"Dopo il no al referendum, mai più revisioni costituzionali a colpi di maggioranza"

“Dopo il no al referendum, mai più revisioni costituzionali a colpi di maggioranza”

Autore Esterno

“Dopo il no al referendum, mai più revisioni costituzionali a colpi di maggioranza”

martedì 24 Marzo 2026 - 07:30

La riflessione del professore Alberto Randazzo (Unime). "Ora si sente l’esigenza di un vero dialogo tra le forze politiche"

di Alberto Randazzo, professore associato di Diritto costituzionale e pubblico presso l’Università degli Studi di Messina e presidente diocesano dell’Azione cattolica di Messina Lipari Santa Lucia del Mela

Qualche considerazione “a caldo” sul referendum sulla magistratura

I cittadini si sono espressi e l’esito del referendum è a tutti noto. Adesso è il momento di una doverosa riflessione su quanto accaduto. Mi sia pertanto consentita qualche considerazione pacata, com’è nello stile che cerco sempre di fare mio, su alcuni dei tanti profili che vengono in rilievo.

La legge di revisione costituzionale sulla giustizia, francamente, presentava una “montagna” di punti critici e lasciava molto perplessi per motivi di natura prettamente tecnica, che non è possibile indagare in questa circostanza. I problemi si presentavano su tutti e tre i punti principali: la cosiddetta “separazione delle carriere”, lo sdoppiamento del Csm, l’istituzione di un’Alta Corte con competenze in materia disciplinare. Rinvio ad un’altra occasione alcune osservazioni in merito.

Modificare la Costituzione è una cosa seria e ogni modifica deve coinvolgere le opposizioni

Il problema, però, come già mi sono trovato a dire, non era solo di merito ma anche di metodo, attinente cioè al senso dell’istituto della revisione costituzionale. Come dicevo, modificare la Costituzione è una cosa seria e, al di là, dei “numeri” sufficienti per “mettere mano” alla Carta fondamentale (a norma dell’art. 138 Cost.), è auspicabile che la modifica di quest’ultima – specialmente quando si toccano punti nevralgici dell’assetto costituzionale – coinvolga le opposizioni e abbia il più ampio consenso possibile. In poche parole, occorre che in sede parlamentare si ricostituisca quello “spirito costituente” che animò i nostri padri fondatori i quali, pur partendo da punti di vista assai distanti (sul piano politico), riuscirono a venirsi incontro mirabilmente facendo leva su valori condivisi, primo su tutti quello dell’antifascismo al quale si ricollegava il recupero della centralità della persona umana.

No alle revisioni costituzionali a “colpi di maggioranza”

Purtroppo, però, da troppo tempo a questa parte, le revisioni costituzionali si fanno “a colpi di maggioranza”; questo è accaduto con le diverse forze politiche che, negli anni, si sono avvicendate al governo ma non è per nulla auspicabile. In questa occasione, fa specie che nessuno degli emendamenti presentati alla proposta di riforma sia stato accolto. La maggioranza di turno ha “mostrato i muscoli” e si è disinteressata (e lo ha potuto fare perché i “numeri” in Parlamento, appunto, erano dalla sua parte) del punto di vista di chi la pensava diversamente. Eppure, una decisione può dirsi veramente democratica quando risulta essere il frutto della volontà della maggioranza con il minore sacrificio possibile delle opposizioni.

