. Di recente anche i boss dal carcere. “Scrivo da padre, se avessi avuto io le stesse possibilità forse non sarei dove sono ora”.

Non è neanche vero che vengono “sradicati” dagli affetti, perché hanno possibilità di vedere ed incontrare la mamma, i fratelli. La differenza sta nel conoscere “altro”. Tutti questi ragazzi, raggiunta la maggiore età hanno scelto proprio quell’altro.

Mi presentano le fidanzate, i fidanzati. Molti si laureano, trovano lavoro. C’è chi è andato al nord e chi resta più vicino- ci racconta Di Bella- Le maggiori difficoltà le ha chi decide di restare qui e non riesce a trovare un lavoro, ma questo è un problema che riguarda tutti i giovani del sud.”

Adesso la parola che più ha sentito è “grazie”. Gli adolescenti, le mamme, i papà, i familiari. Scrivono lettere, oppure lo incontrano. E la parola più frequente è grazie. Non è un ladro di bambini, anzi, ha donato la cosa più preziosa: la speranza, la libertà di scegliersi un proprio destino.

Ha donato anche la fiducia in uno Stato che non è quello che fa irruzione nella notte, ma quello che ti aiuta ad essere ciò che vuoi essere.

 “E’ un orientamento giurisprudenziale che ha intaccato quei modelli culturali che apparivano intangibili e intercettato la sofferenza. Abbiamo solo un obiettivo, tutelare i minori”.

Ricorda il caso di una bambina che è stata trasferita in una località del nord e per tutta la durata del viaggio in auto ha pianto ininterrottamente. E insieme a lei anche gli agenti che la stavano accompagnando. Un paio di mesi dopo la stessa ragazzina ha scritto al giudice per raccontare la sua nuova vita e ringraziarlo.

Nel 2012 non c’era una rete di supporto, poi lentamente è venuta fuori. I primi ad aprirgli le porte sono stati gli operatori della “sua” Messina. A raccogliere la prima sfida, il primo caso, è stata la dottoressa Maria Baronello (nel film interpretata da un’altra messinese, la bravissima Federica De Cola), affiancata da volontari e da un altro messinese, lo psicologo Enrico Interdonato.

Nel film Liberi di scegliere c’è una Messina bella e solare e non solo nelle riprese straordinarie, ma anche nelle storie.

Nel film i casi non sono riconoscibili ma i fatti sono andati davvero in questo modo-spiega il magistrato che ha seguito parte della realizzazione di Liberi di sceglieri- Sono contento del fatto che  ha avuto un grandissimo impatto positivo sui giovani, vuol dire che il nostro messaggio è arrivato”.

Adesso c’è una rete di famiglie che accolgono i ragazzi, c’è il supporto di Libera, ci sono i volontari, ci sono altri magistrati che sia in Sicilia che in Campania stanno iniziando a percorrere lo stesso cammino.

Ci sono costi emotivi fortissimi– conclude il magistrato- Ma è importante che i giovani si rispecchino e capiscano che c’è una speranza di riscatto. Noi vogliamo aiutare i ragazzi a realizzare i loro sogni, i desideri. E’ importante inoltre che nel film sia stato DEMISTIFICATO IL MITO DEL MAFIOSO”.

Non a caso nella scena finale c’è il boss solo in un porcile. Quell’immagine del boss  tra i maiali fa da contraltare all’abbraccio tra il figlio 18enne e il giudice e racchiude tutto il senso di una rivoluzione culturale che cambia la storia.

E la parola “grazie” la dobbiamo dire tutti.

Rosaria Brancato

Una scena del film girata nello Stretto di Messina

Rosaria Brancato

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