Assolto dopo due condanne e 4 processi un costruttore oggi 68enne. Gli avv.: "Ribaditi principi fondamentali"
Messina – Fa discutere la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Messina, su rinvio della Cassazione, che assolve, dopo due condanne, un imprenditore edile cittadino. La sentenza ribadisce infatti il principio che nei reati fallimentari non bastano errori o irregolarità gestionali, ma occorre la prova di una reale volontà fraudolenta e di un danno effettivo. Un principio semplice ma fondamentale, ma affatto scontato nell’applicazione.

Sullo sfondo del processo, la vicenda di un imprenditore oggi 68enne che dopo il fallimento, dichiarato nel 2019, deve aspettare quattro processi e subire due condanne prima di ottenere l’assoluzione. “Questa pronuncia ribadisce un principio fondamentale del nostro ordinamento: la responsabilità penale non può fondarsi su automatismi o presunzioni, ma deve essere provata in modo rigoroso, soprattutto in materia di reati fallimentari”, commenta l’avvocato Ernesto Marcianò, difensore insieme all’avvocato Francesco Celona.
Il processo
Dopo il fallimento della società, la Procura di Messina accusa il costruttore di bancarotta patrimoniale e bancarotta documentale, ipotizzando che alcune scelte gestionali e irregolarità contabili fossero state compiute con l’intento di danneggiare i creditori. L’accusa si concentra su due aspetti: da un lato la mancata riscossione di un credito societario di circa 40 mila euro, dall’altro alcune irregolarità nella tenuta delle scritture contabili. Il processo di primo grado si conclude con la condanna: il Tribunale ritiene che le condotte contestate siano sufficienti a integrare i reati fallimentari. Gli avvocati Marcianò e Celona sostengono sin dall’inizio che non vi sia stato alcun comportamento fraudolento, sottolineando come il credito non fosse stato occultato e come la crisi della società fosse in realtà precedente alla gestione contestata. Ma la loro linea non passa e la condanna viene confermata in secondo grado.
La sentenza

La svolta arriva con il ricorso alla Corte di Cassazione. I difensori contestano il ragionamento seguito dai giudici di merito, evidenziando che la responsabilità penale era stata affermata sulla base di presunzioni automatiche, senza una reale verifica dell’intento fraudolento. Con la sentenza n. 30392 del 2025 la Corte di Cassazione annulla la decisione d’appello e rinvia il processo alla Corte d’Appello di Messina. La Suprema Corte chiarisce che il dolo non può essere dato per scontato e che occorre verificare se vi sia stato un danno effettivo ai creditori.
In particolare, viene valorizzata una circostanza decisiva: lo stesso imprenditore aveva comunicato spontaneamente al curatore fallimentare l’esistenza del credito di 40 mila euro, un comportamento ritenuto incompatibile con qualsiasi volontà di occultamento. Nel successivo giudizio di rinvio, la Corte d’Appello di Messina si uniforma ai principi indicati dalla Cassazione, rivaluta l’intera vicenda e riconosce l’assenza di dolo e di un danno concreto per i creditori. Da qui l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
