Ieri, al Vittorio Emanuele, la prima delle tre serate dedicate a "Mastro Don Gesualdo"

Ieri, al Vittorio Emanuele, la prima delle tre serate dedicate a “Mastro Don Gesualdo”

Laura Giacobbe

Ieri, al Vittorio Emanuele, la prima delle tre serate dedicate a “Mastro Don Gesualdo”

sabato 30 Novembre 2013 - 14:06

Guglielmo Ferro offre al pubblico il dramma di un uomo e del suo tentativo ostinato e rabbioso di costruire il proprio posto al sole.

Il capolavoro verghiano “Mastro Don Gesualdo” è stato ospite ieri del teatro Vittorio Emanuele, per la prima di tre emozionanti serate, in un’avvincente rivisitazione a cura di Guglielmo Ferro. A vestire i panni brucianti del protagonista, tutto il carisma e la passione di uno straordinario Enrico Guarneri.
Non è mai facile riproporre un classico senza rischiare di incorrere nel duplice errore, da un lato di risultare banali, dall’altro di stravolgerne l’intima essenza. Ma questo non è certo il caso, poiché la regia, pur servendosi di alcuni innovativi effetti speciali, è riuscita a non privare l’opera del suo carattere. La proiezione sul fondale di immagini in movimento, che riproducevano gli interni del palazzo, i verdi campi o il cortile al chiaro di luna, scenario di furtivi corteggiamenti, contribuiva infatti a ricostruire l’atmosfera della campagna sicula. Ma ancor più che gli artifici tecnici, la forza espressiva del primo attore ha avuto la capacità di catturato l’attenzione degli spettatori, rendendoli partecipi delle miserie del protagonista. In primo piano sulla scena il letto di morte di Gesualdo, dal quale questi, in fin di vita, ci si rivolge, richiamando alla mente memorie del suo passato e interrogandosi sulle sue azioni. Così rievocato, il passato prende vita ed egli, magicamente risanato e ringiovanito, con ardore vi si tuffa in mezzo, a riviverlo ancora una volta, per poi tornare, stanco e avvilito, al suo giaciglio. Questo, nonostante i cambi di scena e i salti temporali, non viene mai rimosso. Rimane lì, onnipresente, quasi a ricordare al protagonista l’ineluttabilità del destino, che è ormai impossibile mutare.
Guglielmo Ferro offre al pubblico il dramma di un uomo e del suo tentativo ostinato e rabbioso di costruire il proprio posto al sole, confidando solo nelle proprie capacità e nella propria tenacia di fronte ad ogni difficoltà, andando avanti a testa bassa, ignorando le offese dovute al proprio rango che tutta una vita di fatiche e il meritato successo non varranno a mettere a tacere e la sua triste consapevolezza di non poter contare su nessuno all’infuori di se stesso. Nemmeno la sposa infatti, Francesca Ferro nei panni della bella e ritrosa Bianca Trao, sarà mai trastullo e conforto per Gesualdo, nelle ore strappate al “negozio”. E la figlia Isabella, accettata nonostante fosse nata dall’amore prematrimoniale tra Bianca e il cugino Rubiera, imiterà il comportamento materno, schivando ogni tentativo paterno di tenerezza. Gli affetti negati contribuiscono così a fare del guadagno l’unico obbiettivo, l’ossessione e al tempo stesso il rifugio contro il disprezzo del mondo. Per l’ossessivo attaccamento al denaro, trascinato fino in vecchiaia, il protagonista ricorda un po’ lo Scrooge dickensiano, cui però la Provvidenza nega di concedere una seconda possibilità.
Non certo un santo, Gesualdo Motta, un uomo che di errori ne commette tanti. Primo fra tutti l’abbandono della povera Diodata, serva fedele e affezionata dalla quale aveva avuto due figli, il cui ricordo torna a tormentarlo in punto di morte. Ma l’immagine che questa toccante rivisitazione ci rimanda del protagonista è anche quella di un uomo molto solo, disprezzato dai ricchi ed invidiato dai poveri, cui le consuetudini ed il Fato hanno voluto negare il calore di quegli affetti che, forse, avrebbero potuto renderlo un uomo migliore.

Buon sangue non mente, non si può del regista, il quale ha saputo rendere egregiamente onore alla memoria paterna. Guglielmo Ferro ha dichiarato infatti di voler dedicare il suo rifacimento dell’opera al padre Turi, scomparso nel 2001, che ne era stato protagonista in una versione del ’67.

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