Questa revisione non avrebbe risolto il problema della lentezza dei processi

A ciò si aggiunga che la Costituzione deve essere fedele specchio degli interessi prevalenti all’interno della società in un determinato periodo storico. Se questo è pacifico, occorre rilevare che pure le modifiche della stessa devono rappresentare le esigenze dei cittadini. Questo, però, richiede un attento ascolto della “base sociale”, che in questa e in altre circostanze è mancata. La crisi dei corpi intermedi, con la nobile funzione che questi ultimi hanno avuto e dovrebbero ancora avere di essere “cinghia di trasmissione” tra il popolo e i suoi rappresentanti, mediando e facendo da “filtro” nell’individuazione degli interessi davvero meritevoli di urgente protezione, non favorisce la reale valorizzazione dei bisogni dei consociati. A quest’ultimo proposito, infatti, non si può fare a meno di rilevare che la primaria esigenza dei cittadini in materia è – com’è stato rilevato da molti – quella di velocizzare i processi, in quanto la lentezza di questi ultimi è essa stessa una pena e si traduce in una menomazione dei diritti fondamentali delle parti in causa. Come si sa, questa revisione non avrebbe minimamente inciso su questo grosso problema che affligge la giustizia, com’è stato fatto notare anche dagli stessi promotori della riforma.

La vicenda che si è appena consumata ha mostrato la tenuta della Costituzione italiana che rimane com’è (almeno, al momento) ed ha dimostrato, ancora una volta, di reggere la forte “onda d’urto” di chi voleva cambiarne talune formulazioni particolarmente rilevanti.

Ancora una volta la Carta del ’48 ha mostrato una straordinaria capacità di “resistenza”

Quanto è accaduto non è altro che la conferma di quanto è avvenuto nelle altre occasioni nelle quali si è cercato di apportare modifiche sostanziali al dettato costituzionale (penso, in particolare, ai tentativi di maxiriforma del 2006 e del 2016, entrambi bocciati dal popolo italiano).

Anche questa volta, infatti, la Carta del ’48 ha mostrato una straordinaria capacità di “resistenza”, una formidabile “forza interiore” che manifesta un dato particolarmente incoraggiante: i valori costituzionali continuano ad essere condivisi dalla maggioranza del popolo italiano. A scanso di equivoci, con quanto da ultimo detto non si intende dire che coloro che hanno sostenuto la revisione non condividano i valori costituzionali (conosco illustri e valorosi colleghi e studiosi che erano per il “sì”), ma solo che la maggior parte dei votanti è particolarmente affezionata alla Costituzione “così com’è” ossia come ci è stata consegnata dai padri costituenti.

Detto questo, come si disse anche in Assemblea costituente, “una Costituzione non può essere immodificabile” (Rossi) ed è giusto che non lo sia. Tuttavia, sarebbe il momento che le revisioni della stessa possano aversi seguendo un percorso diverso ossia abbandonando la pretesa – che, come detto, ha accompagnato maggioranze di governo di tutti i “colori” – di voler “mettere la firma” sulla Costituzione tentando di piegare quest’ultima alla propria visione politica ed avviando, invece, un sereno e proficuo confronto con le opposizioni. Altro discorso, poi, è quello relativo all’opportunità di modificare l’art. 138 Cost., ma questa è un’annosa questione per “addetti ai lavori”.

Altri profili sembrano particolarmente interessanti. Ne accenno qualcuno.

L’affluenza è stata molto buona. È incoraggiante sapere che sono davvero molti i cittadini (molti dei quali giovani) che, in senso di corresponsabilità, hanno voluto esprimere la propria preferenza. La partecipazione è, infatti, un valore costituzionale (come emerge chiaramente dall’art. 3 Cost.) ed è una delle “gambe” su cui si regge la democrazia.

Inoltre, sono ancora tantissimi coloro che continuano ad avere fiducia nella magistratura. Questo non può che rallegrare e fare bene allo Stato di diritto. Le frasi gravemente offensive (o comunque troppo ingenerose) che sono state a volte pronunciate nei confronti del potere giudiziario, oggetto di una pericolosa campagna denigratoria, non hanno pagato. La maggioranza del popolo non si è lasciata impressionare; anzi, sono dell’idea che quelle parole abbiano sortito un effetto boomerang nei confronti di chi le ha pronunciate. Occorre convincerci che la violenza verbale ferisce le persone e le istituzioni, minando il senso di comunità e la coesione sociale, entrambi indispensabili per la democrazia.

