Uno straordinario Lonquich mette alla prova il pubblico del Palacultura con un programma di grande intensità emotiva ed intellettuale.
Il pianista Alexander Lonquich, di nuovo graditissimo ospite a Messina, ha inaugurato al Palacultura, domenica, la stagione concertistica della Filarmonica Laudamo, presentando, un programma assai impegnativo, coinvolgente, “difficile”, che ha richiesto la massima concentrazione anche da parte del pubblico, che ha risposto, numerosissimo, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, al prestigioso appuntamento. Solo due brani, ma lunghissimi ed “estremi”, definitivi nell’ambito della poetica musicale dei loro autori. Nella prima parte della serata Lonquich ha eseguito le “33 Variazioni in do maggiore su un valzer di Diabelli op. 120” di Ludwig Van Beethoven. Anton Diabelli, nel 1821, indisse un concorso pianistico di composizione di variazioni per pianoforte su un breve valzer di propria composizione. A questo concorso parteciparono ben 51 musicisti, fra i quali Schubert e il giovanissimo Liszt, appena undicenne. Beethoven sulle prime rifiutò l’invito, ma poi anch’egli partecipò e compose le 33 variazioni che costituiscono, come ben detto da Carli Ballola, “Un monumento di vertiginosa altezza” all’arte della variazione. Ed infatti il grande musicista tedesco riuscì, da un tema abbastanza modesto, ad elaborare una incredibile serie di variazioni, ove il tema stesso viene scomposto, elaborato, sezionato fino a quasi renderlo irriconoscibile. Ogni variazione può rappresentare benissimo un brano a sé, anche se la cellula tematica è sempre in qualche modo presente, perfino nella ventiduesima, sottotitolata “alla “Notte e giorno faticar””, ove il tema si trasforma magicamente in quello della celebre aria cantata da Leporello nel Don Giovanni. Lungi dall’essere un mero – seppure di elevatissimo livello – esercizio di stile, le variazioni op. 120 sono in realtà un compendio di tutti i moti dell’animo beethoveniano, che l’ascoltatore però deve avere la pazienza e l’umiltà di scoprire: e così si va dalla maestosità della prima Variazione alla dolcezza e delicatezza dell’ottava, dai richiami al contrappunto del grande Bach (la “Fughetta” della Variazione n. 24, la Variazione n. 9 che ricorda l’incipit della celebre sonata per viola da gamba in sol minore di Bach); troviamo il ritmo beethoveniano inconfondibile nelle Variazioni 16 e 17, la grande profondità espressiva delle Variazioni lente 29, 30 e 31, ove ci immergiamo nell’atmosfera pensosa dell’adagio della Hammerklavier; fino alla innocente serenità dell’ultima variazione, quasi mozartiana, con la quale Beethoven, con un affettuoso e malinconico sorriso, prende commiato dal suo amato pianoforte. Lonquich, che ha suonato interamente a memoria, ha saputo rendere mirabilmente tutti questi stati d’animo; la sua esecuzione, lungi dall’essere meccanica – comunque tecnicamente ineccepibile – ha colto e trasmesso ogni sfumatura di questo caleidoscopio, un’interpretazione che non è esagerato definire memorabile. La seconda parte è stata interamente dedicata alla “Sonata n. 23 in si bem. maggiore, D. 960” di Franz Schubert, la sua ultima sonata, autentico testamento spirituale del compositore austriaco, almeno per quanto riguarda il pianoforte. Questo capolavoro rappresenta l’ultima sonata di un trittico che Schubert compose appena due mesi prima dalla sua morte, che doveva essere dedicato al compositore Johann Nepomuk Hummel. Schubert non fece in tempo a far pubblicare le sonate con la dedica e queste furono pubblicate ben dieci anni dopo a cura di Diabelli, che le dedicò a Robert Schumann. Proprio quest’ultimo ebbe a scrivere delle tre sonate “….Così la composizione scorre mormorando di pagina in pagina, sempre lirica, senza mai pensiero per ciò che verrà, come se non dovesse mai arrivare la fine, interrotta qua e là da fremiti più violenti che tuttavia si spengono rapidamente”. In quattro movimenti, spicca in particolare il primo, “Molto moderato” di una lunghezza inusuale (più di venti minuti), che inizia subito con il dolce e cullante tema principale, subito interrotto, e capiterà più volte nel corso del brano, da un trillo misterioso (o minaccioso?) nei registri più gravi del pianoforte. Lo sviluppo, arricchito da un secondo tema altrettanto dolce, ma più mosso, è assai elaborato e ricco, tocca diverse tonalità, raggiunge accenti anche drammatici, ma l’atmosfera generale resta sognante, contemplativa, di infinita dolcezza. Anche gli altri movimenti non si discostano da questa atmosfera, soprattutto il secondo “Andantino sostenuto” dal carattere introspettivo e rassegnato. Dopo un breve “Scherzo: Allegro vivace. Trio” dall’andamento alato e leggero, la Sonata si conclude con il “Finale, Allegro ma non troppo” un rondò concitato, un ritmo quasi di tarantella, che chiude serenamente l’esperienza pianistica di Franz Schubert, la cui poetica musicale è tutta miracolosamente compresa in questo capolavoro. Lonquich ha confermato di essere un vero specialista del pianismo schubertiano – compositore che esegue spesso – e la sua interpretazione è stata assai sentita, ricca di pathos, ove anche le lunghe pause, alle quali il pianista ha spesso indugiato, hanno conferito all’esecuzione una intensa, misteriosa tensione, che si è sciolta solo nel finale. Nonostante la evidente stanchezza per l’assai impegnativo programma eseguito, Lonquich, acclamato dal pubblico entusiasta, non ha lesinato il bis, e, a conferma della predilezione che il pianista ha per Schubert, ha eseguito il primo dei tre “Klavierstucke” D. 946, in mi bem. minore, un altro brano straordinario, un rondò dal ritmo incalzante, intervallato da un secondo tema in moto andante, frutto dell’ultima parabola compositiva del musicista, che sarebbe morto da lì a poco. La stagione musicale non poteva cominciare meglio.
