È uno sporco lavoro - Tempo Stretto

È uno sporco lavoro

Giusy Pitrone

È uno sporco lavoro

mercoledì 20 Marzo 2019 - 07:39
È uno sporco lavoro

I disoccupati di ritorno in cerca di lavoro, ovvero quando la realtà mette a dura prova la speranza

C’è una categoria di persone che ancora sogna ad occhi aperti, che sente le farfalle nello stomaco e il cuore battere all’impazzata, che controlla compulsivamente il cellulare cercando una mail, un messaggio, una telefonata. Sono i disoccupati in attesa di un colloquio. Non mi riferisco agli sbarbatelli neolaureati né a promettenti fanciulle fresche di master, ma ad attempati signori e signore che il mondo del lavoro ha masticato e sputato via, a quelli a metà strada fra la prima occupazione e la pensione, agli studenti promettenti di vent’anni fa. Sono i disoccupati di ritorno, per intenderci: silurati per riduzione del personale dall’azienda in crisi, defenestrati perché ci hanno provato con la moglie del capo, distinte signore che hanno appeso la laurea al chiodo per dedicarsi ai figli che oggi sono cresciuti e progettano di farle fuori, mogli di uomini che un bel giorno hanno detto o aumentiamo le entrate o coltiviamo ortaggi in balcone e facciamo il pane in casa. Qualsiasi sia la vostra storia, cari miei, è arrivata l’ora di svecchiarsi, se ci si vuole ritagliare un posticino nell’economia attuale di questa città, che è molto moderna, checché se ne dica.

Innanzitutto, per cercare lavoro bisogna iscriversi su una ventina di siti, avendo l’accortezza di scegliere un’unica password per tutti, se non si vuole finire a fare uso di antipsicotici. Aggiorniamo il curriculum e scriviamo le nostre competenze in modo moderno, magari in inglese. Pure se sei il re delle marmitte, vai su google traduttore e rendi il concetto in maniera molto più affascinante. Piazziamo una bella foto, possibilmente in cui non baciamo l’obiettivo, in cui non stringiamo in mano il quarto moijto, e scartiamo quelle che sullo sfondo hanno il porta rotolo di carta igienica ricamato e la preparazione H. Detto questo, candidiamoci. All’inizio facciamo tutti un po’ gli schizzinosi: solo offerte di un certo livello, affini ai nostri interessi, basta essere sottovalutati, sottopagati, sottomessi. Dura poco, tranquilli, poi ci si ritrova a candidarsi come esperto gruista. Il rapporto fra candidature inviate e colloqui di lavoro è di 20 a 1. Ovviamente vieni contattato per il colloquio di gruista ché la laurea dà sempre una marcia in più.

Entrare nel giro dei colloqui di lavoro ci farà conoscere la categoria meravigliosa degli imprenditori locali, quelli di nuova generazione. La maggior parte di loro ti dirà che si è fatto il mazzo a costruire l’azienda ed è solo un caso fortuito che il loro cognome sia lo stesso di chi ha l’ha fondata decenni prima. Casi di omonimia ovviamente. Sono bellocci, ben vestiti, ostentano buon umore come gli operatori telefonici quando telefonano alla prima forchettata del pranzo per proporti di tagliare la bolletta. Ti chiamano per nome – saltiamo le formalità – dicono – tanto siamo quasi coetanei. In quel quasi c’è esattamente l’età della loro madre quando li ha dati alla luce. Poi iniziano a parlarti della loro azienda utilizzando solo preposizioni e congiunzioni in lingua italiana, tutto il resto finisce preoccupantemente in –ing, tanto che tu ti confonding e ti rendi conto che forse il reddito di cittadinanza non è poi così male, magari oltre alla laurea ti fanno riscattare le elementari e le medie, te ne vai in pensione e buonanotte. Ma il loro entusiasmo ti contagia, parlano come i predicatori americani: da un momento all’altro ti aspetti che arrivino dei coristi gospel a lodare il Signore. Ti motivano, manco fossi Rocky Balboa sul ring con l’occhio chiuso, alla fine senti che puoi farcela, esci di lì che vorresti gridare Adriana a tutto il mondo. Poi non ti chiamano più. O lo fanno dopo sei mesi, quando probabilmente gli under 30 in prova hanno fallito miseramente.

Se questo mondo spaventa, ci si può sempre rivolgere ad amici, parenti e conoscenti. Che ti guarderanno con estrema empatia all’inizio, poi ti eviteranno come se fossi portatore sano di lebbra. Altri si profonderanno in geniali consigli e massime che trasudano saggezza: perché non fai qualcosa di tuo? Oggi il lavoro bisogna inventarselo! Perché non ci abbiamo pensato prima? Riflettiamo su cosa sappiamo realmente fare e proponiamolo. Basta poco. Io faccio delle buonissime cotolette, perché non venderle per corrispondenza? Magari metto su un impero. Vedi a volte un amico riesce ad aprirti gli orizzonti.

Sfogli poi una rivista e trovi storie di personaggi sorridenti che hanno lasciato le loro fulgide carriere, i loro rassicuranti posti fissi, per mettersi in proprio e allevare api, coltivare canapa indiana, trasformare i propri appartamenti in bed&breakfast e quant’altro. E lì, hai la folgorazione: devi imparare a usare una gru.

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2 commenti

  1. Per quanto possa apprezzare l’ironia dell’articolo ben scritto…. trovo triste rigirare il coltello nella piaga.

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  2. Iscriversi alle piattaforme on-line è diventato pericoloso,i “furbetti”ti rubano i dati,i call center accedono al tuo numero di telefono e ricevi minimo 5 chiamate al giorno con offerte di luce e gas,telefonia,prodotti innovativi assicurazioni…ma la piu’ formidabile ,inimitabile un’agenzia di prestiti :-Scusi se sono disoccupata che prestito devo fare ,poi se me li volesse donare…-a quel punto ha riagganciato senza nemmeno salutare.Alla fine nessuna chiamata per avere un lavoro serio.Quasi ogni giorno mandi c.v. ma è come se li buttassi nel cestino,nessuna risposta ,tranne qualche e-mail dove ti chiedono la carta di identità,la polizia postale ci avverte che anche quella è una truffa.Se incontri qualcuno per strada e gli dici di essere disoccupato sembra ti vogliano fare le condoglianze ,poi spariscono .Amici?Ho capito di averne forse 2 ,parenti?Nemmeno l’ombra perchè potresti chiedere aiuto !

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