Si sente l’esigenza di un vero dialogo tra le forze politiche, non è tollerabile la reciproca delegittimazione dei poteri dello Stato

I risultati del referendum ci dicono, comunque, che il popolo è diviso. Questo è un dato di fatto. D’altra parte, l’istituto del referendum, per sua natura, tende a polarizzare (a volte in modo più marcato e a volte meno).

È adesso necessario lavorare tutti insieme per ritrovare unità e avviare un confronto sereno e proficuo. Si sente l’esigenza di un vero dialogo tra le forze politiche e, in generale, all’interno della collettività; il monologo non serve a nessuno, meno che mai è tollerabile la reciproca delegittimazione dei poteri dello Stato. Occorre “rivestirsi” di due fondamentali “virtù democratiche”: l’apertura, scevra da pregiudizi, al punto di vista altrui e la pazienza. Quest’ultima consente di sopportare i tempi lunghi della democrazia ed è necessaria per fare sintesi tra le diverse istanze che emergono all’interno di un contesto sociale. Come dice un noto proverbio africano: “da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano”.

Vorrei allora concludere con auspicio che rivolgo a tutti noi. Per farlo uso le parole pronunciate da Giovanni XXIII la sera prima dell’apertura del Concilio Vaticano II: “Continuiamo, dunque, a volerci bene, a volerci bene così, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro, cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello – se c’è – qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà”.

Alberto Randazzo

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6 commenti

  1. L’unione nazionale magistrati festeggia, ha vinto l’impunità nei loro confronti qualsiasi cosa facciano, c’è da stare allegri con la vittoria del No.

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  2. Che occasione persa! Si poteva tornare ai giudici asserviti al governo come ai tempi del delitto Matteotti….e invece gli italiani hanno preferito la Costituzione! Saremmo stati allegri (e in regime dittatoriale )con la vittoria del sì….

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  3. .
    Caro Giovenale, il suo è un paragone piuttosto fantasioso.
    La Costituzione della Repubblica Italiana resterebbe comunque in vigore e l’indipendenza della magistratura è garantita dall’art. 104 e dal Consiglio Superiore della Magistratura.
    In concreto, come sarebbe stato possibile tornare a giudici asserviti al governo?
    Il dubbio è che lei appartenga ai molti che questa riforma non hanno nemmeno capito cosa effettivamente prevedesse.
    Buona giornata

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  4. Da dottore in Giurisprudenza,gentile Luca, ritengo di avere compreso sufficientemente la proposta di riforma, a cominciare dallo sdoppiamento del CSM.
    Con il sorteggio tra giudici graditi a chi governa l’asservimento è semplice.
    Basti pensare al pluriinquisito che per primo ha proposto queste modifiche.
    Cordialità

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  5. Caro Giovenale
    ritengo le affermazioni o insinuazioni del suo commento piuttosto sorprendenti.
    L’idea che lo sdoppiamento del CSM o il sorteggio potessero creare giudici graditi al governo appariva del tutto infondata; la Costituzione e l’art. 104 continuano a garantire l’indipendenza dei magistrati e il Consiglio Superiore della Magistratura resta l’organo di autogoverno della magistratura.
    Inoltre, nel caso del sorteggio, il governo non avrebbe scelto i membri magistrati, che venivano selezionati casualmente tra i giudici idonei; l’unica influenza indiretta riguarda i membri laici, come avviene tuttora. Anche con queste modifiche, non esiste alcun meccanismo che permetta al governo di nominare, controllare o asservire giudici a proprio piacimento.
    Sicuramente ci sarebbe stata più terzietà, meno correntismo (il caso Palamara come se non fosse mai esistito) e qualche cantata di Bella ciao in meno.
    Cordialmente,

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  6. Caro Luca e caro Giovenale, è chiaro e anche legittimo avere posizioni diametralmente opposte ma è altrettanto chiaro che non i può neanche pensare di cambiare la Costituzione Italiana a colpi di maggioranza!!

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