L'agghiacciante versione di Bonfiglio sul femminicidio di marzo. "Sono tornato a casa e mi sono messo a dormire"
Messina – “Nella giornata di ieri, 9 marzo 2026, in serata, mi sono recato a piedi presso l’abitazione della signora Zinnanti. La sentivo parlare e sono entrato dalla finestra della camera da letto. Una volta dentro, abbiamo iniziato a litigare. La lite è poi degenerata con spinte reciproche. A quel punto, ho estratto un coltello da cucina di grosse dimensioni che avevo portato da casa e l’ho colpita numerose volte in diverse parti del corpo”. A parlare è Santo Bonfiglio che così sintetizza così il femminicidio di Daniela Zinnanti, morta nella sua abitazione di via Lombardia il 9 marzo scorso.
Il corpo scoperto dalla figlia
Il suo corpo è stato ritrovato l’indomani dalla figlia all’ottavo mese di gravidanza. La ragazza, spaventata perché non aveva notizie della madre da ore, si è recata nell’abitazione presagendo il peggio e, quando ha trovato la donna in una pozza di sangue, senza vita, è svenuta ed è stata ricoverata in ospedale dove è rimasta a lungo sotto controllo medico. La giovane è stata dimessa per partecipare ai funerali della madre, durante i quali ha pronunciato toccanti parole ed ha promesso che avrebbe cercato giustizia per lei.
“Era viva quando sono andata via”
Nell’interrogatorio del 10 aprile, Bonfiglio risponde a tutte le domande e in 130 pagine racconta il femminicidio e la relazione con la vittima. “Non ricordo con esattezza quanti… con quanti fendenti ho colpito la Zinnanti e in quali parti del corpo. Ricordo, però, di averla colpita in prossimità del letto, lasciandola al suolo tra il letto e la finestra della camera….(inc.)… Ritengo fosse ancora viva quando sono andato via. Muoveva la bocca. Ho lasciato l’abitazione uscendo dalla porta d’ingresso ed ho percorso il cortile in direzione via Lombardia. Mi sono disfatto dal coltello lungo il tragitto, non ricordo esattamente dove, e sono rientrato in casa. Oggi sono rimasto tutto il giorno in casa, fin quando è arrivata la Polizia e mi ha condotto presso i vostri uffici. Oltre al coltello, ho utilizzato un ferro. Ricordo di averla colpita una volta alla testa. Il ferro l’ho lasciato lì, in prossimità del corpo della donna”.
Daniela poteva essere salvata?
Daniela era viva, agonizzante, dopo l’aggressione. Sua figlia l’ha trovata solo l’indomani. Poteva essere salvata, se soccorsa in tempo? Forse non si saprà mai, anche se i medici legali che hanno seguito l’autopsia sono propensi a pensare che è stata colpita con tanta violenza che probabilmente è morta nel giro di pochi minuti. Una telecamera ha ripreso Bonfiglio uscire in fretta da casa di Daniela, subito dopo.
Cronaca di un femminicidio
Intanto agli atti dell’indagine sul caso entra il verbale che Santo Bonfiglio ha rilasciato quando è stato fermato dalla Polizia, alla presenza degli agenti e della PM Roberta La Speme che conduce il caso. Con lui c’era l’avvocato Oleg Traclò che lo difende insieme al collega Antonino Giacobello. Da un lato della scrivania magistrata e poliziotti della Squadra Mobile, dall’altro il camionista Bonfiglio che risponde a tutte le domande, ricostruendo la travagliata relazione con Daniela Zinnanti e quella tragica notte. Nella foto, Bonfiglio immortalato mentre indica agli investigatori quant’era lunga la lama del coltello col quale ha colpito la donna. L’uomo ricostruisce con lucidità tutti i suoi movimenti, da quando è uscito di casa evadendo dai domiciliari a quando ha fatto irruzione in casa di Daniela, poi il ritorno verso casa.
L’ho uccisa, lasciata agonizzante e me ne sono andato a dormire
“Sono arrivato a casa mi sono messo sul divano e mi sono addormentato” – spiega agli agenti, raccontando di essere rimasto lì sino a quando non è stato prelevato dalla Polizia per l’interrogatorio, il giorno successivo. Altrettanto minuziosamente ricostruisce quasi un anno di relazione con Daniela, ascrivendo a lei i comportamenti violenti per i quali la donna lo aveva denunciato più volte, anche se in una occasione aveva ritrattato la querela. Ammette anche di essere uscito di casa col coltello, anche se, sostiene “Volevo parlare, chiarire, ma mi sono fatto prendere dalla depressione…”.
La versione di Bonfiglio
Il coltello non è mai stato ritrovato, così come il “ferro” che dice di aver trovato in casa di Daniela e che non ricorda di aver buttato, così come non ricorda, sostiene, quanti colpi le ha inferto. L’ha colpita anche col tondino di ferro utilizzato per spaccare il vetro della camera da letto ed entrare in casa. La sua versione è al vaglio degli investigatori che anche di recente sono tornati nell’appartamento di via Lombardia con la Scientifica per “cristallizzare” la scena del crimine, eseguendo i rilievi che entreranno a far parte del processo contro l’uomo.
Il precedente inquietante
Per Bonfiglio è “tutta colpa di Daniela” che lo esasperava. Sulla sua fedina penale c’è però un’altra brutale aggressione, avvenuta anni prima, per la quale era stato processato e condannato. Quella volta la malcapitata compagna si era salvata grazie al tempestivo intervento di un vicino di casa che ha raccontato quella notte: “Lei implorava aiuto in silenzio”
